IL GIORNO DOPO…! DA QUI ALL’ETERNITÀ

La vecchia battuta di Dario Fo ironizza il lieto fine o happy end che inaugurerebbe l’eternità:

E vissero eternamente felici.
Il giorno dopo

La psicoanalisi è nata per rispondere alla questione del giorno dopo (Un uomo che ha domani è il titolo di un mio contributo recente).

Così come l’idea corrente di eternità è nata per bloccare la questione, anche per non credenti che non per questo non hanno la medesima idea: le idee religiose non implicano una fede, ossia non è questa a introdurle.

Lo schema è sempre lo stesso:
l’uomo è un ente finito, limitato, mancante e può solo fallire. Poi subentra Dio come ente infinito, illimitato, perfetto che – e qui va posta attenzione – non dico per-feziona cioè porta a buon termine, il che implicherebbe il tempo e il correlato lavoro, ma semplicemente colma, o stracolma, una volta per tutte. Riempie un buco, un puro nulla. Nichilismo teologale.

Non c’è giorno dopo. La morte diventa l’oggetto del desiderio.

Ma l’innamoramento, Eros, non è amore finito: è amore… finito ancora prima di cominciare, fallito in principio, è l’errore sull’amore che è l’errore di tutti gli errori. Per questo può solo aspirare all’ultimo dei giorni.

La coppia “amore-morte” è un’idea più stupida di quanto pensassero i Romantici.

L’amore, se fosse, sarebbe la preparazione del giorno dopo, pre-meditazione cioè pensiero. Non solo non chiude col tempo, ma lo apre: in quanto il tempo del giorno dopo.

Ma per tutti il tempo significa angoscia, o noia, ne siamo ossessionati: ossessivamente segnamo il passo. L’idea di un Dio senza tempo è la Teologia di un Dio angosciato, annoiato, ossessionato anche Lui. Può solo desiderarsi morto: ecco la “morte di Dio”.

Una tale idea non è molto rispettosa di Dio. Anzi, posto che “uomo e donna li generò”, lui stesso non sarebbe stato molto rispettoso ponendo in essere dei falliti, né molto amoroso nel suo istintivo “amore” per dei falliti.

Non è di fallimento che si tratta, ma di delitto, o peccato, ossia un atto. Benché male, va già meglio: l’imputabilità è sempre una buona notizia.

14 Settembre 2006

 

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