QUANTO BENE VUOI…?, O LA TORTA DELL’AMORE

Ho esemplificato più volte la verità che l’errore traumatico per altri assume vesti banali.

Lo vediamo anche in Re Lear allorché, all’inizio e per principio, fa la parte del padre infantilizzante rivolgendo alle figlie la domanda banale e triviale spesso rivolta al bambino:
Quanto bene vuoi…?”, cui solitamente il bambino, tentato irresistibilmente, risponde – “lo sventurato rispose!” – allargando le braccia, ottenendo a rinforzo il sorrisino idiota degli adulti.

Lo stesso che il padre può fare la madre: nell’errore patogeno la differenza dei sessi scompare: benché poi e nel peggio, in poco nobile competizione, sia la madre a prevalere.

Questa domanda condensa una Teoria, anzi una doppia Teoria:
1° l’amore è individuato dalla categoria della quantità,
2° è dato per scontato che il bambino deve amare i genitori.

Questa seconda si regge su un falso flagrante, “Ti ho dato la vita”, allorché non c’era nessun “tu” cui darla: invece l’onesto Quarto comandamento si limita all’onorare il padre e la madre (anche quando non lo meritano).

L’amore è imposto come dovere astratto, di principio.

I figli non hanno contratto il patto coniugale.

Il “complesso di Edipo” iniziale (non i resti della sua distruzione) è un nuovo patto, coniugale sì famigliare no: è il patto che inaugurerebbe una vita pattizia nell’universo (“pensiero di natura”).

La distruzione di questo patto contro-inaugura la vita come guerra civile latente.

Nell’“Edipo” non c’è il patetico parascientifico della “psicologia dell’età evolutiva”.

Facciamo ora un salto teologale nella “vita eterna”: per essere certo nel darla, Dio dovrebbe essere certo della sua desiderabilità, ben lungi lui stesso dal darla per certa solo “per definizione”, o “ontologicamente”.

Compiuto l’accertamento, concepisco l’Inferno come un essere tagliati fuori dai premi, e il Purgatorio come un training per farcisi la bocca.

Restiamo succubi alla ridicola “dichiarazione d’amore”, cui Re Lear rende succubi le figlie.

Non si dà “dichiarazione d’amore”: può darsi soltanto la certificazione di questo all’altro, un riconoscimento formale: “Posto questo tuo atto, lo chiamerò amore”, con il rischio di non trovare un tale atto.

Il suo autore, se lo si trova, è quello che il Vangelo chiama “prossimo”.

Lo psicoanalista, se esistesse, ne sarebbe un esempio, e non perché fa la carità.

Cordelia, caduta nella Teoria del padre nella sua crisi, semplicemente la riproduce in automatismo: l’amore è ciò che ti devo, e ciò che ti devo è uguale a cento, come una torta.

Con entropia crescente col crescere del numero di avventori: oggi questo cento è per te, quando mi sposerò sarà cinquanta per te e cinquanta per mio marito, e così via.

Cordelia non sta da un’altra parte rispetto a Gonerill e Regan, è solo più formale, più logico-matematica.

Le tre identiche sorelle sono identiche per comune identificazione al padre nella sua crisi: l’identificazione non ama, odia e logicamente.

Esse formano una “massa” in senso freudiano.

Gergalmente la parola “torta” può designare le feci: ebbene, a paragone di tanti amori di m… degli adulti, è più autentico amore quello di m… del bambino piccolo che “la fa” per piacere ai genitori, ossia per amore.

Nelle nostre vite quotidiane, non meno che in Re Lear, Amleto, Antigone, Edipo, manca il mite  logico Tribunale Freud per fare una moralità degna di questo nome, riguardante tutti (la Sittlichkeit hegeliana è soddisfatta da Freud, o dal pensiero di natura).

Milano, 29 novembre 2006

 

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