LA FAVOLA DELL’“INVIDIA DEL PENE” E LA LEGGE DI KANT

Tutti conoscono la favola dell’“invidia del pene”.

Favola sì, ma ciò non osta a che viviamo realmente benché delirantemente come personaggi di una favola o di un romanzo (Freud, Il romanzo famigliare del nevrotico). Gli storici dovrebbero tenerne conto, e non solo per il genere biografico. Il romanzo della storia economica non è ancora stato scritto.

Realmente, oppure oniricamente con notevole frequenza se non regolarità. Rammento che questi sogni prescindono dalla differenza dei sessi.

Quanto al caso reale, ne ho un importante ricordo d’infanzia, quello della bambina Milena che cercava di unirsi alla compagnia dei maschietti in tutto e per tutto, compreso il tentativo di urinare in piedi. Tutti la dileggiavano fino al soprannome “Milena tira la catena”. Io non mi univo al coro, e ciò mi serve ancora oggi.

Eppure è una favola: ma solo finché si confonde l’invidia con un desiderio, quello del decimo Comandamento ossia “desiderare la roba d’altri”.

L’invidia non è affatto questo: è la volontà che nessuno abbia “roba”. Non conduce neppure al furto, semmai al vandalismo. Esiste anche un vandalismo perbene, un terrorismo civilizzato.

Suo bersaglio è ogni beneficio, frutto, soddisfazione. Se colpisce nel sesso è solo perché la differenza sessuale è un bene universale. Il pensiero “donna fallica”, è la volontà in forma di fantasia che della differenza sessuale non goda nessuno.

L’invidia del pene è solo un capitolo del romanzo non del sesso ma dell’invidia.

Aiutiamoci con l’espressione “siamo pari” che corrisponde bene a “donna fallica”. Todos caballeros preso alla lettera, anche le caballeras.

Di quale parità si tratta? Non riguarda il censo, i diritti civili e quant’altro. É quell’idea o Teoria della parità che esclude, come un Comandamento, che un altro sia soddisfatto per mezzo mio, anche anzi soprattutto se la soddisfazione dell’altro è condizione della mia. L’altro non ci guadagnerà con me, a costo di impoverirmi.

Il romanzo dell’invidia è il romanzo di una Teoria.

Per l’ennesima volta invito a rintracciare il migliore esempio dell’invidia-parità nella parabola dei talenti: viene sanzionato come delinquente quello che sceglie di perderci piuttosto che operare per l’altro con proprio guadagno, ossia fare affari con lui in una partnership cioè un rapporto degno questo nome.

L’invidia è il principio antieconomico universale, fino a colpire la possibilità della partnership tra uomo e donna.

É una favola anche l’idea che l’invidia del pene parta dalla donna: la vecchia favola che imputa a Eva per prima il peccato originale. Invece il primo imputato è Adamo nel momento in cui imputa l’ancora innocente Eva: “E’ stata lei!”. É lui a interrompere il rapporto, che sarà sostituito da una parità astratta: toccherà poi alla donna accollarsi l’onere dell’invidia del pene. Che lo faccia con “femminile” sottomissione o con valchiria militanza, si tratta di vendetta implacabile.

Come psicoanalisti, è con questo che abbiamo a che fare.

Riprendo la parola “mezzo” sottolineata sopra: l’invidia come il Principio “non avrai beneficio per mezzo mio” è stato elevato da I. Kant a Legge morale, che proibisce di trattare l’altro come mezzo. Sembrava una Legge tanto umanitaria, egualitaria, liberale, democratica. É falso: essa sostiene la parità invidiosa che abolisce il rapporto come rapporto di profitto. Che, quando è, si aggiudica la vita sessuale con soddisfazione e godimento, senza invidia.

26 settembre 2006

 

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