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CON J. LACAN

 

     Per iniziare segnalo l’intervista fattami da Raffaella Colombo nel 2004 dal titolo Lacan in Freud. In essa informavo della dedica fattami da J. Lacan il 14.2.1974, con le parole:


A’ qui sinon

à qui?”

 

     In questa dedica ho trovato la prima fonte della mia successiva proposta della “trinità” di soggetti del pensiero di natura o pensiero della salus indivisa, io-Chi!-coscienza, al posto della trinità infernale del pensiero patologico, io-es-superio, proposta che ho appena rifatto in Agli amici del pensiero di natura (ho preso da un Seminario di J. Lacan l’espressione “trinità infernale”).

 

     Freudiani dopo J. Lacan

 

     Negli anni non ho mai mancato di illustrare ai miei uditori l’opera di J. Lacan, ma sempre intessendola sul tessuto del successivo “pensiero di natura” che andavo elaborando (esplicitamente dal 1984, prima edizione del libro Il pensiero di natura). Ho sempre voluto risparmiare loro il sudore della fronte del leggerne gli scritti da capo (cosa che io ho fatto ma con passione senza sudore).

     Ne ho proposto la lettura a partire dal situarlo nelle conclusioni, le mie, che hanno la legittimità di essere frutto di un lavoro con lui (anche traduttivo) iniziato nel 1968. Conclusioni che hanno condotto, tra altre cose, alla nuova definizione dello psicoanalista a partire da me: freudiano dopo J. Lacan.

     Dunque non sono “lacaniano”, non per scelta ma perché il lacaniano non esiste, se non come confusione magari valorosa (lui stesso diceva ai suoi allievi: “Voi siete lacaniani, io sono freudiano”).

     Riprendo alcune date personali: incontravo J. Lacan nel1968 di cui divenivo analizzando, ero membro della sua Scuola (Ecole Freudienne de Paris) nel 1971, ne traducevo gli Écrits entro il 1974, pubblicavo Lacan in Italia nel 1979, oltre a curarne l’edizione italiana per più di due decenni.

 

     Uno Jung freudiano

 

     Traccio ora scarnamente il filo di tali conclusioni circa l’opera di questo autentico Qualcuno (non Qualunque, distinzione lacaniana).

     J. Lacan è stato un C. G. Jung rimasto testardamente fedele a Freud, mentre allo stesso tempo teneva ferma la sua tesi della sussistenza di un ordine anteriore e determinante nell’ effetto - determinante soggetto, pensiero, desiderio -, detto “simbolismo” dal secondo e “simbolico” dal primo. Una volta J. Lacan ha commesso il lapsus di dire “symbolisme” invece di “symbolique”.

     Ma come vedremo tra poco, ha anche reso possibile a C. G. Jung una glasnost - a condizione delle mie conclusioni - sul suo oscuro “simbolismo”con il suo occultismo e misticismo (due appunti spesso rivolti allo stesso J. Lacan).

 

     Legge

 

     Per  riuscire a non rimanere nell’oscurità quanto alla parola “simbolico”, mi sono appoggiato sul sostantivo “legge” che esso accompagnava come aggettivo in “loi symbolique”. E’ di legge che si trattava: il campo oscuro cominciava a schiarirsi.

     Un ulteriore schiarimento si aggiungeva grazie all’asserzione che tale legge ha natura pattizia, “pacte”.

     Questa legge non poteva che essere una legge di moto di corpi, come ogni legge.

 

     Peraltro è facile vedere - ma il facile diventato difficile, è questo passaggio la psicopatologia ecco la ragion d’essere della psicoanalisi - che anche la parola “superio” designa il concetto di una legge di moto di corpi, ma una legge di specie imperativa, nelle sue due varianti di proibizione e di istigazione (non alternative tra loro ma complementari), e pur sempre legge di moto cioè pensiero del moto. Il pensiero è premeditazione della legge. Ciò lo rende imputabile: buona notizia.

 

     Resta sorprendente nella nostra Cultura la banalità inestirpabile (come la “banalità del male”) di una coazione intellettuale: quella che alla parola “legge” fa automaticamente corrispondere l’idea (di ideazione patologica si tratta) di imperativo o comando, come corrispettivo umano della legge nella natura (assurda analogia).

 

     Il Diritto stesso finisce per venire sottomesso a tale idea. Tutti i “lacaniani” che ho udito in più di trent’anni si sono sempre precipitati a collocare il Diritto nel Simbolico ossia nell’imperativo. Ma non è così, il diritto ne è l’alternativa: ma per coglierlo bisogna arrivare a un Primo diritto - non quello detto “naturale” - a competenza individuale che chiamo “pensiero di natura”.

     Il discorso giuridico non è du semblant (si veda tra poco), se non per il querulomane - che tradisce il Diritto facendo semblant ossia finta di cavalcarlo -, cioè nella patologia.

 

     Legge simbolica” aut giuridica

 

     La mia ricerca è partita da qui e continua oggi. Nel 1969, un anno dopo il mio primo incontro personale con J. Lacan, intraprendevo un Dottorato di Terzo Ciclo all’École Pratique des Hautes Études di Parigi (poi École des Hautes Études en Sciences Sociales) intitolata: Loi symbolique / Loi positive, avendo successivamente come Direttori di studi R. Bastide, R. Barthes, C. Lefort.

 

     Sono ancora meravigliato di avere avuto questa idea. Iniziavo così l’esplorazione di un’altra loi:

     1° positiva ossia posta cioè giuridica e non imperativa (con l’aiuto decisivo di H. Kelsen);

     2° avente come fonte positiva ossia legislativa l’individuo normale, che è “normale” non per una separata psicologia della “normalità” (ormai statistica), ma perché e solo perché ha una tale facoltà legislativo-normativa.

 

     Ma a noi piace tanto il Padrone, osservava J. Lacan, e così lo mettiamo anche dove non c’è: delirandolo nella norma giuridica, in attesa della dissoluzione del Diritto.

 

     Non proseguo, il seguito è scritto: ne sono venuti in particolare libri come: La tolleranza del dolore. Stato, diritto, psicoanalisi (1978), Leggi (1989), Il pensiero di natura (1994 e 1998), Lordine giuridico del linguaggio (2003) ossia il mio Dottorato vita natural durante, che posso giudicare una vita ben spesa anche al futuro.

 

     Causa-effetto aut fonte-atto

 

     Aggiungo che così facendo ho anche raccolto la, ossia l’unica, questione lacaniana, quella da lui formulata nel titolo del Séminaire del 1972: “D’un discours qui ne serait pas du semblant”, ossia se possa esistere un discorso, ma anche pensiero, ma anche desiderio, che non sia causato cioè effetto cioè determinato (il “Simbolico” essendo colto come determinante), ossia sembianza o finzione di atto o soggetto.

 

     La questione nella vita di J. Lacan è sempre la stessa, per esempio nel Séminaire intitolato L’acte psychanalytique del 1967-68, il primo che ho ascoltato con le mie orecchie, che è la questione se possa darsi soggetto come fonte dell’atto. Un’altra formulazione della questione: se possa darsi un soggetto che non sia puro effetto, cioè che non sia “interamente calcolabile”.

 

     Un’altra formulazione ancora è quella che non troviamo in J. Lacan ma che formulo io: se possa darsi imputabilità (del merito prima che della colpa). E  anche se possa darsi verità in quanto quella di un’imputazione.

 

     Ancora: la questione di J. Lacan è quella del pensiero (ma è la questione di tutti, volgo e inclita, fra i quali I. Kant e M. Heidegger): di quel pensiero di cui Freud è l’amico unico, scoprendolo e promovendolo in ogni dove. E con facilità. In fondo, ironizza Freud, ci volevano davvero i millenni perché qualcuno scoprisse l’acqua calda ossia che il sogno è pensiero?, cioè con un soggetto-fonte ossia elaborante. Freud è il terra-terra: la terra è ciò che non sa volere nessuno. E’ la terra, con il “cielo” del pensiero che ne fa la legge, l’oggetto nitido del desiderio come terra del profitto. Secondo me Dio ci manderà tutti all’inferno o almeno al purgatorio per avere dubitato che con il cielo volesse toglierci la terra.

 

     Sulla questione di J. Lacan come già quella del Docetismo - se “uomo” sia solo il nome di una finzione o semblant - si veda il successivo “pezzo” intitolato: Cristiano? (del Docetismo parlo da anni), che ripropone la questione lacaniana come bimillenaria.

 

     Guarire?

 

     Rammentiamo che J. Lacan era un pratico: la sua questione riguardava la guarigione. Sulla quale andava pesante: “Guarire ?, non fatemi ridere!” (guérir/gai-rire).

 

     Nel mio lavoro ho provato a rispondere alla questione, insomma ho sempre lavorato con J. Lacan. Ho “semplicemente” imboccato la strada che J. Lacan non ha imboccato, pur non mancandogli elementi. Se non lo ha fatto, non l’ha però occlusa, tanto che io ho potuto, con lui, aprirla e percorrerla.

 

     Sono dunque un’eccezione nel potermi dire “lacaniano” in modo chiaro e univoco, e proprio per questo posso e devo definirmi non lacaniano bensì freudiano dopo J. Lacan.

     E’ senza presunzione che ho potuto dire che sono l’omega di J. Lacan, l’alfa restando Freud.

 

     Schiavitù o dipendenza

 

     Per finire.

 

     A. Il “simbolico” o “simbolismo” è la nostra peste (J. Lacan non ne dubitava, per esempio qualificando “trinità infernale” la terna “borromea” di RSI, Reale-Simbolico-Immaginario, titolo del Séminaire del 1974-75. E poiché l’inferno è la psicopatologia, l’opera di J. Lacan è un Trattato di psicopatologia (non ho detto che è un’opera infernale).

 

     Da anni do un nome al plumbeo cielo infernale del “Simbolico”: esso è la “zizzania” evangelica, Teorie depositate nel linguaggio che soffocano (“trauma”) il buon grano della lingua, sempre amica del pensiero.

 

     Troppo comodo!, replicavo al mio Directeur d’études R. Barthes che nella sua Prolusione al Collège de France affermava: “Il fascismo è la lingua!” E anche alla debolezza di J. Lacan che diceva che “nasciamo nel linguaggio” come se dicesse “inter feces et urinas nascimur”, e coltivava una irragionevole infatuazione per M. Heidegger. Per non dire del suo silenzio critico per M. Foucault che “negava l’uomo”, a fronte di Freud che ne era la scoperta, e faceva del linguaggio la via della guarigione.

 

     Ciò non impediva a J. Lacan di cogliere una di tali Teorie, quella intitolata “fallo”, da lui individuata come “l’obiezione di principio al servizio da rendere all’altro”, cioè come Teoria imperativa versus rapporto cioè norma (non esiste rapporto im-mediato, cic-ciac).

 

     Molte sono le Teorie-zizzania, anche tra i detti correnti (per esempio che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, mentre è un’ovvietà che il dire è il primo dei fare). Ho iniziato a costruirne la lista in una sorta di flaubertiano Dictionnaire des Théories reçues. Queste Teorie sono gli imputati della psicoanalisi e del pensiero di natura, con molti rei eccellenti. Al loro giudizio è dedicato il “Tribunale Freud”, atto pubblico del pensiero di natura, così come la psicoanalisi ne è l’atto individuale (non “privato”).

 

     Tra le molte colloco anche la Teoria della coppia Natura/Cultura, che attacca la cultura della competenza individuale. E le Idee platoniche. E “La Donna” leopardiana (di cui il primo giudice era proprio G. Leopardi). Ma numerose discussioni di questi anni mi inducono a collocare ai primi posti la Teoria dell’istinto, e quella dell’amore come innamoramento, detto anche “narcisistico” ossia psicotico (ma ambedue le Teorie sembrano indistruttibili).

 

     Ecco la preannunciata glasnost su “Simbolismo” o “Simbolico”: è Teorie, costellazioni se non tarocchi di un Cielo infernale atte a stilare l’oroscopo psicopatologico. Qui cadono sotto imputazione numerose e eccellenti teste teoriche della storia della Filosofia, per primo Platone. Salvo le attenuanti generiche per avere egli stilato una lista dei vizi teorici dell’umanità (o veleni: J. Derida), come se in un angolo dei suoi Dialoghi avesse beffardamente scritto: “Uomo avvisato…”

 

     Su questa strada ci aveva già messo Freud riconoscendo nel “trauma” non un atto fisico bensì un atto teorico, una Teoria che ha ossidato il pensiero ( la Teoria monosessuale): solo l’inganno può ferire il pensiero e limitarlo.

 

     Non che Lacan non fosse su questa strada, al contrario: lo era nel suo “Discorso del Padrone”, così come nel suo individuare la “Teoria di una mancanza che deve trovarsi a tutti i livelli” che faceva da esergo del mio primo saggio su J. Lacan (in Cahiers pour l’analyse, Boringhieri, Torino 1972, nell’articolo: Nozioni fondamentali nella teoria della struttura di J. Lacan). Senonché all’epoca ero ancora fuorviato tanto da dubitare che tale “Teoria di una mancanza” fosse la psicoanalisi stessa. Fuorviato cioè “lacaniano”. Ma J. Lacan non poteva fare altro che lasciare che fossi io a delacanizzarmi, per procedere da freudiano come lui .

 

     B. L’ “Ordine” simbolico - disordinato nell’inconsistenza logica delle Teorie presupposte che ne sono il collante collage - determina, assoggetta, asservisce (non mi spendo qui a articolare Simbolico e semblant o oggetto a come causa del desiderio, o del pensiero).

 

     Ma c’è una dipendenza che non è asservimento, assoggettamento, effetto di determinazione operato da un “Ordine” superiore.

     Era ancora J. Lacan a definire quella di Freud “una psicologia della dipendenza”. Alla dipendenza servile ora detta, si contropropone un’altra, duplice e libera dipendenza, quella stessa che definisce la libertà in opposizione alla “libertà” del delirio psicotico:

     1. dall’eccitamento, 2. dall’altro nella legge di moto come patto di partnership.

 

     1. già Freud osservava che non va da sé che l’uomo accetti gli eccitamenti che incontra. Nella psicopatologia ciò è vistoso.

     Fin dalla prima introduzione del pensiero di natura ho osservato che nella legge di moto umana (“pulsione” in Freud) l’eccitamento è ec-citamento, vocazione, e senza predicherie su questa parola.

     La storia dell’era cristiana ha commesso, tra i suoi errori o zizzanie, quello di religiosizzare-clericalizzare la vocazione, il fattore che fa da inizio non causale della legge di moto umana.

     Tra le conseguenze (per tutti) una è stata dannosa nella casa cristiana stessa: quella del fare dipendere l’eccitante di Cristo dai suoi predicati anziché dalla composizione e dalle proprietà del suo pensiero (il predicato “Dio”, il predicato anselmiano “grandezza”).

     Ciò gli ha tolto tutto il “sugo”, perché non si dà distinzione dell’eccitamento in due specie, umana e divina: o lo è o non lo è. Siamo al solito divide et impera tra alto e basso, tra desideri “alti” e “bassi”, celesti e terreni.

     E’ notevole che così risulta compromesso anche “Dio”. Infatti, poiché il divide è una divisione interna all’istinto come Teoria generale presupposta per tutti gli “enti”, in ultima analisi anche “Dio” vive di istinto quantunque “alto” (qui Dante è formale): è un animale superiore con l’istinto dell’amore. E’ interessante osservare come e quanto l’eresia può insinuarsi (mi sembra da fare l’Inquisitore!)

     Sto parlando della perdurante crocifissione di Cristo da venti secoli, una lunga epoca in cui il celebre “crucifige!” è gridato da cristiani inconsapevoli di quello che fanno: anche a noi è rivolta la frase di Gesù “Perdonali perché non sanno quello che fanno!”

     Dico da tempo che non si tratta di togliere agli Ebrei l’imputazione di “deicidio” o meglio di “figlicidio”, ma di riferirla anche a noi stessi. Sta qui la fonte dell’antisemitismo cristiano. Avremmo dovuto ricordare l’invito: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra!”

 

     2. nell’eccitamento si tratta di vocazione a un’elaborazione cui possa collegarsi, come legame sociale, l’elaborazione o perfezionamento di un altro soggetto con la meta di un profitto. E’ la nostra formulazione della legge di moto: “Non ‘fa’ il bene’ bensì: il bene agisci in modo che si produca per mezzo di un altro” (naturalmente I. Kant storce il naso).

     Lo svolgimento di ciò è già scritto. Rammento ancora e appena:

     a. che ho rintracciato la forma di questa legge in una parabola nota, quella detta “dei talenti”; b. che denomino questa legge “regime dell’appuntamento”, universale.

     A quest’ultima espressione e concetto do la massima importanza. Ora aggiungo soltanto che ho così scoperto un nuovo peccato, quello per cui dopo un appuntamento mancato diciamo correttamente: “Che peccato!”

 

     Agosto 2006