SCHIAVO FILOSOFO, FILOSOFIA DELLO SCHIAVO

“Lo schiavo filosofo” titola un articolo del Sole-24 Ore (inserto domenicale, 27 agosto 2006) a proposito di Epitteto, schiavo in un primo tempo e filosofo stoico dell’antichità romana (I-II secolo dell’era cristiana).

Fin dal primo articolo del suo Manuale introduce la sua distinzione fondamentale: tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi.

In ciò che non dipende da noi pone anzitutto il corpo (seguito dai nostri possedimenti e dalle opinioni che gli altri hanno di noi).

Ma qui siamo di fronte alla massima alternativa della Civiltà, oggi più di sempre.

Freud, che non solo non separa l’io dal corpo ma ne fa una parola composta io-corpo (Körper-ich), tratta il corpo come la prima competenza dell’io (a parte la peste o il cancro che in certi limiti non sono competenza dell’io, cioè il corpo nei limiti della causalità naturale).

Ma corpo significa anche, scientificamente, la legge del suo moto (che è pensiero anche quando patologico), e l’imputabilità dei suoi atti (anche di pensiero), ambedue non riducibili ai limiti della causalità naturale, che l’imputabilità sia penale o premiale (“merito”).

Epitteto sarà anche stato dapprima uno schiavo-filosofo, ma soprattutto ha poi costruito la Filosofia dello schiavo, da uomo greco “libero” nel gestire filosofico-politicamente la filosofia della schiavitù.

La politica è sempre filosofia incarnata: non sempre per il meglio, come tutti sanno sulla loro pelle.

Da anni sostengo che il pensiero greco è una filosofia dello schiavo passato a padrone-maître (è il Discours du Maître di J. Lacan), che tratta come “libertà” quella astratta di un tale padrone ex-schiavo che poi tratta come astrattamente “liberi” i post-schiavi.

4 ottobre 2006

 

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