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lunedì 30 gennaio 2012


IN DOLORE VERITAS?
 

     Leggo su una Rivista il titolo:

     “La verità del dolore che cancella censure e bugie”[1].

 

     A questa frase riconosco il merito di avere dato forma di proposizione chiara e distinta alla menzogna più grave che io conosca, e che posso riassumere nella facile proposizione latina, di forma platonico-kierkegaardiana, “In dolore veritas”.

 

     Questa che è la più falsa delle proposizioni che io conosca, è anche fonte di ogni censura e bugia, non lontana da “doleo ergo sum”:

     tutt’altro dal cartesiano “cogito ergo sum”, che non ha mai ricevuto davvero grande importanza, perché il pensiero è a tal punto il bersaglio del nemico universale che nessun filosofo teme veramente che qualcuno fondi l’essere sul pensiero.

 

     In tutti i campi dell’esperienza si è sempre fatto leva sul dolore per far credere a chiunque qualsiasi cosa, per sollecitarne amore, comprensione, compassione, attenzione, pietà, e in generale lo si propone come test di realtà.

 

     In dolore veritas può ispirare un giornalismo, una letteratura, una politica, un sindacalismo, oltre che un’intera vita individuale:

     c’è una politica che non è altro che il discorso della penuria, pacem in terris perché poena in terris.


 

[1] Il venerdì di Repubbblica, 13 gennaio 2012. Intitola un articolo di Miguel Gotor sulle lettere di Moro dalla prigionia (Gotor è autore di due libri presso Einaudi su Moro, Lettere dalla prigionia, 2008, e Il memoriale della repubblica, 2011). Non posso attribuire tale titolo all’autore dell’articolo.