“POVERO UMBERTO!”

Fino a otto anni Umberto seguiva la madre in ogni dove, con  gusto e discrezione.

Aveva tutti i segni della buona normalità: vivacità intellettuale, relazioni con i coetanei, risultati scolastici, alimentazione, sonno eccetera.

Da quel giorno cambiò tutto.

Seduto sul bordo del letto osservava la madre che si vestiva.

Improvvisamente le scivolò il reggiseno.

Commento della madre:
– Povero Umberto!

Vent’anni dopo, l’ormai povero Umberto – impoverito nel pensiero da quella frase in quel momento – era ancora a chiedersi che cosa fosse successo, quale fosse il senso della frase e perché mai la madre l’avesse detta.

Ne era ancora schiavo.

Essa ha reso povero il già ricco: ha disconosciuto in lui l’amore in quanto facoltà già formata, e formata in osservanza della differenza dei sessi, senza neppure un’ombra di “concupiscenza” ossia di errore del pensiero (“istinto”) quanto all’agire in rapporto ai sessi (non ho detto: ai rapporti sessuali).

Lo ha impoverito della facoltà di ciò che chiamiamo “complesso edipico”, con il suo indubbio apprezzamento per la differenza dei sessi, dunque anche per le grazie femminili senza pensiero d’atto necessario.

Scrivendo “grazie femminili” (e perché non maschili?) ho forse fatto una piccola concessione: all’idea che esse esistano in natura.

Non è vero: non più dello champagne.

Come lo champagne, i sessi vivono di contingenza.

Le suddette grazie esistono nella trasfigurazione rispetto alla funzione naturale, che quanto ai seni è l’allattamento.

Il corpo differisce dall’organismo perché esiste solo trasfigurato – secondo pensiero e rapporti – rispetto alla funzione.

Anche nel mangiare: la “pulsione orale” è trasfigurazione, ecco tutto Freud.

L’anoressia ha abbandonato la trasfigurazione.

Diciamo così: lo champagne è lo psicofarmaco adeguato alla cura della concupiscenza (lo consiglio a Sant’Antonio nel deserto).

Milano, 10 novembre 2006

 

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