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giovedì 6 ottobre 2011


SPERANZA, E IL CAPO DI BUON IMPOSSIBILE
 

     Ho elencato “speranza” tra le parole grossolane (Grossolanità, martedì 4 ottobre):

     da questa pecca io sono esente perché non ho alcuna speranza, ma vediamo bene che cosa significa, non è ciò che il lettore ha appena pensato.

 

     Facciamoci precedere dal buonumore motivato della battuta:

- Che cos’è un albero di pere senza le pere?

- E’ dis-perato!

 

     C’è un vecchio libro celebre, Principio speranza (Prinzip Hoffnung) di Ernst Bloch, che propone un’idea che io non ho affatto, neppure quella di una vita dopo la morte:

     sarà che da bambino ero un commerciale, ma non apprezzo l’idea di esigenze o domande precostituite, connaturate, anticipate:

     per me l’offerta precede sempre la domanda, e deve trattarsi di buona offerta, affidabile, in caso diverso timeo Danaos et dona ferentes, insomma a caval donato si guarda sempre in bocca, non si fa lo sconto a nessuno.

 

     Il Capo di buona speranza lo chiamerei Capo di buon impossibile:

     invito a collegare il tema della speranza a quello dell’impossibile, a condizione di sottomettere questo a una torsione:

     un tempo era impossibile (non ho detto proibito o inibito) passare dall’Atlantico al Pacifico e inversamente, poi il Canale di Panama è stato la realizzazione dell’impossibile, a condizione di prima pensarlo:

     il pensiero non è quasi mai stato il campo fecondo dell’impossibile.

 

     Caso particolare, la psicoanalisi è un’offerta:

     lo è di una salute non desiderata, cioè non ancora passata al campo del pensiero o dell’impossibile.

 

     P S

 

     Su “Dio” hanno sempre fatto un mucchio di storie, sempre più arruffate quando non francamente occultiste (il “Mistero”):

     se volessimo pensarlo esistente dovremmo pensarlo come pensante, l’impossibile appunto:

     in paragone, l’attributo dell’onnipotenza decade al Supereroe divino, roba da comics teologici.