PADRE, O: BUON GIORNO

Rinfresco una storia che ho già raccontato.

Tornavo in treno da Padova a Milano di mattino presto. Era novembre, un giorno uggioso, freddino, con quella pioggia non intensa ma implacabile, compreso un cenno di nebbiosità.

Nel compartimento musi arcigni, melanconici, silenzi accaniti o discorsi maledicenti tutto e tutti.

Venne un momento in cui uno sconosciuto fin lì silente, disse:
“Non è perché fa brutto che questa sarà una brutta giornata!”

Aveva tolto una predizione falsa, priva di necessità, o causalità fisica o logica.

Ecco un padre. Non ce n’è altri: potrei chiamarlo un Padre-eterno, per tutti.

Il buon-giorno era riabilitazione del pensiero rinunciato.

Milano, 30 ottobre 2006

 

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