I GRIMM, MEDEA, L’ALBERO DI NATALE (E I PACS)

Tra le novelle dei fratelli Grimm (e altre ancora) sono numerosi gli episodi di figli messi fuori casa, per ragioni diverse, a cavarsela da soli e anche bene: qui la crudeltà o la durezza della vita sono solo espedienti narrativi, mezzi di contrasto in vista del buon fine.

Oggi e da tempo queste novelle sono censurate dalla cultura ufficiale, editoriale e cinematografica, così come non si vedono più streghe cattive al rogo
– come la madre di Biancaneve che, notiamolo, è “la più bella del reame” solo allo specchio, unica fonte delle sue supposte “brame”, e per il quale bello e mostruoso coincidono: in “lei” non c’è donna nella relazione con un uomo ma solo un Narciso anagraficamente al “femminile”, cioè il narcisismo del puro predicato “Madre” – :
ma non ci insegnavano già i Greci che le rappresentazioni crudeli sono catartiche?

Le nuove favole sono formazione reattiva, tutta sorrisi bontà zucchero e pastelli, al pari della moralità kantiana, la via maestra al sadismo: non c’è molto da grattare sotto quelle espressioni per ritrovarlo, gratta e… vinci.

É il problema logico di tutti i Paradisi, terreni o celesti: che l’Inferno medioevale rappresenta con il semplice trucco del distinguere una rappresentazione per l’opposto.

Rileggiamo ora Medea (tra le tante fa testo quella di Euripide): è miope vedervi solo e anzitutto vendetta.

Giustamente non la troviamo, diciamo così, molto gentile, anche se le riconosciamo forti attenuanti per il comportamento ignobile di Giasone, che merita molti epiteti anche scurrili, tra i quali quello di imbecille: che è lo status dell’uomo divorziato nello spirito o per principio (ho già dimostrato che è questo il “peccato originale” del mito biblico).

Ma c’è un altro, benché implicito, e salutare aspetto.

Medea rifiuta lo status di madre prima che di donna, che significa partner di un uomo: allora brucia simbolicamente quei figli che rappresentano tale status.

Lo status di Madre prima che di donna è ciò cui l’ha condannata Giasone, origina dal divorzio dall’uomo imposto da un uomo doloso, frequentissimo anche nelle famiglie più “unite” e “amorose” (è il dolo di Peer Gynt, appena commentato al Corso dello Studium Cartello da Vera Ferrarini).

L’“Edipo” (vedi più articoli precedenti) è la soluzione anticipata alla tragedia di tante sante Medee che non fanno fisicamente colare il sangue, ma alla cui sacrificalità “materna” i figli sono sacrificati.

Siamo vicini a Natale, allora facciamo buon uso dell’albero di Natale: appendiamogli le foto dei nostri figli e bruciamo il tutto in effigie come ha fatto Medea: i figli apprezzeranno questa loro emancipazione dalla fissazione, comprenderanno l’“Edipo” nella sua fondamentale esogamia.

Già che ci siamo, bruciamo anche Babbo Natale, che nella sua mascherata rappresenta da sempre (nella modernità) la formazione reattiva.

Ciò di cui sto parlando è attualità politica, di cui l’attuale dibattito italiano e mondiale (famiglia, Pacs eccetera) è semplicemente al traino.

Milano, 11 dicembre 2006

 

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