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Sono
debitore alle favole che leggevo senza limiti nell’infanzia:
all’epoca era come se sapessi già il latino e che “favola”
viene da fabulari cioè parlare, una cosa seria.
Una
tra esse era Il reuccio, o meglio Il piccolo re
data la sua origine nordeuropea:
me ne
è rimasto il filo narrativo, quello di un figlio di re che
nell’infanzia si aggirava per le sale del castello reale tra
le nevi, accompagnato da un gigantesco orso che terrorizzava
tutti.
Giunto
all’adolescenza - quella biologica non quella patologica
della Psicologia odierna - egli accompagnò padre e madre a
morire, senza alcuna sfumatura di lutto:
la
favola non dettagliava nulla né sulle cause della morte né
sulle esequie, diceva soltanto che morivano e che il figlio
li accompagnava senza omicidio, diventando lui stesso re.
Mi è
occorso del tempo per farmene la ragione, che oggi condivido
e sostengo:
non si
trattava di morte delle persone bensì di fine della
genealogia, con precisa distinzione tra genealogia e
discendenza:
non
più i costi della genealogia, bensì i beneficî della
discendenza (vedi l’articolo che precede).
Non
devo dilungarmi su quei costi - altissimi e che una vita non
basta a pagare -, e riaccenno appena ai benefici di quella
sovranità individuale di cui parlo da anni, accessibile ma
alla quale quasi nessuno accede, come in una crisi
permanente.
Vediamo che l’Edipo re è confezionato in modo tale
che vi sia abdicazione alla sovranità con ricaduta nella
genealogia, in altri termini l’opera di Sofocle servita a
Freud contiene l’“Edipo” già distrutto (è come tale che lo
incontriamo nelle patologie):
diversamente, il suo senso è quello di aprire all’universo:
una
sfumatura di ciò rimane nell’usanza per cui il padre della
nubenda accompagna la figlia all’altare come fosse il
suo primo sposo, non è il padre di papà-e-mamma.
Nell’abdicazione Edipo non è lontano da Re Lear, e Antigone
da Cordelia.
Il
limite del matrimonio civile (che pure non rifiuto, però sta
vacillando) sta nel riferire i coniugi all’ambito della
famiglia:
recentemente ho contribuito a conferire un senso al
matrimonio canonico come “sacramento” non della famiglia ma
dell’universo:
solo
due single o eremiti come dico io possono fare il
passaggio senza mancare in nulla al
partner
elettivo. |