Indietro al Sommario "Sito precedente"

      

 

CRISTIANO?

 

 

     Cristiano? Mi ci sono voluti anni per sapere rispondere.

     Vedremo.

     Vedremo, perché il Mondo è solo preoccupato di classificare, formare, mettere in formazione in ultima analisi militare, logico-militare. La parola “Formazione” dei nostri anni va tenuta d’occhio, anche nel suo configurare il cosiddetto “credente”.

 

     “Credente” è un predicato astratto o generico tra i tanti, che nasconde l’autentica questione, di cui ho già parlato, che questa parola veicola: se il credere, che è un atto, sia possibile, ossia la questione dell’affidabilità. Che è un’imputazione (favorevole anziché sfavorevole come quella penale). Per credere bisogna conoscere l’imputato.

     Un giorno ho scoperto di essere “credente” come predicato, e non mi è piaciuto. Ma un tale giudizio di dispiacere mi è servito e poi piaciuto..

     Dunque vedremo a ragion veduta.

 

     A margine, devo dire che negli anni ho pagato abbastanza cara l’altrui supposizione del mio essere cristiano (nonché “ciellino”: ma per lo più con l’astuzia di scorporare il ciellino dal cristiano). Non ne dico di più perché non è stato questo a fare il peso, malgrado pesi.

 

     La prendo alla lontana per avvicinarmi subito. Come già molte volte ho distinto, ciò che dirò non è contaminato da premesse fideistiche né confessionali: la verità ha rapporto diretto con l’amore, che vive di imputabilità, di cui il giudizio di affidabilità è un caso (l’innamoramento, che esclude l’imputabilità, non ha amore né fede).

     Quanto alla fede - meglio, di una fede: non metto le fedi in un gruppo omologo, puro equivoco -, la questione non è se averla, ma - e mi ripeto - se è possibile: parlo di una fede che non sta sopra le righe ma nelle righe, le righe del giudizio di affidabilità. L’affidabilità è desiderabile, ma si tratta di sapere se un tale giudizio, detto “fede”, è possibile.

 

     Verità come imputabilità

 

     Sostengo un concetto univoco di verità: non c’è verità che di una imputazione (è anche il caso di quando si dice “grazie!” a ragion veduta). L’amore, se è, è un caso di imputabilità (premiale, in questo caso, non penale).

     I logici non dovrebbero usare e tanto meno monopolizzare la parola “verità” (ci vorrebbe un nuovo Antitrust), salvo subordinare la logica stessa all’imputabilità di almeno certe sue operazioni. Spesso si scrive “La Logica” ma si legge “non imputabilità” (idem per “La Filosofia”), ossia una sorta di licenza da 007 del discorso.

     Il divano dello psicoanalista è il Tribunale di tali 007 nella storia individuale.

 

     “Imputabilità” è concetto giuridico, non morale. Se si concepisce, come noi facciamo, un Primo diritto (non quello detto “naturale”) distinto da quello correntemente inteso, si ottiene una moralità esente dalla distinzione morale/diritto (è questa distinzione il “moralismo”), ossia finalmente una moralità non moralistica kantiana (specialmente in ciò siamo debitori a Freud).

 

     Poveri diavoli

 

     Noi cristiani siamo dei poveri diavoli (come peraltro si vede: non ci sta a sentire nessuno). O degli idioti.. Chrétiens-crétins. Lo diceva S. Paolo con la parola “miserabiliores”, in greco “eleeinòteroi” (1 Cor. 15, 17-19). Lo diceva fatta salva una condizione, quella della fede nella “resurrezione” dei morti. Che significa? E’ ciò che esamineremo.

 

     In mancanza di tale condizione, potremmo trovare consolazione dalla nostra “poverocristaggine”  facendoci tutti Musulmani, come già molti hanno fatto, ossia entrando anche noi in quell’immensa ma inesplorata svolta storica di quasi quindici secoli fa.

 

     Infatti l’Islam:

     1° è religione, anzi l’unica, invece il Cristianesimo non lo è, ma siamo di dura cervice secolare e continuiamo a volerci religione;

     2° afferma Dio-Allah anzitutto con il predicato “grande”, il che nel Cristianesimo non è pertinente perché piuttosto “opera” o “lavora” cioè una proprietà del soggetto non un predicato dell’essere. In generale non ha senso, se non nell’ignoranza, dire “un grande scrittore” o “un grande artista”, salvo come si dice che Elvis è sempre “grande”; invece suonerebbe stridente dire che Gesù è stato un “grande” uomo e Freud un “grande” psicologo;

     3° e in subordine con il predicato “misericordioso”, mentre nel Cristianesimo si tratta invece della proprietà attiva, non predicato, “amare”. L’amore, distinguevo, è cosa da ricchi mentre la miseri-cordia riguarda i miseri o poveri, poveri diavoli. I poveri non si possono amare: a essere seri, si possono però riabilitare - ma non ci pensa nessuno - dalla loro debilitazione e esautorazione, ricondurre alla facoltà.

     Con i poveri, rieccoci a noi stessi.

 

     Islamicità della religione

 

     Religiosizzarci, lo abbiamo fatto circa sedici secoli fa allorché il mio amatissimo Agostino concedeva, come non doveva fare, il cristianesimo come religione, accontentandosi poi di distinguerla come quella vera (“vera religio”).

     Islamizzarci, lo abbiamo poi fatto ufficialmente circa un millennio fa quando abbiamo santificato il primo cristiano islamico, Anselmo d’Aosta, che era tale per avere connotato Dio proprio come l’Islam, ossia con il predicato “grande” che sta alla base del celebre “argomento ontologico”: invalidato già da Tommaso d’Aquino poi da Kant, ma senza che si osservasse che non era affatto la “prova” il nocciolo dell’argomento anselmiano (che si spinge islamicamente a derivare tutti i predicati divini da quello della grandezza!)

 

     Se io avessi motivo (ma quale?) di fare concessioni a “La Religione”, per logica non mi resterebbe che convertirmi all’Islam. Un noto razionalista nonché marxista francese R. Garaudy, lo ha fatto qualche decennio fa, e proprio da razionalista, non da povero vecchio pentito in articulo mortis per la sua miscredenza (in questo caso è il miscredente che si è convertito).

     Su un punto i musulmani hanno ragione: nella religione è l’Islam a prevalere (se non per amore almeno per forza).

     Per questo non solo ripeto che il Profeta Muhammad è stato il massimo genio religioso della storia, ma anche aggiungo che, in tale inferenza, è stato buon logico.

     In un punto non è stato autonomo: nell’avere rilevato, come si rileva un’azienda in crisi, la sbandata predicativa del cristianesimo, ellenizzante già prima della scoperta islamica di Aristotele.

 

     La psicoanalisi ha portato me come altri: 1° a una critica della religione ancora inedita (era un’illusione di Marx che “la critica della religione è per l’essenziale finita”); 2° a sospettare della “grandezza” in quanto legata a ciò che usa chiamare “fantasmi” ossia Teorie presupposte, indimostrate e indimostrabili - e come tali invincibili, onnipotenti, “grandi” - come condizioni della psicopatologia; 3° a ben distinguere l’amore, quand’anche lo ritenessimo impossibile, dalla misericordia ossia dalla considerazione primaria dei poveri. Il delitto, insieme ala patologia e all’idiozia, precede la povertà e la condiziona.

     Molti miei coetanei di gioventù hanno finito, per conclusività o semplicemente per tedio o stanchezza, con il gettare la fede alle “ortiche”.

 

     La mia vicenda è stata diversa, ho finito presto con i pudori pulzelli (non solo in fatto di sesso, ma in fatto di religione) Sapevo già che il cristianesimo non è religione, dunque non era la critica della religione a potermi suggerire di abbandonarlo. Lo sapevo anzitutto dai miei principali e autorevoli maestri di cattolicesimo, che però non sapevano che farsene. Ma fin qui neppure io potevo farmene qualcosa.

 

     Un pensiero ritrovato versus il docetismo della Cultura o Civiltà

 

     Mi è poi accaduto di sfogliare la mia esperienza nei decenni e di ritrovarvi, in ultima approssimazione, un pensiero.

 

     Del pensiero annoto che solo lui (noto il pronome personale) fa “presenza”: è ciò che distingue il vivente dal cadavere, il body dal corpse. Solo un morto non pensa. Anticipo per non attendere troppo la questione: che “resurrezione” sarebbe quella di un corpse quanto al pensiero? Senza il suo pensiero - noto, e positivo cioè posto - Cristo non sarebbe risorto neppure se avessimo il DVD autenticato della sua uscita dalla tomba.

 

     Quel pensiero è il pensiero di Cristo - documentato in certi testi che poi sono anzitutto quei quattro libretti scarni -, che si chiama anche rivelazione cristiana. Esso si riduce a questo:

     che c’è un desiderio di “Dio” - parola destinata a restare tra virgolette fino al termine della frase -, che è il desiderio di avere successo o riuscita o profitto proprio nel divenire un uomo. Ossia che l’uomo è il principio di piacere, non di dominio, di Dio. E’ l’appetito di Dio: esserlo (“incarnazione” ), non “amare” gli uomini, nel basso della loro miseria, dall’alto del suo trono invisibile.

 

     Senza di che resterebbe solo da dare ragione al Docetismo (da dokéin, apparire) dei primi secoli, anche se ormai si sta profilando un Docetismo perenne. Il cui nocciolo logico si riassume in questo: se ciò che sappiamo dell’uomo è che l’uomo non esiste se non come finzione-sembianza-semblant, o come effetto di una causa ossia oggetto di scienza naturale o logica, allora solo un Dio idiota si sarebbe fatto uomo, con l’aggravante di (pseudo)risorgere come tale. Posta la premessa, nel Docetismo la resurrezione di Cristo come di chiunque è una ragionevole obiezione alla credibilità di essa, per difetto del quid in cui credere.

 

     Ecco tutto. O della resurrezione c’è solo l’asserzione bruta - e dunque non credibile perché priva dell’oggetto del credere, il che rende anche sciocca la già disonesta scommessa di B. Pascal -, oppure ce n’è il significato o concetto ossia il pensiero, e questo non riguarda la fede.

 

     Ebbene, è esistito perché documentato il pensiero di qualcuno - perché non c’è pensiero senza pensante, o pensatore - che non solo non ha gettato l’uomo alle ortiche della sembianza, ma ha desiderato il proprio successo nel riuscire come uomo (tanti secoli dopo lo posso chiamare il desiderio dello psicoanalista, che ne rintraccia il fallimento nella patologia). L’espressione “resurrezione dei morti” in un’altra vita, semplicemente non ha significato se a “risorgere” è la finzione, noia eterna e eternità come noia (o angoscia). Se l’uomo non esiste, ossia è già morto come sembiante d’uomo, non ha senso parlare della sua resurrezione, fede o non fede nell’onnipotenza divina perché anche questa sarebbe nell’impotenza.

 

     Gettare l’uomo alle ortiche, “così fan tutti” da millenni. M. Foucault lo ha poi fatto esplicitamente, ma già prima lo faceva, meno brillantemente, la Psicologia novecentesca. Quanto ci vorrà ancora per comprendere che il Docetismo riguarda anzitutto l’uomo, ossia è l’asserzione che “uomo” è solo il nome di una finzione o un semblant? La questione di J. Lacan era già quella, almeno bimillenaria, del docetismo: ecco l’interesse del suo… pensiero. Il “caso” di Cristo si iscrive negli atti processuali dell’umanità come altra voce, come discours qui nest pas du semblant.

 

     Per l’Islam l’uomo come semblant è un fatto compiuto, e irreversibile ossia irredimibile. “La Religione” assoluta è l’asserzione dell’uomo come semblant. Nell’Islam non c’è redenzione da questo: Dio “salva” l’irredimibile, donde la prevalenza della miseri-cordia senza amore possibile. Dio salverebbe… nulla, nulla di umano, “l’uomo” come idiota senza nulla di ίδιος, come miseria assoluta. Il Profeta è il massimo erede logico, culturale, e in definitiva religioso del docetismo, e dell’incapacità dei cristiani di resistere, non all’Islam ma a quello. Il cristiano-islamismo ha preceduto l’Islam, e il Profeta ne ha tratto il consuntivo.

    

    Ma capisco perché J. Lacan ha fatto del suo meglio per rendersi incomprensibile. Forse io sbaglio?

 

     Qualcuno è intervenuto diversamente

 

     Il pensiero di Cristo è un intervento unico nel dibattito degli uomini - di tutti, non solo dei colti - proprio in quanto pensiero cioè non du semblant, prima di Freud e della questione così formulata da J. Lacan. Ecco il nocciolo intelligibile della rivelazione. “Incredibile!” commenterebbe tutta la nostra cultura, nello stesso momento in cui concede qualsiasi credenza anche la più idiota, e anche quella nella resurrezione purché scissa dal pensiero.

 

     Ritengo che abbia un senso che sia stato un ebreo a riproporre l’uomo come uomo e non sembianza: “inconscio” come pensiero, “pulsione” come pensiero, e perfino patologia come pensiero ossia atto (imputabilità).

 

     “Semblant” è anche il nome lacaniano per l’“anima” platonica, surrogato verbale per l’inesistenza dell’uomo, o del pensiero. L’eternità dell’anima è solo l’eternizzazione della finzione d’uomo. Platone odiava il pensiero con tutto il suo… pensiero.

     Si comprende forse meglio la mia insistenza sul pensiero (“di natura”) che, se è, n’est pas du semblant.

 

     Posso così dire che con Cristo ho una nuova alleanza: la precedente non era stata così perentoria quanto al pensiero ossia all’uomo (“la legge per l’uomo, non l’uomo per la legge”)..

     Nel Paradiso di Dante non c’è incarnazione né resurrezione: anche per lui il Docetismo come l’essenza stessa dell’uomo era un fatto compiuto. La mia catechizzazione di gioventù - non dico quella propriamente catechistica, che era d’infanzia - si reggeva su una storiografia che situava la “scristianizzazione” nella modernità (i soliti “laicismo” e “ateismo”). Era un errore: la scristianizzazione era già consumata in Dante.

 

     Su tutto ciò mi sono già diffuso in più scritti recenti, tra i quali: Una logica chiamata "uomo", Luigi Giussani e il profitto di Cristo, Agli amici del pensiero di natura, nonché in più scritti dedicati al pensiero di Cristo, il primo dei quali è Il pensiero di Cristo.

 

     Generare e creare

 

     Ho iniziato dicendo che noi cristiani siamo del poveri diavoli, salvo una certa condizione enunciata da S. Paolo: “Se non c’è resurrezione…”.

     Ma abbiamo perso, non la fede nell’onnipotenza divina dell’eseguire il prodigio della resurrezione di un morto - gioco facile, proprio come la creazione, per uno supposto disporre del servomeccanismo dell’onnipotenza: ma solo un mentecatto vivrebbe a colpi di onnipotenza -, bensì il significato di un tale… che cosa?: ebbene sì, di un tale desiderio o pensiero, quello per cui: “uomo” è il nome stesso di un successo veramente… divino.

 

     Da tempo mi faccio forte di una distinzione, quella del Credo cattolico o Simbolo di Nicea: in cui si distingue (concettualmente) il generare che è un atto giuridico (istituzione del figlio come erede) dal fare o creare come atto causale di effetti (“genitus non factus”).

 

     So quanto è difficile che l’umanità esca dall’infantilismo (che è nevrotico e adulto, non dei bambini). Esempio: uno guarda una bella stellata e pensa alla grandezza di Dio segnalata dalla maestosità dell’“universo”. E’ una sciocchezza infantile, anche poco rispettosa di Dio: infatti le galassie sono solo una banalità, un pugno di robetta moltiplicato per 2 elevato alla n dove n è un numero spropositatamente grande, cioè una banalità.

 

     Debanalizzare

 

     La scienza non è banale, però lascia tale la natura. La debanalizzazione della natura è compito del pensiero di natura (individuale) in quanto questo trans-forma la “cosa” in eredità, a partire dalla natura del proprio corpo. Nel corso dell’atto creativo Dio aveva di meglio da pensare che non la banalità della  natura: l’ha fatta sì - siamo creazionisti! ma senza fanatismo -, ma con la mano sinistra, avendo cura con la destra.di predisporla alla debanalizzazione ad opera del pensiero come il primo lavoro (ciò che dico non discende dalla credenza ma solo da rigor di logica). Un cane resta banale anche se, anzi proprio perché, è addestrabile (e oggi tutta l’educazione è addestramento). Certamente Dio perdonerà i nostri peccati, ma non perché chiuderà un occhio di fronte al fatto che gli attribuiamo di avere solo creato, e in particolare e peggio l’istinto sessuale, che nel creato non esiste.

 

     Posto che Dio abbia creato il mondo, può essere soltanto in ordine a procurare le condizioni materiali per una compagnia alla sua altezza, e di cui essere all’altezza.

     Si è subito visto che il successo dell’impresa non era lineare: ma anche questo debanalizza. Debanalizza l’unica banalità umana non imputabile, quell’ingenuità dell’infanzia che come la città di Troia ha aperto le porte al trauma patogeno. Il successo detto “uomo” è dunque affidato a un processo di guarigione - non a un miracolo di ri-creazione - per una salus in cui coincidono salute e salvezza, che la religio perennis separa.

 

     Ho scritto “universo” tra virgolette perché non è convincente che questa parola sia riservata alla realtà fisica. Questa è un’idea infantile. Uni-verso cioè uni-senso è quello di un’unica legge di moto ex opere operato, quello di una urbs non condita una volta per tutte ma semper condenda, ossia un’idea diversa dai soliti Paradisi. Il pensiero di natura ne pone la norma fondamentale.

 

     Si oppone all’uomo come successo l’idea di uomo come fallimento necessario: è un’idea quasi incorreggibile (ci voleva proprio un Dio per provarci, e ho sempre pensato - mi permetto la battuta - che Freud si prendeva per Dio).

     Ma poi - errore per correggere un errore - si invoca “Dio” come il correttore del fallimento anziché dell’idea di fallimento. Una tale idea, solo Freud ha cercato di correggerla. Con scarso… successo: infatti si è subito tornati all’uomo come fallimento necessario, salvo stiracchiarlo un po’ con l’analisi ridotta a stireria.

     Curiosa analogia: gli psicoanalisti si sono comportati come i cristiani in crisi. Si islamizzeranno anch’essi?

 

     Un pensiero consultabile

 

     E’ ovvio anche a un cieco che quando prevale un pensiero non è di religione che si tratta. Il pensiero di Cristo - il desiderio di avere successo come uomo - non è né ha religione. Bisogna riconoscergli che in tutto questo tempo è stato molto tollerante. Ma non essendo idiota, si deve supporre che abbia predisposto un Purgatorio per religiosi.

 

     Mi ripeto: c’è una sola religione, l’Islam. Ebbene, che resti tale poiché tale è, e lo si rispetti nella sua solitudine dalla quale non avrebbe mai dovuto uscire. Non esistono tre religioni ma una sola, precedente nella forma implicita l’Islam stesso.

     La millenaria “Favola dei tre anelli” non è solo… una favola e una cattiva favola: è una  favola cattiva. Essa ha prodotto tra le peggiori sofferenze dell’umanità, a partire da quelle dell’intolleranza religiosa di ieri e di oggi (è solo tra fratelli che ci si uccide, fino a nuovo ordine almeno).

     Chiunque abbia aspirazioni religiose farebbe bene a farsi musulmano, perché inconsapevolmente lo è già. Ribadisco l’autentico genio religioso del Profeta Muhammad (“Maometto”), che Dante ha mandato all’Inferno solo per copertura.

 

     In un tale pensiero, nuovo maturo e consistente (= non contraddittorio), non solo non si tratta di religione (né di teologia), ma non vi si tratta neppure di fides distinta da ratio.

     Formulo da anni che il pensiero di Cristo “ha ragione” (non c’è il profeta-Gesù, c’è il liberopensatore-Gesù, liberi tutti di pensarne il pensiero). Annoto che gli si potrebbe dare torto, o… ragione, perché è solo nell’ambito detto “ragione” che si può avere torto o ragione (osservo che non si osserva mai: che in quei quattro libretti è presentato come uno in disputa permanente). Nel processo a Gesù c’è chi gli ha dato torto, e chissà che non sia possibile un processo di secondo grado senza aspettare la Cassazione (ci “credo” poco).

 

     Insomma un pensiero esaminabile e consultabile, proprio come l’Ebraismo tratta il Libro come esaminabile e consultabile, e fino alle pratiche più minute. Qui si tratta della consultabilità di un pensiero. E’ questo pensiero (individuale) lo “spirito” che precede la “lettera”. Se ha senso distinguere una fides, questa può solo consistere in un giudizio di affidabilità, cioè il giudizio (che è pensiero) su un tale pensiero come affidabile.

 

     Dovessi disputarlo, non sarà per questo che andrò… all’inferno: perché l’inferno è la psicopatologia, il regno dell’angoscia, privo di pensiero e giudizio, privo anche del giudizio che la patologia stessa è pensiero. Potrebbe anche finire che in questa disputa me la vedrò in eterno - concessa l’oscura nozione di “eternità” - con il diretto interessato come uomo sano e innocente. Ma questi due concetti convertuntur come già verum e bonum: o meglio, convertuntur nella (meta)psicologia di Freud, mentre nella psicologia novecentesca sono imperativamente separati.

 

     Solo Padre

 

     Si tratta di un pensiero non ontologico. Né teologico (né è una Teodicea o una Teologia naturale), per ragioni diciamo così “tecniche”: infatti in esso non c’è la diade terminologica Dio/Padre, ma un solo termine, “Padre”. Gesù ha fatto cadere in desuetudine il termine “Dio”.

 

     “Padre” vi ha l’unico significato razionale e ragionevole della parola, quello di fonte legittima di eredità per un altro, che è figlio perché e solo perché è erede. Non esiste padre senza erede-figlio. Hanno così fine tante lamentevoli predicherie, di preti, antipreti, psicologi e altri, sul Padre “buono” che perdona, comprende, all’occorrenza punisce ma a buon fine, educa. Tutti sanno che l’eredità come fatto di civiltà precede l’educazione, a riconoscimento avvenuto già nei primi momenti dalla nascita. Conosco un concetto laico di “battesimo”: l’atto giuridico che fa l’erede e come tale il figlio. Tra i disastri del nostro mondo c’è il primato dell’educazione, con il parricidio e figlicidio correlati a un tale primato.

 

     Comprendo bene che i cristiani - ma dovrei dire i religiosi tutti - abbiano dei problemi con Freud: questi poneva una questione di riordino dal disordine, a partire dal disordine predicativo sul padre.

 

     Quanto a me, nel mezzo del cammin ho sostituito Freud a Virgilio, e avendo Beatrice come compagna e non come mater et magistrina.

 

     Di passaggio: non vedo perché Dante nell’ultimo Canto del Paradiso non potesse conferire con Cristo, che so, rivolgergli qualche domanda. Infatti, secondo dottrina, attualmente Gesù, oltre a essere consultabile nel suo pensiero, parla in lingua (nell’unione dei due significati della parola), italiano tra altre (dico italiano e non la “lingua degli angeli”: semmai sono gli angeli a dover imparare l’italiano). Diversamente la parola “resurrezione” sarebbe solo un sembiante di lingua in un Cristo sembiante di uomo, insomma tanto religioso rumore per nulla. Nichilismo rivelato.

 

     Ho anche un motivo personale per avercela con Dante. Io oggi mi definisco “eremita”, benché senza concessioni alle solite sciocchezze al riguardo. Ebbene, Dante ha avuto l’insopportabile torto di mandare all’inferno Pietro del Morrone, eremita e papa ossia la più perfetta associazione di termini che la Chiesa abbia mai prodotto.

 

     Il primo articolo della Costituzione

 

     In quello che considero il primo articolo della Costituzione di questo pensiero - “l’albero si giudica dai frutti” - abbiamo la più netta presa di distanza di tale pensiero dal pensiero greco, in cui l’albero si giudica dall’albero (potremmo anche dire: dalla “razza” dell’ente).

 

     In tale Costituzione essere e ente sono logicamente e conoscitivamente subordinati  giuridicamente al frutto. E’ il frutto o profitto la prova o test di realtà: senza di che “la realtà” si riduce ai pidocchi, o ai granelli di sabbia, che con gli enti matematici sono gli enti  della teoria degli insiemi (l’umanità non è matematizzabile che nella psicopatologia, come J. Lacan ha cercato di mostrare con i suoi “matémi”).

 

     Cristo, con tutto l’Ebraismo prevalente della sua epoca, non ellenizzava. E in fondo, e malgrado corpose apparenze, non ellenizzava neppure Maimonide distinguendo torah e metafisica greca. Il pensiero di Cristo è un pensiero legale di specie giuridico-economica inteso al profitto, non è pensiero ontologico, in ultima deriva panteista-occultista-pauperista. Nel discours come giustificazione del fatto compiuto, poi come sua riproduzione eterna, schiavismo e povertà nascono in Grecia.

     In paragone, anch’io civis romanus sum. Con Pilato Cristo si intendeva. Anche Pilato meriterebbe l’appello sull’imputazione di “lavarsene le mani”.

 

     A suo tempo ho anche definito Cristo “il moderno”, non solo rispetto all’antichità ma anche ai nostri anni bui alla seconda potenza. Trovo degno di nota che a capire questo, benché in opposizione o meglio sarcasticamente, sia stato un autore di comics, Jodorowsky, con l’invenzione dell’esclamazione-bestemmia: “Paleocristo!”

 

     Il pensiero di Cristo è lo stesso pensiero di natura, o pensiero tout-court, o pensiero che fa l’uomo, in condizione di in-nocenza. Una persona che si volesse dotata di moralità lo sarebbe a partire dal riconoscersi non solo l’imputabilità (la sembianza non è imputabile), ma l’impensabilità dell’innocenza (che è priva di ingenuità).

     Dante avrebbe potuto porre a Cristo, come farei io, una domanda sull’innocenza.

 

     Un legame sociale

 

     Posso ora rispondere alla questione di partenza: sono cristiano. Cattolico anzi, apostolico e romano, e papista. Lo posso dichiarare senza obbligare nessuno a credere a mie esperienze ineffabili, dato che quanto premesso definisce la Chiesa non secondo un’oscurità mistica o di massa, bensì come il legame sociale tra persone che hanno questo pensiero come la Costituzione della loro unificazione giuridica, e questo proprio come la Costituzione italiana o americana unificano validamente e efficacemente, senza presupporre una mistica della Patria (e perché non della Matria?, idea diffusissima).

 

     So che ciò che dico non è, non dico condiviso ma neppure concepito. Inoltre afferro bene le enormi resistenze al mio giudizio implicito sul nostro ellenismo plurisecolare come regresso rispetto al non ellenizzante pensiero di Cristo (ho già mostrato che neppure Freud ellenizzava). Ma mi attengo all’intento dichiarativo di queste pagine.

 

     Mi dicono “provocatore” ma, anche se non è vero, non mi difendo. In un Convegno recente, Mosè, Gesù, Freud, ho proposto questo aforisma:

     “Se Gesù siede alla destra del Padre, Freud siede alla sua sinistra”.

     Lo osservava già J. Lacan dicendo che il Padre di Freud è il Padre del “Padre nostro”.

 

     Tra le vessazioni del regime nazista già dominante in Germania ma ormai con lunga ombra sull’Austria, un anno prima dell’Anschluss del marzo 1938, in una riunione drammatica nel gennaio 1937 Freud ebbe questa uscita:

     “Basta! Gli Ebrei hanno patito per secoli a causa delle loro convinzioni. Adesso è venuto il tempo che i nostri colleghi cristiani facciano altrettanto per le loro” (E. Jones, Vita e opere di Freud, anni 1934-38).

     Mi onoro di essere tra quei “colleghi cristiani”.

 

Poscritto

SCRITTI IN PARTIBUS CHRISTIANORUM

 

     Da vent’anni ho l’occasione di mettermi alla prova - nel mio freudismo senza riserve  integralmente ricapitolato nel pensiero di natura, e nel mio cristianesimo da pensiero di Cristo - in due collaborazioni regolari e continuative a due periodici cattolici:

     prima a il Sabato, che ha poi cessato di esistere, poi a Tracce (organo di Comunione e Liberazione) ancora oggi. Ambedue sono rintracciabili come libri on line su questo sito e su quello dello Studium Cartello, il primo (già cartaceo presso Guaraldi) con il titolo SanVoltaire, l’altro con il titolo Enciclopedia, Tracce.

     Poco dopo la scomparsa di Luigi Giussani ho scritto: Luigi Giussani e il profitto di Cristo.

 

     Tutto ciò ho fatto da laico ossia in prima persona e senza compromettere nessuno in chiamate né di correità né di coinnocenza (ancora “eremita”). Il laico si espone nell’imputabilità, cioè nell’unione di Città e principio di piacere cioè giudizio.

    Cìò che ho scritto in tali pagine (ormai almeno cinque centinaia) è in continuità, simultaneità, coerenza e consistenza con ciò che ho scritto e detto in sedi ufficialmente psicoanalitiche, e naturalmente con il pensiero di natura.

 

     Confesso di essermi divertito pensando a chi mi invitava a non mescolare, diciamo così, diavolo e acqua santa. Mi è perfino capitato di richiamare all’ortodossia cattolica (Nicea, Papato, critica di occultismo, panteismo, docetismo, gnosticismo…).

     Suppongo che anche lo spirito o pensiero di Freud si diverta.

 

     Agosto 2006