DUE CASI DI “INCESTO”, E LA SUA VERITÀ

Precede l’articolo sul complesso edipico di martedì 3 ottobre.

Nei primi anni del mio passaggio a psicoanalista, a circa metà anni ’70, ho ricevuto due visite inattese di due amiche perse di vista anni prima. I due colloqui sono stati identici come due gocce d’acqua, e li racconterò come uno solo.

Dapprima sembrava una semplice visita di piacere, di ripresa dei rapporti. Ma dopo un inizio di rimembranze prese tutt’altra piega, assai più personale, senza per questo assumere gli accenti e i contenuti di un colloquio professionale.

In breve, intendeva (intendevano) narrarmi un momento, nella giovinezza prima del vent’anni, di relazioni erotiche col padre.

Me ne parlò senza particolare emozione, neppure imbarazzo o inibizione, né denuncia di qualche disagio risultante.

Non mi sono stati rivolti interrogativi, non ero veramente interpellato.

Al termine del colloquio, concluso da saluti cordiali e anche affettuosi, sono rimasto con un solo pensiero, quello di essere stato preso come depositario, come un avvocato o un notaio, di un documento riservato.

Malgrado l’appartenenza cattolica non erano neppure state sfiorate dall’idea di rivolgersi a un prete.

Tra l’altro capii poi che queste due donne erano venute da me perché non venivano a capo del fatto, foss’anche in termini di colpa. Non sapevano che farsene, dove metterlo, e allora l’hanno messo da me.

Mi ci sono voluti anni per venire a capo io di questa duplice confessione priva di qualsiasi senso di una colpa.

In breve: non potevano assegnare un senso al fatto che quell’uomo era loro padre.

Non so se poi loro sono arrivate a una conclusione (oltretutto non le ho più riviste).

Io sì:
non potevano assegnare un tale senso semplicemente perché non esisteva: avevano fatto l’amore con un uomo come con altri.

La verità sull’incesto è che l’incesto non esiste (lo scrivevo già in “Leggi”, 1989), a parte stupro e pedofilia – di cui ho appena scritto – che con l’incesto non hanno a che vedere.

Il complesso edipico è quella fortuna o opportunità, come una pista di decollo per viaggi nell’universo – una pista per lo più bombardata precocemente – che né ha né non ha nel suo programma una realizzazione erotica.

Se questa si desse, la possibilità che sia non casta (“in-cesto”) è la medesima di ogni altra realizzazione di tal genere.

A proposito di “castità”: da millenni si commette la parzialità cattiva di riferirla solo ai sessi.

La castità – ho dalla mia l’autorità dei Salmi e non solo – riguarda ciò che esce dalla bocca a opera della lingua su qualsiasi argomento: “normalmente” siamo stupratori del linguaggio, in modo vistoso quando parliamo dei sessi (e non ci riusciamo: sui sessi siamo fallimentari o impotenti anzitutto nella lingua).

Menzogna e inganno sono stupro del linguaggio: conoscete un’etica che lo dica? (è l’etica della psicoanalisi).

Tra i Comandamenti l’8° (“Non dire falsa testimonianza”) dà il senso del 6° (“Non commettere atti impuri”).

Colpisce che a centocinquant’anni dalla nascita di Freud, nella Civiltà nulla ma proprio nulla è “passato” sull’Edipo, sull’incesto, per non dire di tutto il resto.

Ma forse ha un senso il fatto che ormai l’unico progresso che conosciamo è quello della regressione (non dico regresso): questo pensiero – luttuoso non melanconico – merita di venire sviluppato, fatto progredire. Non il lutto ma la melanconia si oppone al progresso.

Milano, 3 novembre 2006

 

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