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Seguito di ieri.
Con
questo titolo vorrei inaugurare una serie di opere dedicate
all’umiliazione nei grandi gruppi umani:
nella
serie, dedicherei la prima all’umiliazione detta “popolo”
(aldilà del concetto squisitamente giuridico di questo, vedi
H. Kelsen), come lebbra mascherata da paludamenti come
“buon”, “semplice”, “concreto”…
In
generale, potrei variare la traduzione dell’opera freudiana
Il disagio nella civiltà, come L’umiliazione
nella civiltà.
E’ da
poco tempo che parlo dell’umiliazione come del pensiero,
dicendo che essa parte dall’infanzia:
d’onde
ogni patologia, ma anche ogni psico(pato)logia di massa.
La
storia del cristianesimo - che mai ho rinnegato,
diversamente dalla maggioranza dei miei coetanei di un tempo
- è una storia di umiliazione, subita prima e imposta poi:
l’umiliazione di partenza è quella imposta a Gesù stesso -
il rifiuto di considerarlo un pensatore a pieno titolo -,
subito ricaduta sulla testa dei cristiani.
Non
proverò ora a scrivere questo libro di storia, al momento mi
limiterò a descrivere di questa lo stato attuale (una
descrizione già sottesa all’articolo di ieri):
ebbene, l’osservazione è che non mi è mai riuscito di
trovare un mio confratello di cristianesimo all’altezza di
pensare un pensiero semplice come il seguente:
che in
questo preciso momento Gesù è affaccendato in qualcosa, per
esempio ad attraversare 5th Avenue all’altezza della 49a
per andare da qualche parte,
ovviamente con la sua testa senza che nessuno glielo abbia
comandato.
E’
questo asciutto pensiero a fare di me un credente:
e c’è
pensiero, umanità, solo di chi attraversa la strada (S e A
come scrivo da anni), che sia io che sia Gesù.
La
gran parte dell’arte sacra, in cui Gesù non attraversa mai
alcuna strada, rappresenta l’umiliante inibizione del nostro
pensiero a pensare Gesù come pensatore:
sostituito come imbecille su cieli barocchi (ma già di molto
anteriori).
Mi
consento un neologismo:
l’a-cristismo è un’invenzione cristiana, già teatrale
in Dante ma oggi da avanspettacolo.
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