GIOBBE E TRIBUNALE FREUD

Talora ho proposto Giobbe come Patrono della psicoanalisi.
Nella sua attualità riedito questa mia pagina del 1998.
Commento anticipato odierno: immaginate queste frasi in bocca al bambino un momento prima di subire la menzogna del trauma patogeno.
Non la subirebbe più.
Ma non ce la fa: poi ci vuole una vita o, più brevemente, un’analisi.

Non è un dialogo: è una rissa. Sopra i massimi sistemi morali, psicologici, politici. Eccone dei cenni, dalla sceneggiatura che sto preparando sulla sceneggiata del laico Giobbe agli “amici” presi come forze morali della nazione:
«Mi fidavo e mi avete tradito! (6.15)
Tutto ciò è violenza: bella rettitudine! (6.25)
Manipolatori di parole! Sanguisughe della disperazione! (6.26)
Ve la prendete con uno che non può difendersi! Traditori! (6.27)
Coraggio, guardiamoci in faccia, facciamola fuori a muso duro: vediamo chi mente! (6.28)
Cialtroni! Popolo bue! Decerebrati! (12.2)
Banditi! Non la farete franca! Bestemmiatori! Bravi che avete Dio in tasca! (12.6)
Bestie! Ignoranti! Le bestia la sanno più lunga! (12.7)
Ma per chi mi prendete! Ci so fare anch’io! (13.2)
Ciarlatani! Stregoni! (13.4)
Ma statevi zitti, c’è rischio che diventiate più furbi! (13.5)
Bugiardi! Furbacchioni! (13.7)
Professorucoli! State in piedi perché non tira vento! (13.12)
Adesso parlo io, voi chiudete il becco! (13.13)
Vi ricuso: non mi servite a niente, faccio da solo, mi tiro su da me con i denti come un cane! Se Lui vuole può assassinarmi, ma la mia salvezza è Lui: voi ipocriti non c’entrate, levatevi di mezzo!, e anche dalla Sua presenza (13.14-16)
Consolatori miserabili! (16.2)
Forza tutti insieme, fatevi avanti cretini! (17.10)
Che faccia tosta: non avete fatto altro che infamarmi! Bel pestaggio in buona coscienza! (19.3)
Vi accanite su di me, non vedete l’ora si sbranarmi! (19.22)
É un aggressione premeditata! (21.27)
Che belle parole di conforto! Aria fritta! Non avete risposta, soltanto ingiurie! (21.34)
Incapaci! Impotenti! Idioti! Ignoranti! (26.2-3)».

Eccetera. Non male questo Giobbe. Mica tanto “paziente”. Ben dotato quanto a facoltà di giudizio: intollerante degli intolleranti, dei miscredenti clericali e teologi della maleficenza e impotenza divina, nel penare da causa e effetto penale. E anche piuttosto moderno, novecentesco anzi, ossia contromoderno, uno che del moderno ne ha non poco ma… fin troppo.

Non conosco l’ebraico: ho tradotto – dalle quattro o cinque traduzioni italiane e non , di cui dispongo – non forzosamente ma limitandomi a scegliere varianti lessicali e espressive non convenzionali, diciamo così.

Salvo eccezioni, i commenti a Giobbe che ho letto non mi hanno entusiasmato, anche senza tener conto dell’immagine superconvenzionale e fuorviante del vecchione esausto di vita (ma come potrebbe essere una saggezza rimbambinita reggere la passione della collera di Giobbe?).

Sono stato messo sulla strada di capir meglio passando per Abramo, cui l’arabo Giobbe è affine a ogni effetto. Un predone mercante che traffica e tira sul prezzo con Dio come su un qualsiasi suk mediorientale: cinquanta-quarantacinque-quaranta-trenta-venti-dieci! Da sbellicarsi! E Dio ci sta.

Del resto, è Lui il primo mercante. Alla nota conclusione: che è Lui a fare l’offerta, che poi dà forma alla domanda. Dimensione comica tra confidenti asimmetrici non meno presente nel dialogo Dio-Giobbe e Giobbe-Dio dei brevi capitoli finali 40 e 42.

Dimensione sfuggita al più dei commentatori, a rinforzo di un equivoco permanente sul contenuto del racconto come parabola drammatica. Si chiariscono molte cose se lo si prende non come il dramma di una sofferenza eccezionale, ma come quello dell’infelicità comune. Quella cui eticamente – vuol dire: collettivamente – ci si deve rassegnare, dicono.

Infelicità comune senza miseria psichica: Giobbe è una persona normale (ma la maggioranza compatta degli “amici” lo manderebbe dritto a un Gulag terapeutico del suo deviazionismo morale da soliti “valori comuni” et coetera).

Di sfuggita: Giobbe è confrontabile con Budda (oltretutto l’epoca di composizione del racconto li rende pressappoco coevi). Per Budda, il dolore è ordinario, non straordinario. Benché la soluzione di Giobbe non sia affatto quella buddista in nessuna delle sue varianti.

Infelicità comune (chi osa dire che non è grave?): distinzione contro la tentazione massima del dire, fare, pensare, piacere. E che stranamente solo sul finire dell’Ottocento ha ricevuto un nome, tra Sacher-Masoch e Krafft-ebing, quello di masochismo. Non subito compreso ci sono voluti gli orrori novecenteschi perché il senso della parola facesse… progresso tra gli uomini.

Ancora. Demistificazione dei più comuni enunciati del masochismo quando si fa Cultura: che il dolore sarebbe un privilegio, sia pure negativo; che la verità dell’uomo sarebbe nel dolore, bel pensierino della serie in vino veritas ; soffro ergo sum.

Un pensiero quest’ultimo, assai più diffuso e radicato di quanto si creda: chi di noi, nel rispondere alla domanda già equivoca “sogno o son desto?”, ha notato che il classico test del pizzicotto ossia del dolore non è buona per niente? Giobbe è intollerante della tolleranza del dolore come fine, o anche come condizione umana.

Non c’è rissa con Dio. Né indifferenza, anzi si tratta proprio di questo. Toccato Giobbe nel corpo, è la crisi, prova, radicale dell’amore. Infelicità, e grave: non ci sta a sopravvivere, piuttosto “Crepi il giorno che sono stato generato!” (3.3).

La prossima volta si parlerà del corpo. Concludendo con Giobbe sulle due parole lasciate in sospeso dopo dire, fare, baciare: lettera e testamento, ossia legge e privilegio.

Giacomo B.Contri, SanVoltaire, Guaraldi 1994, pp. 22-24.
L’articolo Giobbe era uscito su “Il Sabato” del 3 dicembre 1988.

27 ottobre 2006

 

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