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Ho
elencato “speranza” tra le parole grossolane (Grossolanità,
martedì 4 ottobre):
da
questa pecca io sono esente perché non ho alcuna speranza,
ma vediamo bene che cosa significa, non è ciò che il lettore
ha appena pensato.
Facciamoci precedere dal buonumore motivato della battuta:
- Che cos’è
un albero di pere senza le pere?
- E’
dis-perato!
C’è un
vecchio libro celebre, Principio speranza (Prinzip
Hoffnung) di Ernst Bloch, che propone un’idea che io non
ho affatto, neppure quella di una vita dopo la morte:
sarà
che da bambino ero un commerciale, ma non apprezzo l’idea di
esigenze o domande precostituite, connaturate, anticipate:
per me
l’offerta precede sempre la domanda, e deve trattarsi di
buona offerta, affidabile, in caso diverso timeo Danaos
et dona ferentes, insomma a caval donato si guarda
sempre in bocca, non si fa lo sconto a nessuno.
Il
Capo di buona speranza lo chiamerei Capo di buon
impossibile:
invito
a collegare il tema della speranza a quello
dell’impossibile, a condizione di sottomettere questo a una
torsione:
un
tempo era impossibile (non ho detto proibito o inibito)
passare dall’Atlantico al Pacifico e inversamente, poi il
Canale di Panama è stato la realizzazione dell’impossibile,
a condizione di prima pensarlo:
il
pensiero non è quasi mai stato il campo fecondo
dell’impossibile.
Caso
particolare, la psicoanalisi è un’offerta:
lo è
di una salute non desiderata, cioè non ancora passata al
campo del pensiero o dell’impossibile.
P S
Su
“Dio” hanno sempre fatto un mucchio di storie, sempre più
arruffate quando non francamente occultiste (il “Mistero”):
se
volessimo pensarlo esistente dovremmo pensarlo come
pensante, l’impossibile appunto:
in paragone, l’attributo dell’onnipotenza decade al
Supereroe divino, roba da comics teologici. |