L’ELOGIO DELL’IDIOZIA

ovvero: un Idiota in piena regola

 

É di Maria Delia Contri questo articolo del 1991: lo pubblico in continuità con il mio articolo su Think! di venerdì 6 ottobre (GBC).

Arrestato in una bettola la sera dell’attentato di Serajevo da un poliziotto in cerca di sovversivi, a un funzionario che gli intima “Smettete di fare lo stupido!”, l’attendente Scvèik risponde: “Io non posso farci nulla, da militare sono stato riformato per idiozia, e dichiarato ufficialmente idiota da una commissione straordinaria. Io sono un idiota in piena regola”. Accusato di alto tradimento, così firma il verbale: “Riconosco per vere tutte le suesposte accuse a mio carico. Giuseppe Scvèik”. E commenta: “Ammetto tutto; rigore ci vuole, senza rigore non si giungerebbe mai a nulla”. Ai suoi compagni di prigionia poi riferisce: “Ho ammesso or ora che forse sono stato io a uccidere l’arciduca Ferdinando”.

Scvèik si è svuotato di qualsiasi facoltà di giudizio e di qualsiasi criterio di imputabilità nei confronti delle istituzioni con cui ha a che fare. Le condanne che riceve le giudica miti, trova giustificati gli errori giudiziari. Afferma infatti: “Fo umilmente notare che non ho nulla da reclamare e che sono contento di tutto”. Trova gradevole la galera, delizioso il manicomio, si sottopone di buon grado alle torture dei medici militari. Anche verso le funzioni religiose ammette tutto. Non importa che il cappellano militare sia indegno. Importa che ci sia qualcuno che organizza una “bella festa”: “Domani assisteremo a un magnifico spettacolo. Ci porteranno in capo alla predica. Tutti noialtri in mutande staremo proprio accanto al pulpito. Vedrai che bella festa!”. Se prende il treno, dichiarando di voler raggiungere il suo reggimento, si lascia poi trasportare attraverso una serie di stazioni in una direzione opposta a quella in cui aveva dichiarato di voler andare.

Lo spunto per una rilettura del romanzo di Jaroslav Hašek, Il buon soldato Scvèik, mi è venuto da un articolo di Enrico Filippini del 10 agosto 1980 che compare in una scelta di articoli suoi pubblicati da Einaudi nel 1990, con il titolo La verità del gatto.

C’è in questa invenzione di Jaroslav Hašek, osserva Filippini, “un che di cosmico, di smisurato e di universale, una coerenza assurda (…), una sorta di logica assoluta, e nello stesso tempo una sorta di profonda conoscenza della Storia (…) La storia umana è per Scvèik una specie di storia naturale, governata da leggi che egli si guarda bene dal giudicare tanto meno dal considerare aberranti. Infatti Scvèik  è un perfetto conformista”.

In lui, nella sua persona, scrive ancora Filippini, “fa vomitare un mondo feroce, degradato, burocratico, sanguinoso, crudele; devastato da una sorta di infamia originaria: certamente irrimediabile, spaventosamente naturale (…), un enorme, infernale, escrementizio, insensato carnaio”.

L’invenzione di Jaroslav Hašek, del 1920, l’anno stesso della morte di Max Weber, parrebbe un caso di razionalità burocratico-giuridica incarnata, un caso di “disincanto” perfettamente riuscito: il buon soldato Scvèik, nella sua ebetudine dolce, non ha ideali, non ha gusti, non giudica nulla di testa sua, non si fa illusioni, è puro “rigore” organizzato dalle diverse istituzioni da cui si lascia organizzare la vita e da cui ricava il suo godimento con imperturbabile gentilezza. Benché, in un punto, questa perfetta risoluzione, o meglio dissoluzione, soggettiva conservi memoria di essere risoluzione  rispetto a un’alternativa, e del suo costo. A un tale infatti che si dispera: “Che ho fatto di male? La mia reputazione è distrutta!”, Scvèik risponde, lui che si è messo ormai il cuore in pace, pronto ad addossarsi qualsiasi accusa: “Proprio così”. E il cuore è di bocca buona: le papille del gusto sono nella lingua.

Non è un sovversivo, non è neppure un anarchico, né un comunista in pectore, come lo vede Brecht. Brecht, a quanto pare, è stato particolarmente sfortunato nel suo reclutamento di comunisti tra i personaggi letterari: già aveva battezzato come tale Antigone, personaggio che peraltro è solo l’esatto contrario di Scvèik. Se questo si regge infatti in una posizione di sottomissione, di ammissione pura, quella si reggeva in una posizione di ribellione pura. In ambedue i casi nessuna concezione relazionale, nessuna legge quindi di tale relazione, con l’offerta di “organizzazione”, ossia di forme per la propria azione. In ambedue i casi, nessuna con-posizione, nessun con-promesso coi detentori del “potere”: concependosi come sprovvisti di potere, e non avendo più nulla da difendere, essi non vivono, e muoiono, che di organizzazione. Col potere, quando non si ha potere, si può entrare solo in una relazione causal-sacrificale, concependosi e “interagendo” con esso come suo puro effetto.

Ma è proprio il perfetto conformismo di Scvèik a renderlo esasperante per il mondo che ha a che fare con lui. Egli è percepito come una minaccia dai così detti detentori del potere che se lo trovano di fronte. Memori di un ordine altro, fondato sulla dignità e sulla competenza dell’individuo, consapevoli anzi di consistere contro e in funzione distruttiva di un tale ordine, vengono posti in contraddizione con se stessi da un tale rigoroso e sistematico conformismo. Che ne sarà, infatti, della loro funzione, del loro ruolo, della differenziazione di ruoli e funzioni di fronte a un simile idiota? Che ne sarà della funzione di sorveglianza con un prigioniero che non tenta neppure di scappare? Persino la comunicazione di insulti diventa superflua e vacua. Per avere il gusto di insultare, di offendere – come ben sa il sadico -, bisogna infatti poter supporre che dall’altra parte ci sia ancora qualcosa di umano che si difende. Ma con Scvèik: “Per la vostra scemenza non ci sono parole. A dirvi scemo si pecca di gentilezza”.

Scvèik è un personaggio che non offre più nessuna presa alla violenza e all’oppressione dell’ordine costituito paradossalmente proprio perché non vi si oppone, e per questo non manca di suscitare angosce paranoiche nel mondo in cui vive. A un certo punto viene addirittura riconosciuto come spia russa.

Imprigionato in attesa di processo, chiede di andare al gabinetto. Maresciallo e appuntato si appostano l’uno dietro l’altro davanti alla baracca di legno che serve alla bisogna per impedirne la fuga, ma lui esce tutto soddisfatto dicendo: “Vi ho forse fatto aspettare?”. La battuta di Scvèik è affermazione e domanda ad un tempo, l’affermazione essendo da tradursi in un “vi ho giocati”, e la domanda esprimendo la cortesia con cui egli mostra l’intelligenza del gioco senza arrivare all’oltraggio. In essa si coglie in forma di beffa il punto più alto dell’intelligenza critica, sociale e politica, di Hašek, e la sua chiave interpretativa.

L’ordine che Hašek prende di mira si regge e si articola nelle sue funzioni avendo come scopo primario, come problema principale, lo svuotamento delle questioni poste dalla relazione tra “potere”, tra istituzione, e soggetti pensanti e giudicanti attraverso la riduzione dell’individuo allo statuto di idiota. Ma allora, la mossa più ragionevole, sembra suggerire Hašek, è quella di sabotare il “sistema” con una perfetta sottomissione. “Interagire” con esso innescando conflitti o comunque incidenti  non farebbe che provocarne un rafforzamento e uno scaltrimento, una differenziazione più sofisticata. “Vi aspettavate forse questo da me? Aspettate pure, non collaborerò”, dice in sostanza Scvèik al maresciallo e all’appuntato, che non avrebbero più nulla da fare, se non avessero prigionieri da sorvegliare.

Un ordine che si regga, in ultima analisi sadicamente, sulla distruzione del pensiero individuale, finirebbe per entrare in contraddizione con se stesso e per distruggersi proprio per il fatto di aver ottenuto un perfetto successo.

Al termine del suo articolo Filippini si chiede: “Allora che ne facciamo di questo Scvèik? Beh, in tutta questa crisi delle ideologie, con tutta questa scarsità di maîtres à penser, perché non proviamo con lui?”. Che ne facciamo di questo idiota ufficialmente dichiarato?

Idiota, recita il vocabolario, viene dal latino idiota, inesperto, ignorante, e dal greco idiotes, persona privata, semplice cittadino e “quindi” inesperto, ignorante, zotico. Perché non ripartire dalla minaccia di disordine e di instabilità proveniente dalla riduzione dell’individuo a idiota, a inesperto da sottomettere? Perché non mettere in discussione il presupposto dissolutorio della sua competenza che domina indiscusso la riflessione moderna sociologica e politica, impegnata com’è a emarginare tale competenza in ambiti di neutralizzazione e irrilevanza politica, a confinarla nel campo del privato e dell’informale?

Un ordine, un’organizzazione sociale che si regga sulla distruzione dell’idea di una competenza normativa formale nel singolo individuo si condanna alla sua propria distruzione. Una competenza normativa formale, ripeto, infatti una concezione relazionale e non causale del potere, esige che in ambedue i termini della relazione vi sia potere formale. Un ordinamento propriamente non può avere relazioni che con un altro ordinamento. Ne resterebbe così delineata l’idea di un pluralismo politico – e nel concetto di politico sono i concetti giuridici ad avere il primato – che, prima di essere pluralismo di partiti, di ideologie, di religioni, sia pluralismo delle istituzioni, delle fonti cioè della produzione di leggi.

Non può esserci ordine, né civiltà, dove c’è un’offerta di ordine che fonda in se stessa le proprie ragioni, nell’autonomia della propria coerenza interna. E’ questa una perversione dell’idea di ordine, peraltro niente affatto autonoma, avendo essa in realtà a suo fondamento l’odio per l’unico criterio logicamente possibile: quello del giudizio di con-venienza nei confronti di tale offerta, un giudizio che non può che essere singolare, individuale.

E’ quel che constata Niklas Luhmann, il sociologo tedesco che, sulla scia del funzionalismo americano, applica alla teoria sociale la teoria generale dei sistemi, divenuta utilizzabile come modello interpretativo in seguito agli sviluppi della biologia, delll’automazione, della cibernetica. Scrive Luhmann in Gli strumenti organizzativi del Welfare State e i loro limiti: “il problema che ci si pone ai giorni nostri, sul piano sia intellettuale che politico, consiste sempre meno nella realizzazione di principi e sempre più nel far fronte alla circostanza per cui le conseguenze di questa realizzazione minacciano ormai costantemente di travolgerci”.

Il rischio di caduta di una  razionalità burocratica, autonoma e autolegittimantesi, il rischio del suo rovesciamento nell’irrazionalità e nell’autodistruzione, proprio a causa della sua riuscita, era già stato delineato da Max Weber. L’irrazionalità dell’agire senza scopo proprio di una massa di sub-ordinati, di sottomessi all’idea stessa di sottomissione, di “soggetti” senza testa, si fa resistenza ad essa. E la resistenza, come insegna la psicoanalisi, non è una forza attiva, è fissazione, impermeabilità, inerzia, il cui peso può diventare travolgente.

In Luhmann questa intuizione si fa angoscia. Il suo “sistema”, che si regge in quanto funzione, e finzione,  di riduzione della “complessità” sociale e dell’angoscia di soggetti incompetenti, strutturandone le aspettative, neutralizzandone il consenso, dilazionandone e dislocandone gli interessi, assorbendone le delusioni, si trova esso stesso esposto all’angoscia.

Perso il criterio dei propri interessi i soggetti infatti non “interagiscono” più con le comunicazioni provenienti dal sistema. Diritto e denaro, che Luhmann riduce a “mezzi di comunicazione” di quali debbano essere tali interessi, diventano inefficaci. Non si presta più attenzione, non si crede più alle finzioni su cui si fonda la “riduzione di complessità”. Da organizzatore delle aspettative, il “sistema” si riduce ad aspettare invano.

E’ una conseguenza, questa, che avrebbe potuto far ritornare Luhmann sul presupposto, non dimostrato, della sua teoria. Tale conseguenza,  infatti, è una prova che gli individui, anche quando non pensano più il proprio con la propria testa, sono ancora perlomeno capaci della ”logica assoluta” di Scvèik. Tale presupposto, quello della scarsa capacità dell’individuo di ricevere ed elaborare informazioni in base a un criterio proprio, è esso stesso una ‘finzione’, la finzione su cui si fonda il sistema luhmanniano.

Osserva Danilo Zolo, nel suo libro Il principato democratico. Per una teoria realistica della democrazia, edito da Feltrinelli, come il “sistema” finisca per ridursi per i suoi soggetti a pura, e spettacolare, “duplicazione surrogatoria dell’esperienza”, con disastrose conseguenze di deprivazione sensoriale, di scarsità di attenzione sociale, di spersonalizzazione e astrattezza delle relazioni sociali, di indebolimento della capacità di giudizio e disorientamento delle motivazioni.

Una volta che si sia “alleggerito”, “esonerato”. “sgravato”, per usare  termini del filosofo e sociologo tedesco Arnold Gehlen, “svuotato”, per usare un termine di San Paolo, l’individuo della sua capacità di giudizio e della sua competenza normativa sulla base di un suo principio economico di piacere e dispiacere, una volta che lo si sia quindi intrappolato in una concezione causal-sacrificale del potere, tale potere non può che essere travolto dalla demenza, e dal successo stesso, del suo progetto.

Una scienza politica trasformata in scienza naturale, in cui il pensiero e l’azione individuale non siano pensabili che come effetto di sistema, è in se stessa contraddittoria.

Se la “destra” su tali questioni è fuori discorso, dà poco a sperare una “sinistra” incapace di ripensare e ridiscutere la riduzione dell’individuo a idiota, alla sfera cioè del privato e dell’informale, rinchiusa nel totalitarismo di una cultura politica fondata sul dogma moderno dell’unicità della fonte del diritto e della statualità di tale fonte. Se la fonte del diritto è una sola, il diritto cessa di essere diritto, per diventare mero imperativo, “causa” di azioni e pensieri.

Resta impensabile, e dunque impraticabile, indifendibile, l’idea di un ordine civile dell’esperienza degli uomini in quanto associati in cui si diano istituzioni d’altra fonte che non quella giuridico statuale.

In “Synesis”, n. 4, 1991

7 ottobre 2006

 

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