INIZIO

Il mattino si vede dal buongiorno: i termini sono scambiati.

Il detto comune è deterministico (e schiavistico).

Per prenderla alla lontana: sull’inizio abbiamo iniziato male, penso ai Greci.

É la Bibbia ad avere iniziato bene (non è questione di credenza ma di pensiero).

Rifiuto di dissociare inizio e accadere, o avvenimento : questa dissociazione è tutta greca, che ha puntato tutto sul divenire (werden), non sull’accadere (geschehen).

Il mattino non inizia niente: è solo un fenomeno in un continuo temporale, viene dopo la notte.

Salvo il caso del ricordo favorevole di un sogno, che fa lui da inizio o buongiorno.

Non dico di un sogno favorevole: i sogni lo sono tutti, a condizione di prenderli bene, cioè di prenderli anziché lasciarli.

Certo, deve trattarsi di un “Buongiorno!” come atto formale, cioè che inaugura il tempo che seguirà affinché vada bene, staccandolo dalla pura sequenza temporale nella natura in cui per definizione non c’è inizio.

Questo atto è la prima frase, quotidiana o da tutti i tempi: l’inizio è una frase inaugurale.

Una tale frase (che condenso nell’usuale “Buongiorno!”) è il primo lavoro: dunque “bada a come parli!” è anche l’inizio della moralità.

É logica: la logica del successo, del succedere o accadere non divenire.

Almeno in certi casi, è o dovrebbe essere il senso della preghiera come un “buongiorno!” liturgico, ossia preconfezionato per tutti (il Padre Nostro che consiglio a ogni miscredente è, lettera dopo lettera, un tale lavoro).

La frase di cui parlo è un Ora che formalmente precostituisce, prefigura, prepara, preordina, propizia il Labora, il lavoro per il frutto che verrà: l’orare, se lo è e non sempre lo è per quanto “pio”, è formalmente identico al laborare (ecco il senso di “Non chi dice Signore Signore ma chi fa le opere…”).

L’inizio non è il prima: l’inizio ha… inizio.

Lo ha da un pensiero che è pensiero-lavoro – ecco cos’è il pensiero -, premeditazione, anche solo che un albero possa venire rielaborato come tavolo.

Il labora ha la medesima forma dell’ora.

Sull’inizio hanno iniziato i filosofi antichi, e non bene, oltretutto appropriandosi come proprietà privata di una questione che è di tutti, è quotidiana, e non sopporta distinti livelli di competenza o sapere.

Essi hanno speculato sull’inizio della natura, non sull’inizio nella natura grazie a un atto sulla natura, trascendente la natura, atto di lavoro.

Ai Greci non piaceva affatto l’idea che “in principio era il lavoro” cioè un logos sì, ma articolato e orientato a che abbia inizio una produttività meta-naturale.

Da essi il lavoro è pensato come schiavo, e il pensiero come altro dal lavoro: lo schiavismo è antico.

I Greci hanno inventato la Teoria come censura del pensiero.

Non piaceva loro che “l’albero si giudica dai frutti” aldilà dell’albero, “meta”: rifiuto ogni meta-fisica che non sia metafisica del frutto (come si vede sono cristiano).

La filosofia antica ha sbagliato perché ha collegato l’inizio alla natura anziché a quel lusso nella natura che chiamiamo “uomo”: l’uomo, ecce homo, ecco la metafisica.

Il nichilismo nullifica il lavoro: gli altri discorsi sul nichilismo sono chiacchiere di filosofi stanchi.

É qui che la Bibbia ha ragione, semplicemente ragione.

Ammettiamo pure, senza evoluzionistica concorrenza, che Dio abbia creato: ma la natura era proprio ciò che non ammette inizi, in essa ci sono solo precedenti di precedenti ma nessun accadere, solo divenire senza accadere.

Solo nell’accadere c’è inizio.

Poi, ha preso la sua stessa creazione non come inizio bensì come pre-testo materiale (che chiamo “qualunque”) per rielaborarvi l’accadere di qualcuno, non più qualunque, della sua stessa pasta, un lusso ossia combinato come lui (“a sua immagine”: questo è frutto di lavoro, e c’è chi ha detto che il Padre lavora).

Il Creatore stesso ha iniziato dopo un ante-fatto.

L’invenzione dell’uomo è l’iniziativa di Dio, dico “invenzione”.

Il suo qualcuno era capace di lavorare come lui, ossia di iniziare, di fare frutto o lusso, ossia di prendere iniziativa, libera perché tale.

Se c’è inizio c’è meta. O no?, oppure: c’è solo il confettoso happy End di cinema e romanzo del passato, magari con l’ausilio di una oscura felicità divina proiettata sul fallimento dell’inizio?

Tutto ciò è farina macinata dal grano di Freud.

Questo articolo non è finito, segue: meta, rapporto come partnership di pensiero, profitto, delitto (“peccato”), patologia…

Milano, 16 novembre 2006

 

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