|
Ho in
mano questo libro, Scienze della psiche e matrimonio
canonico,
dal quale prendo spunto per credenti e miscredenti:
questi
ultimi oggi sono sempre meno, la gente “crede” anche se non
sa cosa.
Recentemente ho riparlato di uomo e donna che si uniscono a
fare società (Perché ho sposato?, lunedì 10 ottobre,
e il precedente Ho sposato, sabato-domenica 3-4
settembre) potendo poi, se lo vogliono, situare questa in
quella forma giuridico-statuale che la tradizione
linguistico-giuridica chiama “matrimonio” ( e perché non
“patrimonio”?).
Poi,
c’è stato chi si è dato cura di osservare che la suddetta
forma non assicura affatto il successo o tenuta di tale
società (a parte certi effetti giuridici), il suo non
default, e sappiamo la frequenza dei casi di
separazione e divorzio e anche del caso di divorzio in casa,
oltre che dei casi di non-matrimonio.
Ne è
venuto il matrimonio canonico del cattolicesimo, ossia
l’idea di un supplemento (ma quale?) da dare al matrimonio
civile, detto “sacramento”,:
questo
comporta non la sua annullabilità successiva bensì il solo
riconoscimento di nullità all’origine.
Osservo che, risalendo ai minimi termini, affinché ci sia
nullità non c’è soltanto il caso soggettivo del vizio di
consenso al sacramento:
più
radicalmente c’è il caso che non esista affatto il
sacramento cui dare assenso, malgrado la credenza in tale
esistenza, ossia il quesito se esso abbia o non abbia una
formulazione positiva soddisfacente.
La
questione non è posta anzitutto da me, perché è stata posta
da un Papa della modernità, Pio IX, allorché ha condannato
l’idea che il sacramento sia una benedizione sul matrimonio
civile o, come mi sono già espresso, la crema religiosa
sulla torta civile:
dicevo
già che Pio IX scriveva per la nuora liberale affinché la
suocera cattolica intendesse:
infatti ai “liberali” dell’epoca non importava nulla del
sacramento in un senso o in un altro, e dunque non potevano
ricadere nella condanna papale:
in
accordo con Pio IX, consegue che sono nulli tutti i
matrimoni celebrati come crema religiosa (“papale-papale”).
Su
tale base autorevole sorge il quesito se sia mai esistito un
matrimonio sacramentale valido:
un
dubbio legittimo in assenza della certezza e chiarezza della
fattispecie positiva detta “sacramento”.
In
caso di fattispecie non certa e chiara, la psicologia non ha
nulla a che vedere:
che il
consenso sia viziato o meno, sarebbe comunque consenso a un
vuoto:
le
“scienze della psiche” sono servite da alibi o censura
dell’inadempienza della fattispecie come tale.
Da
tempo richiamo l’attenzione sulle inadempienze della storia
cristiana:
la
prima delle quali è la configurazione del cristianesimo come
religione, il che assolutamente non è.
Dico
la mia:
quello
del sacramento è un caso di indissolubilità ristretta entro
il più generale Regime dell’appuntamento:
la mia
fedeltà rimane intatta verso tutti coloro che vivono come me
di Regime dell’appuntamento, ossia che fanno con me il
legame sociale della Società Amici del Pensiero:
non
divorzio da loro.
Può
essere accaduto che un giorno io abbia sposato una una,
posto che abbia trovato motivo di farlo, al che nulla mi
obbligava e neppure lei:
ma il
legame precedeva (lascio intonso il caso della poligamia), e
per questo non divorzio da lei:
tutt’al più cambio galassia (autobiograficamente, ho agito
così).
In
altri termini, se ci fosse sacramento sarebbe il sacramento
del legame sociale come tale, non di un legame privato,
intimo, famigliare:
ricordo qui Hegel che dichiarava di non sapere collegare la
donna con l’Universo (umano), ammettendo come sola eccezione
quella mortifera di Antigone, non sposa, e legata a un
fratello ma solo in quanto morto.
Viene qui allo scoperto la disastrosità dell’idea
dell’amore come dono (costo) anziché come iniziativa che
avvia un processo (beneficio).
|