DESIDERIO COME AVVENIMENTO

“Desiderio” è una delle parole su cui si fanno da sempre storie, teoriche e oscure, per di più con l’aria sofisticata di chi se ne intende e dice cose intelligenti sull’onda di storiche sbandate psicoanalitiche.

Non significa altro che avere voglia: voglia come forma sana della volontà.

É il desiderio malandato a respingere questo significato.

Che è un significato popolare: il solo errore sia del popolo sia dei colti a pari merito, è di credere di averli assicurati, i desideri, salvo che poi questi non sono soddisfatti, per colpa della società, del destino o di chissà che o chi. Poi si diventa dei “saggi”.

L’errore è di credere che il desiderio – compreso quello sessuale – sia già lì, garantito dalla natura, dallo spirito o da Dio.

Bella illusione: il desiderio bisogna meritarselo, o magari acquisirlo per i meriti di un altro.

Infatti anche il desiderio è in asse ereditario, salvo poi subire una tassazione onerosissima (che chiamiamo “superio”).

Come voglia è forza di movimento, ricchezza e modo della sua produzione.

La depressione psichica, o del desiderio, è in combutta con la depressione economica (Freud aveva ragione a parlare di economia psichica).

É anche potere: un desiderio indistruttibile è invincibile, ma tutto è fatto perché sia distrutto.

C’è un segno della presenza della sua dimensione: uso chiamarlo l’aperitivo.

In ciò resta insuperabilmente esemplare il bambino (finché non sarà guastato): va in giro per quel tanto di mondo che è a sua portata per farselo venire, avvenire: un desiderio è un avvenimento.

In vista del desiderio uno si mette in piazza per essere chiamato, ec-citato, mobilitato.

Tutto ma proprio tutto avviene nel campo di domanda e offerta: la patologia è l’uscita da questo campo.

Il desiderio non sta alle spalle, o in “fondo”, non precede: non si esprime, si nutre.

Si nutre ossia si elabora, e ai quattro venti: questa elaborazione è ciò che chiamiamo “pensiero”. In vista del desiderio uno si mette in piazza per essere chiamato, ec-citato, mobilitato.

Non è l’oscuro oggetto (Buňuel) a identificare il desiderio: è il campo o ambito cui si espone e in cui si es-pone.

La parola “universo” designa bene tale campo con i suoi frutti.

La metafora contadina del campo è accettabile in assenza di orizzonte, ossia in una terra piatta e infinita, come il pensiero.

Il desiderio è tutt’uno con il pensiero: poi subisce il crimine di venire classificato nel basso rispetto all’alto.

In questo  campo di produzione, co-produzione fino a un vivibile con-dominio, può darsi che un soggetto si fermi per godere: il godimento desiderabile – cioè nel campo del desiderio e non nel divorzio da questo – è contingente non necessario.

Né possibile o impossibile: contingente.

24 ottobre 2006

 

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