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EREMITA E OPERAIO
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Eremita
Chi ha chiamato “Ermitage” quello sontuoso e sovrano di San Pietroburgo (e numerosi altri) non ha fatto lo spiritoso, bensì si è avvicinato benché equivocamente al concetto di “eremita”. Variante: forse voleva fare lo spiritoso, ma la cosa gli è sfuggita di mano.
Dell’eremita è prevalsa una Teoria, tra le tante che popolano il Mondo facendo deserta la Città, che lo vuole uno che cerca la solitudine, che si ritira dalla Città nel deserto, con comodo di grotta o di colonna. Non è così: è uno che non si ritira, se non dal deserto del Mondo per la Città. La solitudine precedeva (tutta la letteratura è lì a dirlo, specialmente per l’amore come innamoramento). E’ un politico: nei primi secoli dell’era cristiana qualcuno ai vertici del Potere lo aveva capito, non per promuoverlo ma per censurarlo.
Lo definisco uno che non ha paura dell’angoscia. Non dico uno esente dall’angoscia: la contraddizione non è evitabile a priori. Inoltre l’angoscia quando è senza paura di essa diventa un filo conduttore (in Freud un “segnale”), se la si prende sottovento.
Nella terna solitudine-angoscia-amore, “eremita” è chi non ha il fantasma dell’amore presupposto, ossia non ha l’infernale “bisogno” presupposto di un indefinito “amore”. Sa che l’amore, se è, è posto non presupposto: presupposto ad opera dell’infernale Dio chiamato Eros (poco rispettoso del sesso).
Il pensiero dell’eremita comporta il massimo di universo - dei corpi - nel minimo di mondo. Rende abitato quel deserto che ha riconosciuto essere il Mondo.
Sottolineo la distinzione tra paura e angoscia nella loro correlazione. L’avversario del pensiero (censura, dogana, teoria, predicato, “significante”) minaccia l’angoscia, ossia corrompe il pensiero convincendolo alla paura di essa, introducendolo alla dimensione paranoica di un eterno “al lupo al lupo!”. E’ la prima corruzione morale, con passaggio a una cattiva coscienza (in accezione diversa da quella marxista) sempre disponibile a diventare coscienza cattiva, pura crudeltà.
Segnalo una mia esperienza di numerosi anni fa che a volte mi torna alla mente. Passeggiando alla periferia di Gerusalemme arrivai in una strada aldiqua della quale c’erano ancora case, aldilà il deserto, bruscamente. In quel momento ho conosciuto la paura dell’angoscia, in forma di resistenza a inoltrarmi anche solo per pochi passi in quel territorio di sabbia e rari arbusti.
L’assenza di paura dell’angoscia introduce un regime di pensiero, “spirituale” o “psichico” - non accettiamo più questa malevola e malefica distinzione, una distinzione da miseria psichica - che è di sovranità, senza la prosopopea stracciona del narcisismo. Narciso si specchia nella pozzanghera delle sue deiezioni, feces et urinas: il suo mito è la più antica cartella clinica della schizofrenia.
Tale regime è quello, giuridico o amoroso, dell’appuntamento, o appunto del pensiero di natura, illimitato: i limiti sono solo pregiudiziali e patologici, non ontologici né psicologici.
A un tale regime si oppone quello della sopravvivenza: quest’ultima parola è diventata l’Ideale o Cultura di tutte le culture (rinvio appena alla critica di Freud alla sordidità alta dell’Ideale, anima mundi della psicologia di massa). E’ l’Ideale del “Mondo”, Ideale in cui la coscienza alza la testa sub-limemente, sub-liminarmente (è la perenne ambiguità della parola “sublime”), sopra-vivendo al sotto, boccheggiando appena sopra il sotto presupposto in cui sguazza come un maiale chiamandolo “natura” o “istinto”. Con la sublimazione gli psicoanalisti non si sono raccapezzati: è solo un nome della perversione.
Il Mondo non è amico del pensiero, non fa posto al pensiero (di natura: pleonasmo). Questo vi fa rare apparizioni come inconscio-pensiero o, inapparentemente, come quel Diritto comunemente detto che - eccezione al Mondo - vive pur sempre, non per amore ma per forza, di quel primo diritto che il pensiero di natura è come legislazione universale dei rapporti ossia come sovranità individuale. Ma il Diritto comunemente detto - che ai giorni nostri non se la passa affatto bene, e abbiamo forti motivi di temere per la sua… sopravvivenza - vive ancora di divisione, quella tra diritto e economia, che nel pensiero di natura sono uniti: anzi, il pensiero di natura è la loro riunione. Concepire la loro riunione nella Città rende almeno pensabile un comunismo impensato.
L’amore è una relazione tra eremiti che implementano l’uno il lavoro dell’altro. Il loro numero non… conta, non fanno massa. Dico da tempo che nell’universo siamo in tre, io-Chi!-un altro senza contare tutti gli altri ossia senza subordinare l’universo alla teoria degli insiemi: ecco l’universalità senza ossessività. E anche senza contare la distanza fisica, compreso il caso della massima prossimità fisica. Può essere anche il caso dei coniugi, quelli di cui è detto che “saranno una sola carne”. Per togliere ogni residuo equivoco: considero questa definizione di eremita estendibile ai coniugi più entusiasti, disinibiti e, diciamo così, inventivi.
All’amicizia del pensiero che fa-l’amore, ha in qualche modo e malgrado tutto soddisfatto Leopardi, detto “eremita dell’Appennino” (ne ho scoperto solo recentemente lo Zibaldone).
A essa soddisfa lo psicoanalista nel suo eremitismo logico.
L’eremita non fa correre rischi a nessuno, non offende nessuno, non vuole convincere nessuno.
Operaio
Ancora più in prima persona desidero chiarire che da tanti anni sono e sono stato solo un operaio (poiché da anni mi sono specializzato in “pezzi” brevi mi posso considerare un cottimista). Operaio cioè un produttore, non un maestro (se non per un errore che mi è stato difficile correggere), e che l’eremita di cui parlo è un tale operaio di un atelier aperto, a rischio che di restare solo ma di una solitudine a due posti.
L’amore, anche coniugale, è tra compagni d’opera cioè amici nel pensiero della ripartizione del lavoro, come individui e non classi di individui. Mi sento di parlare di un individualismo comunista, ignoto alla cultura sia liberale-individualista che collettivista di oltre un secolo. Sto rileggendo la mia bibliografia in costruzione nei decenni: vedo un lavoro di fabbrica. Dopo tanti anni sono arrivato a quello che al futuro anteriore è un desiderabile punto di partenza, senza rimorso né rimpianto o rimuginio: il desiderio di essere un eremita a disposizione, nel suo lavoro, di altri eremiti nel loro.
Tutti gli errori che ho conosciuto nonché commesso, in una birds eye view di decenni personali e di millenni - l’ontogenesi ricapitola la filogenesi -, si riducono a derivare tutti dall’amore presupposto: nella madre, nel padre, nella patria, nella comunità, negli “amici”, nella Teoria, nell’Ideale, in Dio stesso. Il quale non potrebbe essere contento che gli si attribuisca il predicato amoroso cioè che lo si pensi vivente di istinto, né di essere accusato di ricattare gli uomini con la minaccia dell’angoscia.
Certo non sono musulmano (ma non a motivo di religione: non ho religione) ma apprezzo, benché in negativo, il fatto che tra i cento predicati che sono attribuiti ad Allah (per quel che costano), non figura l’amore, salvo un blando cenno in un punto avanzato della serie. Figura invece, al secondo posto dopo la “grandezza” - nella quale abbiamo avuto anche dei cristiani musulmani - la misericordia. Ma la miseri-cordia è il cuore per il misero, mentre l’amore è cosa da ricchi (“a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”: chi ha orecchie per intendere…). L’Islam si è risparmiato la zizzania cristiana dell’amore presupposto in Dio (ma se la è trovata come premessa storica, che ha sfruttato più del petrolio).
Alla prima confusione se non eresia dell’era cristiana - la zizzania dell’innamoramento che soffoca il buon grano dell’amore di partner o amicizia del pensiero - si è affiancata, non dico un’altra, ma l’esplicitazione della sua astrazione dalla persona del partner come individuo, ossia la freudiana psicologia di massa.
La esemplificano bene due versi di una Lauda medioevale duecentesca, dal Laudario di Cortona, che inizia “O spes mea cara”: |
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“ut inserar gratis (…) catervis beatis coelestium” |
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in cui all’uomo viene attribuito il desiderio che l’Onnipotente lo iscriva nei reggimenti (“caterve”) del cielo - coscrizione, caserma, divisa, marce, rancio, ed eventuali battaglie altrimenti a che servono i reggimenti? -, e per di più “gratis” ovviamente in virtù del suo amore, ossia le beffe oltre il danno. E’ certo che io non ci vado (anche seccato che mi si attribuisca-imponga un tale desiderio), affiancato dal pensiero di Cristo che è palesemente della mia stessa idea, dato che desidera e promuove personalità e pensiero individuale, con iniziativa, non individui-di-massa. Ecco un esempio di zizzania in era cristiana, rimasta inosservata: ha passato la censura-teoria semplicemente perché ne faceva parte. Due note filologiche: 1. non sorprende che l’ispirazione di questa Lauda sia quella dell’“amore cortese”, che non siamo i primi a riconoscere come assai poco… cortese; 2. l’estensore dei versi sembrerebbe non sapere che la “caterva” era sì una formazione militare, ma come disordinata orda barbarica in opposizione all’ordine della legione romana.
La storia dell’era cristiana è una battaglia permanente sul campo del pensiero, o dell’amore. Tutti la combattono, e non ce ne sono altre.
Agosto 2006 |