Indietro al Sommario "Sito precedente"

      

 

STORIA DI UN ιδιώτα

 

    

     La mia vita si è tutta svolta da uomo comune, ossia tra i due significati opposti della parola greca ιδιώτης (qui italianizzata in ιδιώτα):

 

     tra quello di cittadino in quanto ha voce in capitolo nella Città ossia nel “pubblico”, ma pur sempre anche nel caso più eccellente inquinato dalla sua restrizione a “privato” (benché una restrizione molto allargata in certi casi),

     e quello di idiota nel significato corrente della parola, che designa il “privato” assoluto, la servitù di una libertà astratta, l’“individuo umano astratto” marxiano, la cui libertà si riduce a quella di un pensiero che è solo effetto, non solo senza efficacia ma senza competenza alla fonte. La competenza del cittadino, se è, è universale senza privatezza: Città e universo coincidono: bisognerebbe finirla di riservare la parola “universo” alla realtà fisica

 

     Rammento che nell’individuo astratto di Marx (conseguente alla liberazione dalla servitù della gleba), la libertà si restringe a quella di vendere “liberamente” sul mercato la propria forza-lavoro come merce. Con Freud prendiamo da un’altra parte la restrizione della libertà: l’impensabilità, per censura, del pensiero che, se è, è la suddetta competenza universale - non privata - alla fonte.

 

     Non conosco vite che non siano trascorse nella tensione tra i due opposti, che sono due opposti tali che anche il più privilegiato è segnato dall’idiozia della privatezza.

 

     Proprietà aut predicato    

 

     Non occorrono grandi voli etimologici:

     ίδιος in greco significa ciò che è proprio, per esempio è ίδιος il nome proprio, ma già inquinato dalla ripartizione pubblico/privato; τά ίδια sono gli affari privati, όι ίδιοι i privati. L’opposizione privato/pubblico rende problematica la valorizzazione dell’ίδιος nel senso di ciò che è singolare in uno a confronto di tutti gli altri. Rammento che spesso J. Lacan quando nominava qualcuno aggiungeva: “pour ne pas le nommer”;

     ιδιότης designa la proprietà ma come carattere specifico, particolarità;

     ίδιώτης designa il cittadino come privato o semplice cittadino, che si ripartisce poi nelle classi suaccennate (servirebbe una ben rinnovata analisi delle classi).

 

     Non è difficile comprendere come già nell’antica Grecia questo significato classificatorio potesse scivolare, anche classisticamente, in quello di “idiota” in senso corrente, tanto più quanto più estrema e astratta si facesse la privatezza in quanto l’impotenza di chi non conta nulla nella Città (rammento quel Direttore del personale che quando voleva farsi comparire davanti un impiegato di basso profilo intimava: “Chiamatemi quell’idiota!”)

 

     E’ la nostra “persona fisica” quando presa all’opposto diametrale dalla “persona giuridica”, e dunque incompetente in misura ingravescente con il crescere della distanza, fino ai significati psicopatologici. Infatti c’è un’idiozia nevrotica, e anche psicotica (la “dementia praecox” di E. Kraepelin, poi rimpiazzata da “schizofrenia” nella scorretta pulizia-polizia lessicale fatta da E. Bleuler), fino a quel caso di autismo che è classificato come idiot savant o Fachidiot nella sua contabilità vana (Dustin Hoffman in Rain Man).

 

     Sottolineo l’alto livello di astrattezza del predicato “privato” che fa l’idiota sottraendolo alla mobilità individuale nell’universo. Alcuni chiamerebbero “concretezza” questa astrattezza del provincialismo soggettivo (l’individuo come provincia atomica) che tende asintoticamente all’assoluto della formica nei suoi “rapporti concreti” con le altre formiche e con l’ambiente.

 

     Quale rivoluzione linguistica e cogitativa occorre per riuscire a privarci del privativo “privato”? La lingua greca lo ha forgiato per esentarne i Filosofi, i padroni dell’operazione astrattiva o predicativa che fa il privato. E’ a questo punto che arriva Freud, consentendoci di disegnare un pensiero che ne esenta tutti.

 

     Rinuncio a un excursus sull’idiota letterario, compreso quello cristico di Dostoevskij. Salvo annotare che nei secoli cristiani anche Cristo, e proprio in quella che doveva essere casa sua, è passato a ιδιώτης tra i due opposti. Cosa strana, avendo operato come figura pubblica sempre, senza “privato”. Se non proprio idiota, santone magari promuovibile a profeta, ma anche uno schizofrenico in compagnia musicale con un’isterica : mai un pensatore (quale è nella narrazione), che è il caso unico in cui un cittadino non è un privato.

 

     Kelsen con Freud

 

     A questo proposito rammento il mio entusiasmo per H. Kelsen (nel mio libro La tolleranza del dolore. Stato, diritto, psicoanalisi, 1978) con particolare riferimento al capitolo conclusivo di La dottrina pura del diritto:

 

     “Risultano due tipi di interpretazione chiaramente distinguibili l’uno dall’altro: l’interpretazione del diritto da parte dell’organo che deve applicarlo, e l’interpretazione del diritto che ha luogo non da parte di un organo giuridico, ma di una persona privata e, particolarmente, da parte della scienza del diritto” (corsivo mio). Ecco il pensiero, la competenza nelle leggi, un vero cittadino non idiota, non (mal)ridotto alla privatezza o idiozia se è come “privato” che realizza la scienza del diritto.

 

     Ecco la prima se non unica questione della politica, se la si vuole. Ma non è quasi dato di incontrare il desiderio che la questione venga posta all’ordine del giorno, anzitutto nella vita quotidiana, né la facoltà di farlo, e ciò per difetto di… pensiero. Né il pensiero anarchico fa eccezione al regime anarchico tanto dell’idiozia quanto della civiltà (il problema della civiltà è quello di razionalizzare la propria costituzionale anarchia).

 

     L’idiozia è la massima invenzione del pensiero greco: che da quella è sorretto mentre la sotto-pone. Del pensiero greco lo schiavismo è sostanza, upokéimenon.

 

     Anche Freud è stato una tale “persona privata” come H. Kelsen, senza privatezza o idiozia.

     In ciò, esplicito la completezza freudiana nel fatto di sapere trattare solidalmente: patologia-delitto(-“peccato”)-idiozia.

 

     Nella patologia si è idioti tecnicamente, perché vi si compiono rinunce intellettuali, de-menziali, il cui caso-principe benché non unico è la rimozione (ecco perché non piace ammetterla).

 

     Nessuna analisi si può considerare conclusa senza un esaustivo riconoscimento di “Che idiota sono stato!”.

 

     Nel pensiero di natura, ricapitolante il pensiero di Freud, l’ίδιος si realizza lasciando la scena  greca dell’ιδιώτης.

 

     La san(t)a sede del proprio

 

     Nella patologia siamo degli es-propriati del proprio, dell’ίδιος come proprietà personale prima della proprietà materiale, anzitutto di quel bene che è corretto chiamare “ben dell’intelletto” o pensiero. Espropriati nel passaggio dalla proprietà - che è facoltà, come tale attiva - al predicato, o alla funzione logica (nella vecchia filosofia: predicato dell’essere). E’ così che diventiamo idioti. Non la proprietà ma il predicato è un furto.

 

     Un esempio tra cento: “padre” è la proprietà dell’avere un figlio-erede; “paternità” come  predicato con tanti astratti correlati, è il furto di tale proprietà con effetti patogeni, e idiotizzanti, per figli e padri.

 

     Il pensiero di natura è l’unificazione della “persona” nella persona giuridica, san(t)a sede del diritto, facoltà di suffragio universale nella sede individuale. E’ il concetto squisitamente laico di “santo” (anche J. Lacan si è esercitato su questo concetto): se non significa questo non significa nulla.

 

     La psicoanalisi è riabilitazione della proprietà o facoltà di pensiero dalla sua debilitazione nella patologia. Nella sua modestia, humilitas, il suo è un atto politico: da molto tempo dico che è una pratica agorafilica, non claustrofilica o privata.

 

     Questa parte trova seguito nella successiva, Freudiano.

 

Poscritto

IL MONDO DEL PREDICATO, O IL “NARCISIMO”

 

     (pubblico questa pagina che ho ritrovato  scritta in precedenza, giugno 2006)

 

     Ho trascorso la mia vita di ιδιώτα in un mondo di predicati attribuiti a un soggetto, che è il “Mondo” in senso giovanneo cioè il “narcisismo”, mio o altrui poco importa. Narciso può predicarsi bellezza e amore anche se è un rospo sadico e omicida, o un “Dio maligno”, che importa?: al predicato non si guarda in bocca come al predicato “dono” del cavallo di Troia o al predicato “essere” dell’ente.

 

     Timeo Danaos

 

     La psicoanalisi guarda in bocca, o meglio rende parlanti, confessanti, gli ambigui “dono” e “essere”, ambedue temibili nel loro mutismo come i Danai quella notte. Afasico com’è, l’“essere” teorizza la de-menza ritirandosi nel cielo dell’ineffabilità. Poi l’afasia non si fa scrupolo di passare loquacemente al predicato, e ne nasce la corporazione dei predicatori (religiosi, laici, antireligiosi, logici, filosofici, psicologici, partitici e quant’altro), governo del Mondo come talk show.

 

     La bocca vorace, predatrice, del predicato è di… bocca buona, può ingoiare tutto prima di sputarlo, amore, essere, verità, bellezza, bontà, intelligenza…: Ecco il mondo detto “narcisismo”, incivile civiltà la nostra. Ho appena detto che l’afasia non è sempre muta: quando parla mente vomitando Ideali. La massa applaude, con rumore assordante mistificato dalla musica.

 

     Il delitto contro l’umanità è far passare l’uomo alla funzione, al predicato dell’ente, alla Psicologia, all’Educazione, alla psicologia delle masse, all’istinto (“basso”-corporale o “alto”-spirituale e “divino”), al narcisismo (fissazione al predicato, per esempio “bello” o “innocente” predicati del bambino, dopo di che potrà commettere ogni bassezza nella sua presupposta purezza “alta”: eroe eroinomane).

 

     Poveri di spirito

 

     Neanch’io, anche da psicoanalista, sono stato senza peccato, passivo o attivo, nella poco edificante edificazione di un tale mondo. Imputabile, e ciò mi piace, questa imputazione mi dispiace.

 

     Il “Mondo” è quello dell’espressione “il mondo che mi circonda”, ossia un pensiero paranoico nonché narcisista (l’io al centro come la palla, l’idiota a centro campo).

 

     Se espressioni come “povertà di spirito” o “povertà francescana” hanno significato, è quello della spoliazione fruttifera di tali predicati. Il predicato impoverisce, anche materialmente, sfrutta senza frutto né usufrutto.

 

     Monoteismo

 

     Neppure Dio se l’è passata molto bene nel Mondo, tanto gli si è astrattamente predicato addosso (onnipotenza, onniscienza, grandezza, amorosità, misericordiosità …) con sottoproletaria e querula dovizia, che neppure eroga panem et circenses.

 

     Il monoteismo ha predicato la paternità dell’ente “Dio”, guardandosi bene dal risolvere tutto “Dio” nella proprietà “Padre”: la cui esistenza è solo il derivato del fatto di avere un erede cioè un figlio (la reciproca sarebbe scorretta: avere un figlio cioè un erede). Un figlio è sempre genitus non factus: vero è, come tutti sanno, che si può… fare, ma nel puro fare si fa solo uno schiavo, anzitutto in quel vero e proprio fare che è il predicare, cioè l’impurità derivante dalla pura purezza.

 

     Nell’essere predicato prevale il fare-da o agire-da (si noti che è un imperativo: il predicato comanda, J. Lacan lo chiamava anche “significante” separato dal significato). Ne consegue che un “Dio” che si rispetti non agirebbe da-Dio (S. Paolo lo annota).

 

     Talento negativo e sessi

 

     Ho chiamato tale povertà “talento negativo” (da una lettera di M.me de Staël): intendo il vero talento o facoltà del non indossare l’abito del predicato, né farselo addossare (il bambino ne è facilmente succube e si ammala).

    

     Quando il predicato è sessuale, l’applicazione del talento negativo ai sessi incontra una denominazione già pronta, adeguata e chiara: “castrazione”. Che è desiderabile perché applicata non al corpo ma all’indebito sequestro dei suoi sessi nel predicato sessuale, quello che abolisce uomo e donna nell’imposizione: agisci “da-uomo” e “da-donna”! (fino alla ridicolaggine di espressioni come “chi porta i pantaloni”, o alla dubbia morale del “debito coniugale”).

 

     Senza questa castrazione, che è liberazione del pensiero da un’invasione predicativa, c’è angoscia, inibizione, sintomo, e invivibilità sessuale. E’ nella caduta del predicato sessuale che la vita dei sessi guadagna in possibilità. E insieme in moralità, perché l’immoralità è nel predicato, non nei sessi che come tali sono esentasse: è il predicato a imporre tasse cioè a fare imposta. Nella vita dei sessi moralizzata dalla castrazione di un predicato folle (“sessual-ità”), c’è perfino  umiltà: cui la superbia narcisistica si rifiuta, passando da esentasse a esensesso, con l’eccezione dello stupro (siamo più tolleranti con la prostituzione, non anzitutto quella professionistica ma quella ordinaria: quanti sono certi che la loro vita sessuale non è prestazione?, incluso il suddetto pio “debito coniugale”).

 

     L’antica “concupiscenza” è il predicato sessuale imperativo “agisci-da”. L’impurità sessuale dei moralisti - predicatori perché predicativi - non è sessuale ma predicativa. Le morali sessuali hanno la concupiscenza come presupposto teorico, cioè non sono morali. E in ultima analisi sono omosessuali, e costituiscono la miniera millenaria della cultura gay (e oltre).

 

     Non esistono atti impuri: solo una morale può essere impura, e come tale comandare atti impuri. Considero impura la morale “pura” kantiana: non è ancora stato fatto il processo agli atti impuri che ha comandato, nel suo essere l’edizione più perfetta del “super-io” freudiano.

 

     Castrazione come correzione dell’errore

 

     Per la millesima volta: l’“istinto” sessuale non esiste in natura, è solo la plurimillenaria mistificazione del predicato sessuale, ossia una Teoria.

 

     “Castrazione” designa così una sanzione liberatoria, applicata a un errore che è un illecito, l’imposizione ai sessi di un predicato imperativo che si fa forte di una menzogna teorica, la Teoria detta “istinto” (sessuale in questo caso).

 

     Nel talento negativo non c’è più né maschio né femmina  In esso possiamo fare nostra la frase “non c’è ebreo né greco, né schiavo né uomo libero, né uomo né donna” per caduta del predicato a favore della proprietà.

 

     La distinzione, lo dico da anni, è pratico-economica: la proprietà fa frutti ossia ricchezza, mentre il predicato fa pidocchi ossia povertà.

 

     Agosto 2006