UNA TEORIA PERFIDA DEL NUOTO

Facilità dell’interpretazione dei sogni: eccone uno.

A otto anni, in vacanza al mare, un bambino ha sognato di nuotare.

Sembrerebbe nulla, ma era tutto a fronte del fatto che lui non nuotava: mentre i due cugini coetanei eccellevano in acqua come dei pesci, lui si limitava a guardarli umiliato.

Il mattino dopo lo stesso bambino nuotava, benché con stile non ancora veramente olimpionico: gli era venuto il pensiero e tanto bastava, un pensiero che avrebbe potuto non venirgli mai per tutta la vita (succede spesso, non anzitutto per il nuoto: nessun economista ha mai calcolato gli effetti economici dell’inibizione, della patologia come diseconomia).

Questo “sogno” era il suo pensiero che saltava come un salmone la corrente imperativa della teoria materna: “Mio figlio non ha la capacità di nuotare”, e come formulazione ancora limitata di una teoria più vasta:  “Mio figlio non ha capacità nelle performance corporee” (ci volle poi tempo per comprendere quali performance corporee quella madre detestava, e non era ancora l’ultimo anello della catena).

É noto un predicato gergale sotto l’apparente banalità e bonarietà del quale molte malefatte sono perpetrate: “imbranato”, tanto più dannoso in quanto il soggetto è disponibile ad assumerlo sulle sue spalle senza critica (la critica lo angoscerebbe).

Nel sogno, desiderio-pensiero-facoltà coincidevano, e non solo quanto al nuotare.

L’imperativo generale è: “Certe cose non si pensano neppure” e senza limiti alla classe delle “certe cose”: l’attacco e il danno – che oggi sottomettiamo al Tribunale Freud – è al pensiero come tale.

Va osservato che il sogno ha risparmiato al bambino un impossibile pratico: iniziare dalla critica della teoria materna (o paterna in altri casi).

La critica benché logicamente facilissima lo angosciava: attenzione a dare il primato della critica!, e al valore politico dell’autocritica, un enorme errore novecentesco.

Solo dopo ha potuto accedere alla critica.

Rammento una illuminante osservazione di J. Lacan: “Il malato non guarisce perché ricorda: ricorda perché guarisce”.

Qui si tratterebbe della tecnica psicoanalitica come messa in pratica del pensiero di natura (rimando ai testi).

Milano, 21 novembre 2006

 

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