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Se
un’analisi concludesse bene, cioè concludesse, concluderebbe
che è sempre per una Teoria, o un’Idea, che ci facciamo
massacrare e massacriamo, non per qualcosa di “concreto”:
siamo
dei Teorici, sempre, anche da analfabeti, e per questo siamo
non dei selvaggi ma dei malati.
Da
qualche giorno insisto sul delirio culturale
dell’Interiorità, occulto Ministero degli esteri, nella cui
costruzione trovo allineato Kant con Platone:
ma
certo, è imbarazzante trovare, tra l’uno e l’altro, sulla
stessa linea - anche come si dice “linea politica” -,
Sant’Agostino, ma su questo punto mi riprometto di tornare.
Nella
linea dell’interiorità I. Kant è stato il più onesto, il che
ci obbliga a distinguere due ben diverse onestà:
senza
il minimo senso del pudore, egli non ha detto né lasciato
intendere che l’interiorità esiste, e in effetti non esiste
a parte il nostro onesto intestino:
anzi
ha scritto con una sfacciataggine senza pari un libro, la
Critica della ragion pratica, per descrivere
l’operazione che fa esistere l’interiore distinto
dall’esteriore come la distinzione tra comando ed
esecuzione, tra sovraordinato e sottoordinato:
l’ha
descritta come l’operazione di balistica intellettuale
(“ragion pratica”) che purifica la legge dell’azione
da passione e interesse:
e
infatti Adolf Eichmann non odiava gli ebrei (passione), e
non ha rubato loro un soldo (interesse), e proprio per
questo ha portato a termine (quasi) la “soluzione finale”.
Ma non
è necessario considerarci tanto cattivi (e in effetti
Eichmann non lo era), per cogliere la purezza kantiana della
nostra moralità:
è da
moralisti kantiani che irridiamo il moralismo tradizionale
(che non valeva un gran che). |