“MANGIA CHÉ TI FA BENE!”, E L’ EDUCAZIONE

Ennesimo esempio di “zizzania” nel linguaggio, o di Teoria al posto di comando che esautora il pensiero dandogli una causa di cui non ha alcun bisogno.

Ha questa medesima forma il comando: “Fa’ sesso ché ti fa godere!”, o la Teoria delirante dell’“istinto” come causa naturale.

Il mondo di queste Teorie e altre cento è quello che è stato chiamato “Superio”.

Ad esso si applica il Tribunale Freud: in cui l’accusatore – la cui accusa feroce è di disobbedienza ai suoi comandi – passa a accusato, imputato: tale Tribunale è una nuova e non ancora esistita Norimberga.

É secondario che il comando sia un’istigazione o una proibizione (“non”): in ogni caso il comando di godere rende impotenti, esperienza corrente.

L’unica cosa che preme al disordine di questo ordine – cui oppongo l’Ordine giuridico del linguaggio – è il Comando allo stato puro.

Certo, si dirà, è ben strano!: quale è il fine di un tale Mondo, in cui non ci guadagna nessuno?

Su questo non guadagnarci dovrò tornare: non ci guadagnano forse almeno certe classi, certi gruppi o lobbies, certi individui, almeno in termini di Potere?

Lo farò esaminando il vecchio detto: “Al contadino non far sapere quanto è buono il formaggio con le pere”: ma il contadino non lo sapeva già e per primo?

Per arrivarci basterà ragionare non solo per classi sociali, ma anche sostituendo al contadino il bambino, cui si pretende di far sapere ciò che già sa, per esempio sul buono del cibo.

In questo senso l’educazione sessuale è al servizio della censura sul già saputo (di sessi il bambino si intende).

Di questo mondo ho già parlato come del Mondo dell’invidia con il suo principio assoluto: non voglio beneficiare se anche tu benefìci da me: obiezione di principio al rapporto come rapporto di profitto.

Qualsiasi azione – qualsiasi, e ciò è la massima gravità – può assumere il posto di comando, o della funzione o del predicato, ossia tutto il… Mondo. Dunque c’è Civiltà e Civiltà, Civiltà contro Civiltà.

Quel comando è il modo di produzione dell’anoressia, che domanda a muso duro e querulantemente: quale ragione mi dai per mangiare?

Ma non sembra contraddittorio?, dato che il comando gliene dà già ragione o causa.

Il fatto è che l’anoressico si è già sottomesso al regime disordinato del puro Comando, e si limita a ergersi contro il comando con un contro-comando, cioè ne assume il Regime istituendo semplicemente un contro-potere (rammento l’epoca sessantottina piena di “contro”).

L’imperativismo anoressico è manifesto.

L’antipolitica di isteria, anoressia, melanconia (Antigone) sono pubblicamente presentissime sotto altri nomi.

Con un’imprudenza senza pari qualcuno ne ha fatto i simboli del “diritto naturale”.

Il pensiero del bambino aveva già competente signoria sull’esperienza alimentare (così come nell’Edipo sulla possibilità sessuale): nella sua signoria non aveva bisogno di cause.

Al “Mangia ché ti fa bene” occorre la sinergia sciagurata del pediatra-dietista quando si presta – non perché pediatra – alla produzione del trauma patogeno.

A questa produzione occorre la sinergia della Cultura (rappresentata in questo caso dal pediatra in rappresentanza della Scienza, in sé non colpevole).

Non sono contrario a quel compito di Civiltà che chiamiamo educazione: ma questa è pura malvagità quando sostituisce il pensiero già competente insegnando “Mangia ché ti fa bene”.

L’educazione viene al secondo posto, salvo la brutale violenza del metterlo nel primo.

20 ottobre 2006

 

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