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FREUDIANO
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Ho preso le mosse da un “Eureka!”, inizialmente sviluppato come in sordina. Da esso ha avuto inizio una riforma lessicale nei riguardi del lessico freudiano e psicoanalitico, una riforma con estese anzi illimitate conseguenze come vedremo. Una riforma che a suo tempo J. Lacan aveva giudicato “prematura”.
Eureka!
La “trovata”: Freud non ha fatto che parlare di leggi di moto di certi corpi (anzitutto con la parola “pulsione”), della competenza legislativa individuale in tali leggi, e dell’attacco a tale competenza che ha esito come psicopatologia nella sua relazione con colpa e idiozia. E’ la singolarità di tali leggi - non naturali - a individuare certi corpi della natura come “umani”. Dunque Freud, dopo Pilato, è stato il primo a poter dire con ragione “ecce homo!”
La competenza individuale essendo di pensiero, per il meglio o per il peggio, Freud non ha fatto che parlare di pensiero. Ma la scoperta della competenza legislativa individuale (anche nella patologia) poteva solo seguire quella della singolarità di leggi di moto non date in natura.
Scompariva così ogni idea di profondità, dietrologia, introspezione, e soprattutto di occultismo, come pure di inconcepibilità e ineffabilità, e anche di interiorità se non come facoltà legislativa individuale o meditazione - da medēri cioè aver cura - della legge. Ma allora si può rinunciare all’idea di interiorità a favore di una topica della superficie.
Che cosa cambia se, come dice il Salmo, “medito la legge del Signore”?: infatti se il “Signore” non è un cretino o un malvagio, la sua legge significa che ha lavorato per me con il suo pensiero, anche dandomi idee e occasione di pensiero. In generale, non aspiro a pensare tutto io: se uno pensasse per me, il Signore o un altro, condividerei con lui i profitti senza timore che mi derubi.
Sono grato al cristianesimo - quale che sia lo stato attuale della mia “fede” e “confessione”, si veda oltre “Cristiano?” - per il mio primo accesso consapevole al principio di piacere ossia al giudizio di beneficio: è per un tale giudizio - ricoprente tutto ciò che è sensoriale, motorio, cogitativo - che il “Signore” può starmi a cuore, per sua stessa dichiarazione scritturistica (vedi “salvezza”). Ora, chi disponga di un tale giudizio - il cui ambito di validità può solo essere quello illimitato della comunità umana, o come diceva J. Lacan “non può esserci soddisfazione di uno senza soddisfazione di tutti” - dispone di competenza legislativa universale.
Lo diceva anche I. Kant ma in opposizione a noi, perché scindeva etica e diritto sottomettendo il secondo alla prima come super-egoica e super--giuridica (ma il cristianesimo si era kantizzato ben prima di I. Kant: questi ha solo dovuto tirare la rete). Per noi il pensiero (“di natura”) è esso stesso un primo diritto (non il “diritto naturale”) a sede individuale: l’individuo è la san(t) sede del diritto. In un “Regno dei cieli” comme il faut ossia terreno (senza di che avremmo ragione a sentirci derisi dall’“alto” dei cieli), quest’ultima frase designerebbe il soggetto della Costituzione.
Il pensiero è il suddetto medēri, anche quando è campo di battaglia sulle leggi (la patologia è un campo di battaglia, conflitto). O anche: è un De corpore-de homine-de cive in un solo libro, degno del detto tommasiano: Timeo hominem unius libri (timor significa anche rispetto).
Posta questa premessa, arretro di qualche passo.
Psicologia in morale
Leggevo Freud fin dai primi anni della facoltà di Medicina. Dopo la laurea in Psicologia nella medesima Facoltà - ricordo bene l’estate 1967 - iniziai la lettura degli Écrits di J. Lacan, usciti l’anno prima, di cui mi rimase convincentemente impressa una frase: “Freud ha fatto rientrare la psicologia nell’ambito della morale”. Era una rivoluzione, non solo riguardo a tutta la Psicologia novecentesca di cui mi ero istruito, ma anche riguardo al Freud psicologizzato e psicoterapizzato che veniva e viene generalmente proposto.
Capii poi la portata generale che questa frase aveva nell’opera di quello che presto sarebbe diventato mio analista e maestro (ma a lui non piaceva essere un Maître nel doppio significato), anche se per lui questa scoperta ha preso la via dell’etica nella distinzione kantiana di questa dal diritto (distinzione già di Antigone), mentre per me ha preso la via del diritto, un primo diritto (non quello “naturale”) rispetto a quello comunemente noto. Ma rinvio lo sviluppo di ciò alla parte intitolata “Con J. Lacan”.
Riforma
Chi vorrà sapere gli sviluppi a tutto campo di queste premesse anche autobiografiche, non ha che da rivolgersi ai testi, accessibili in questo sito come in quello dello Studium Cartello. Quella riforma lessicale nell’estensione della sue conseguenze, riguarda anzitutto la cosiddetta “pulsione”, ovviamente non istinto, inesistente nell’uomo: Freud ha almeno provato a liberarci da tale fanatica Teoria o Idea, denunciata ma nell’impotenza da A. Schopenhauer.
Ho detto “fanatica”, e non c’è fanatismo peggiore di quello teoricamente organizzato. Uno dei fanatismi è quello per “La Ragione”, perché non vuole sapere che non ce n’è una sola. (K. Schneider ha descritto il fanatismo psicopatologico nelle sue specie, tra le quali quella querulomane, tanto formalistica). Solo la scienza ha teorie non fanatiche, ma occorre prudenza sul limite (sui limiti varcati non è ancora stata fatta inchiesta, e non si tratta soltanto delle “ideologie scientifiche” di L. Althusser).
La riformulazione della “pulsione” come legge di moto non fisica di corpi fisici (e dunque non di competenza della scienza), legge posta o positiva e conoscibile proprio nel e per il suo essere posta, rende pensabile un pensiero libero aldilà della moderna “libertà di pensiero”. E J. Lacan ha esercitato utilmente, almeno per me, il dubbio metodico sul pensiero libero, non causato (dall’“oggetto a” - cause du désir, cause de la pensée - sul quale ora non spendo parole). E’ il dubbio sull’esistenza dell’uomo se non come sembianza d’uomo (semblant).
Del pensiero Freud è stato lo scienziato e l’amico, fino alle soglie di quel pensiero de natura per passare al quale occorreva ancora un colpo di pollice.
Nel pensiero di natura - articolazione di quattro articoli: 1. fonte o Quelle, 2. spinta o Drang, 3. oggetto o Objekt, 4. meta o Ziel - accade… un nuovo accadere (psychisches Geschehen) rispetto all’accadere psicopatologico. L’analisi stessa è già un tale accadere, ossia è una legislazione del moto del corpo, correntemente detta “tecnica”:
1. la fonte (Quelle) è un soggetto elaborante autonomi atti legislativi del moto del suo corpo, come fonte ossia non come soggetto causato o effetto. E’ un soggetto riabilitato dalla debilitazione o esautorazione psicopatologica; 2. questo soggetto è capace di subordinarsi, sì, solo però ad ec-citamenti (Drang) che sono vocazioni o chiamate per la sua elaborazione ossia per la sua vita. “Eccitabile” nell’uomo significa mobilitabile, chiamabile a un lavoro per il profitto (e capace di subordinarsi anche alla memoria dei suoi stessi atti di pensiero presenti o passati, cioè senza censura né susseguente rimozione); 3. l’oggetto (Objekt), qualsiasi anche ideativo, è il campo di una divisione del lavoro con un partner - che è partner perché condivide e prosegue per parte sua il lavoro sull’oggetto - su oggetti che sono materie prime per un prodotto finito con profitto supplementare; 4. la meta (Ziel) non è il consumo del preesistente oggetto, con riduzione delle risorse a scorte per la soprravivenza, bensì la libertà di movimento, o godimento, nel campo del profitto: una libertà esente da ogni valutazione morale semplicemente perché la moralità è questa legge stessa (“ama et fac quod vis”). In questo campo: a. la vita dei sessi cessa di essere il fanatico modello del godimento; b. essa diviene possibile, diciamo così, esentasse.
Talento negativo e sessi (bis)
Ho chiamato “talento negativo” l’operatore di questa legge: esso è l’autentico talento del non avere obiezioni di principio ad alcunché come eccitamento, come oggetto, come partner, come godimento nel profitto. Il talento negativo fa obiezione esclusivamente alla distruzione, Zerstőrung, all’annullamento, Vernichtung, della legge stessa.
L’ambito di validità della legge è in-finito, non gli è imposta alcuna finitezza. Il pensiero è infinito, è paragonabile a una superficie senza limiti, non è privato o idiota.
Non potrebbe mancare un cenno sul capitolo dei sessi. In cui sbagliamo tutto proprio quando sono configurati come capitolo, o “sfera”, tradizionalmente detta “sessualità” che altro non è che un nome dell’errore sessuale, un’assurda delirante “-ità” o essenza dei sessi in cui siamo collettivamente pazzi ma senza diagnosi. Si è sempre obiettato il “pansessualismo” alla psicoanalisi, per non voler sapere che la psicoanalisi diagnostica il nostro comune fanatico delirio sessuale, comune e consensuale fino a teorizzare l’“istinto”.
La teoria “sessual-ità” è l’obiezione di principio ai rapporti tra partner sessuati, la mancanza di talento negativo riferito ai sessi. L’omosessualità è una tale obiezione di principio al partner di altro sesso: e non anzitutto al “fare sesso” ma all’averlo come partner.
Nel pensiero di natura assume significato desiderabile l’oscura parola “castrazione”, che significa semplicemente che sulla sessualità bisogna solo togliersi il… pensiero. Si tratta di castrarsi via l’idea delirante “sessualità”, uno dei peggiori limiti del pensiero oltre che della vita sessuale.
“Verginità”
Quanto a quel celeberrimo e inutilissimo decoro mezzalunare che è sopravvalutato da tutti i fanatismi, io non dico che è deprecabile, ma che è de-predicabile: infatti esso è divenuto, fin dal “peccato originale”, il predicato biologico - extralinguistico ossia un’idea delirante, maschile e omosessuale prima che femminile - di una “verginità” che, se fosse non un predicato ma una proprietà, sarebbe piuttosto quella della virgo in quanto pronta o “parata” per un “Signore”, come nella parabola delle Vergini (che descrive un Harem - non un monastero né un bordello - nell’indubbia comicità erotica della parabola stessa: gli uditori, commentavo già, dovevano rotolarsi dal ridere).
Ho avuto sì occasione di difendere la virginitas senza deprecarla, ma solo come il caso estremo di una virgo che non “ci sta” se non con un Signore che si rispetti veramente ossia che la onori (ancora una volta niente “istinto”, né istericità-uterinità femminile: l’isteria non è un privilegio femminile, anche se non mancano donne che aspirano all’esclusiva). Questo caso è l’opposto sano del patologico “tabù della verginità”. Nel quale si verifica quotidianamente la battuta comico-glaciale di J. Lacan che “à sainte femme fils pervers”. Conosco molte sante donne, ma donne sante…
L’astensione è virtuosa solo come astensione dal predicato, non da un qualsivoglia atto. “Vizio” non è atto ma decadenza dall’atto, cioè conseguenza del “peccato originale”. Il che faceva dire a J. Lacan che “L’homme est un bon à rien”.
La virginitas di cui dico è palese nell’“Edipo” femminile, prima che venga distrutto o annullato (zerstőrt, vernichtet), come ho più volte illustrato.
Si vede che sono un devoto della Madonna.
Trasfigurazione
La sessualità (istinto) esiste in natura come il vino, che in natura non esiste: è un arte-fatto, anche se molti non conoscono bene quell’arte, e il mondo è pieno di gente senza arte né parte. Fanno sorridere quei produttori di vino che lo pubblicizzano come “naturale”: nella natura dell’acino, oltre a non esserci alcool, non c’è neppure un’ombra di vino neppure “in potenza”. Nei confronti del vino non c’è in natura alcuna esigenza né istinto. La “concupiscenza” è come l’alcoolismo, in cui manca perfino il gusto per l’alcool. Ciò che dico balzerebbe alla seconda potenza se parlassi dello champagne, il gusto per il quale è di pochi. In passato ho cercato di fondare un metaforico Club dello champagne, cosa non facile: ora potrei provare a fondare un Club di amatori dei sessi, sapendo che saremmo in pochi.
Non esiste gradino o anello intermedio tra uva e vino - cioè questo passaggio non è creazione -, tra sessi e vita sessuale, tra natura e cultura, o civiltà. Nel vizio, alcolico o sessuale, non c’è natura ma solo civiltà: l’inciviltà anche sessuale - cioè il caso più comune - è solo un caso di civiltà mal-andata. E’ come per la ferocia: questa non è delle fiere ossia non esiste in natura, che comporta solo lo stretto necessario per la predazione o la difesa.
Non è che natura facit saltus: è che il passaggio è fatto da un soggetto elaborante, senza eccezione. C’è sì una e unica eccezione, che però nel Mondo è regola: quando il passaggio è fatto da un usurpatore del potere del soggetto. La scelta freudiana della parola super-io per designare l’usurpatore dell’io è semplicemente adeguata: nei lontani tempi greci si diceva epi-stéme, parola colta per “sistemare” il già colto, o privarlo a “privato”.
Questo passaggio merita il nome “miracolo” senza il consueto miracolismo. Ho già osservato che la scoperta freudiana del corpo lo scopre in permanente trasfigurazione: è il concetto stesso di “pulsione”, anzitutto quella orale o legge di moto nel mangiare. Lo dice inconsapevolmente la lingua tedesca: nell’uomo si tratta di essen non del fressen animale, che non esiste nell’uomo anche quando uno mangia come un p..co. Ho scritto di ciò in Aldilà il corpo.
Colto è il soggetto che opera il passaggio. Esso è terzo tra la Natura e la Cultura levistraussiane. La terzietà - come si dice del Giudice nel processo - è del soggetto (“fonte”). Nell’eccezione usurpativa l’io si rinuncia come colto per sottomettersi alla Cultura come centrale di comando (talvolta obtorto collo come in certi kapò): sotto il ricatto di una minaccia (dell’angoscia) che introduce una specie nuova, ma anche la più generale, di viltà morale, che è viltà intellettuale.
Presenza o assenza del fanatismo sessuale, credenza o miscredenza nell’“istinto”, potrebbero fare da test per distinguere tra loro culture, morali, psicologie: oggi come oggi non se ne salva nessuna. L’Occidente tiene il muso a Freud perché questi non gli risparmia l’imputazione di fanatismo in particolare sessuale (non che l’Oriente e il Medio-oriente stiano meglio).
Non più meta-istinto-oggetto sessuale, bensì un’occasione - né causata, né comandata, né proibita - per onorare il partner anche nel suo corpo. Qui l’onore cessa di essere parola desueta, ma solo disertata. L’onore è seguito dal rispetto: non vale la reciproca.
Dal pensiero di natura si apre la coltivazione dell’ordine giuridico del linguaggio. |
PoscrittoPSICOANALISTA-FILOSOFO |
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La storia della psicoanalisi, tutt’uno con la storia tardomoderna o postmoderna, racchiude ancora un immenso errore classificatorio, o tassonomico. Ciò è testimoniato dai numerosi e ripetitivi “dialoghi” intercorsi tra filosofi da un lato e psicoanalisti dall’altro. E’ sempre stato un errore.
Questo è reso esplicito dal passaggio al pensiero di natura che, come pensiero senza la platonica distinzione tra epistéme e dòxa, ritrova la psicoanalisi come sua applicazione nella cura, e l’ordine giuridico del linguaggio come estensione del pensiero in ogni ambito della lingua degli uomini.
Pedofilia psicologica aut meta-psicologia
Sorvoliamo ora sull’esistenza di una “lingua degli angeli”: è lingua(-linguaggio) quella in cui co-incidono - grazie al pensiero pre-meditante in quanto competenza individuale di cui non esiste un grado superiore - la lingua parlabile e l’organo che la parla. In questo senso il “meta-linguaggio”, se ha la sua legittimità in certi contesti, in tale parola compie un abuso linguistico perché non è parlabile. Con l’aggravante che c’è chi vorrebbe convertire anzi pervertire il linguaggio a metalinguaggio.
E’ più grave abusare della lingua o abusare dei bambini? Non scagiono la pedofilia (anche se non sappiamo affatto bene la ragione dell’imputazione), ma l’imputazione maggiore dovrebbe riferirsi all’abuso di lingua (cui il pedofilo è soggetto non meno di chi strepita sul suo delitto).
L’errore più che secolare sta nel preconcetto della suddivisione del pensiero tra un dominio detto “Psicologia” e un dominio detto “Filosofia” (ancora il “divide et impera”), con classificazione della psicoanalisi nella prima. Ma Freud ha abbattuto proprio questo preconcetto: non per disconoscerlo nella sua esistenza, ma per riconoscerlo come esistenza patologica (durissima a morire d’altronde).
La parola freudiana “Metapsicologia” è stata combattuta anche da psicoanalisti e sostituita con “Psicologia”, e si comprende bene il perché. Questa sostituzione è tutt’uno con quella di “affetto” con “emozione”, e ancora una volta si comprende il perché: l’affetto freudiano è una cosa sola con la vita del pensiero - non “vita e pensiero” bensì “vita è pensiero” -, mentre la teoria delle emozioni colloca queste in una “sfera” a sé rispetto al pensiero. Non ci sono sfere nel pensiero di natura.
Freud è “copernicano” proprio nel finirla con un mondo di “sfere” più o meno tolemaiche, e patogene fino all’idiozia e alla demenza (e anche criminogene: un capitolo che abbiamo iniziato ad aprire nei due Corsi: “Io. Chi! inizia. I dieci comandamenti”, 2000-01, e “Dai vizi capitali ai vizi psicopatologici”, 2005-06). Ed ecco le sfere del lavoro, dell’amore, delle emozioni, dei sessi, della speculazione, dell’economia, del diritto, della scienza, dell’interiore e dell’esteriore. Un tolemaismo di sfere che ricade sul professionismo, viziato dalla confusione di esso con la competenza individuale nel pensiero, quella la cui es-propriazione fa l’idiota, il malato, il criminale e il servo.
La parola “Meta-psicologia” è costruita a buona ragione da Freud come la parola “Meta-fisica”: la sua ambizione è quella di ri-ordinare, a servizio di tutti senza più segregazione professionistica, il campo designato nei secoli dalla parola “Metafisica”. Con il pensiero di natura diamo seguito a tale ambizione, moderna nella sua post-grecità: evo antico, ma forse medio-evo, è il greco. Parlare di ubriacatura greca in era cristiana è un giudizio ancora mite. Come Freud non siamo ellenizzanti.
Università aut Formazione
E’ per questa via che possiamo osare di concepire l’“Idea di una Università”. Poco sopra parlavo di lingua. Ebbene, siamo arrivati da pochi anni a un momento aggravato della nostra Civiltà, o Cultura, già processata da Freud. E’ il momento della “Formazione” (education in americano, e altre parole in altre lingue). Essa è importante perché è compatibile con tutte le liberalizzazioni immaginabili: è il perfetto “Statalismo”, ammesso che lo “Stato” faccia ancora modello. Penso infatti che V. I. Lenin avesse ragione a parlare di “dissoluzione” del vecchio Stato in Stato e rivoluzione. Forse siamo già arrivati al momento di dire: Lo Stato è morto, viva lo Stato!
La “novità” grave è che la Nuova Lingua, e la Nuova Università, è la meta-lingua dei Formatori come unici funzionari pubblici, unica politica. Il Fascismo - per una volta ammetto l’accoppiata nazi-fascismo - è la Formazione, o il predicato al Governo, sub-ordinante nel “privato” pensiero, lingua, diritto.
Agosto 2006 |