LE MANI DISGIUNTE, O IL COMPLESSO DI RE LEAR

Se con la macchina del tempo potessi tornare agli anni in cui Freud formulava il Complesso di Edipo, gli suggerirei di chiamarlo anche Complesso di Re Lear: è il medesimo.

Del “Re Lear” consiglio a ognuno la lettura unita come in una trilogia a quella di “Edipo re” di Sofocle, e di “Amleto” pure di Shakespeare.

Rinvio ai miei articoli precedenti (venerdì 3 novembre, mercoledì 4 ottobre, martedì 3 ottobre, e passim).

Nel mio recente Seminario di Urbino (vedi articolo di sabato 11 novembre), dal titolo “Guerra civile e caduta dell’Edipo”, mi è toccato parlare del “Re Lear” di Shakespeare.

Vi ho sostenuto di essere venuto a capo del senso di questo dramma: molti mi accuserebbero di presunzione (sto redigendo quell’intervento).

Ora ne do solo un cenno.

Dopo la mia “ciarla”, nel corso della discussione una giovane donna mi ha domandato di indicarle dove fosse rintracciabile il complesso edipico nel dramma.

Ho risposto che proprio di ciò si tratta: che non vi è rintracciabile, neppure in tracce, e che proprio questo ne fa un dramma, la distruzione del complesso (su cui Freud ha insistito ma senza che gli si desse retta).

Questa distruzione è l’inizio narrativo e il principio logico del dramma.

Che è il dramma della distruzione dell’universo (umano): perché l’“Edipo” schiude l’universo, non è la famiglia.

Neppure nell’”Edipo re” di Sofocle c’è complesso edipico, se non nella sua distruzione o tramonto: Edipo si acceca e abdica (come Re Lear), Giocasta si impicca (in “Re Lear” è già morta, non compare neppure).

Il dramma narra le conseguenze distruttive di questa distruzione preliminare: guerra civile, perfino guerra mondiale, guerra intestina in ognuno, guerra di ognuno contro tutti (bellum omnium erga omnes).

Cordelia è un’Antigone.

E, nella distruzione, Re Lear è un cialtrone, uno passato da re a proletario ricco che divide il regno come una torta o un salame: in lui c’è una grossolanità paesana da prenderlo a pedate.

Il che, almeno questo, fanno le figlie Gonerill e Regan, mentre la “pura” Cordelia non fa neanche questo: è lei il passepartout della catastrofe.

É la linea della “purezza”, Antigone-Cordelia-Kant: la cui contabilità novecentesca è stata quella di decine di milioni di cadaveri.

Nei trattamenti analitici incontriamo come patologia proprio le conseguenze di tale distruzione: ma spesso gli psicoanalisti confondono il complesso edipico con le sue macerie, così come confondono l’amore con l’innamoramento (quando la mia paziente si innamora di me, la sua analisi è in pericolo, e io devo evitarlo anche per me).

L’“Edipo” ancora integro è il solo caso in cui possiamo dire che la parola “amore” ha significato, inconfondibile con Eros, frecce assassine greche o filtri d’amore medioevali: che sono la morte del significato di “amore”.

Ciò che di Shakespeare fa Shakespeare, è la congiunzione di regno e amore, di potere e amore, di Città e amore.

É una congiunzione come quella delle mani giunte, che sono sì il simbolo della preghiera, ma in quanto questa, se non significa un cerimoniale ossessivo ossia non significa, significa propiziare il legame potere-amore.

Se “Dio” ha significato, significa questo legame, e allora anche “ateismo” acquista significato, quello delle mani disgiunte: dunque siamo quasi tutti atei, anche se recitiamo rosari.

“Re Lear” è le mani disgiunte, come già “Edipo re”.

Il complesso edipico istituito e valido, anteriore alla sua distruzione o crollo, è l’unico caso in cui per tutta l’umanità la parola “amore” ha significato, e “potere” anche.

In esso i sessi restano esenti dalla plurimillenaria mal-dicenza su di essi: tale maldicenza – morale, verbale, estetica –  è il sintomo patognomonico della distruzione del complesso.

Milano, 28 novembre 2006

 

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