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La
parola italiana “parolacce” non ne rende abbastanza bene
l’idea, preferisco l’espressione francese “gros mot”,
perché “grosso” si oppone non a fine né a sofisticato, ma
semplicemente a pensato:
e
appunto le parole sono grossolane quando sono separate dal
pensiero di ciò che dicono:
lacanianamente sono dei “significanti” in quanto separati
dai loro significati o concetti.
La
cosa si fa interessante se ci si rivolge a tante parole di
“nobile” tradizione filosofica:
non
conosco maggiore grossolanità di quella della parola
platonica “Bene”, insieme a “Bello” e “Vero” distinto dalla
verità con la v minuscola.
Segnalo l’errore di sempre, quello di considerare omologhe
“grossolanità” e “volgarità” (da “volgo”):
nella
separazione della parola dal pensiero, volgo e haute
sono identici, ugualitarismo dell’ignoranza, oggi
accresciuto rispetto a ieri.
“Grande” è grossolano:
a
“Dio” stesso, posto che esista, se qualificato “grande”
salterebbe la mosca al naso.
Ancora
recentemente ho segnalato la grossolanità della parola
“fede”, separata come resta nei secoli da una sua idea
chiara e distinta:
qui il
colto teologo può essere non meno grossolano del
“popolaccio”.
Da
molto più tempo segnalo la grossolanità della parola
“amore”.
Non mi
dedico oggi alla grossolanità della parola “speranza”.
La coscienza è grossolana, prima di venire … rieducata
dall’“inconscio”. |