|
Scrivo questa lettera in prossimità del mio anniversario,
oggi declinandola per amici, e anche non-amici, troppo
nervosamente scandalizzabili (cattolici e non cattolici):
li
informo su come mi regolo (dunque non mi giustifico) con la
Società “Chiesa cattolica” - Società non Religione - di cui
sono rimasto Socio di diritto (ricavando anche
incomprensione quando non ostilità).
Quarantadue anni fa, il 3 settembre 1969, ho (non-)sposato
in Chiesa, per poi considerare quasi subito nullo il mio
matrimonio, anzi tanto nullo nel mio pensiero da non fare
nulla per venirne a capo:
tardi
sono addivenuto alla sola separazione legale, mentre quanto
al divorzio non l’ho neppure mai concepito (“divorziare” ma
da che?), e per il medesimo vuoto mentale non ho mai cercato
la nullità ecclesiastica (solo trent’anni dopo sono
diventato un divorziato passivo, cioè non su mia istanza).
Con
altre parole, non avevo alcuna stima (intendo valutazione)
né per il matrimonio come istituto civile, né per il
sacramento che gli viene collegato dall’Ordinamento della
Chiesa, tutt’al più provavo per esso un muto disprezzo come
per la crema religiosa sulla torta civile:
anni
dopo leggendo il “Sillabo” mi sono trovato allineato con Pio
IX che condannava tale concezione cremosa del sacramento.
Ancora, anni dopo il sacerdote che ha celebrato il mio
matrimonio - Don Luigi Giussani, prima maestro poi amico -
mi ha confidato che in quel momento mi ha giudicato “un
idiota”:
benché piccato dal giudizio dovetti convenirne, infatti
“idiota” significa buco nel pensiero.
Successivamente, non mi sono privato della compagnia
femminile (senza mai “andare a donne” ossia l’idiota Teoria
dell’istinto sessuale o “concupiscenza”), anche avendone tre
figli riconosciuti nati fuori dal matrimonio:
quest’ultimo fatto mi impensierisce tanto poco che a volte
mi sono permesso la buffoneria seria di dichiarare che
vorrei avere qualche dozzina di figli sparsi per il mondo,
tutti riconosciuti (accompagnata dalla battuta “con quel che
costano!”).
Non
sto facendo lo spiritoso, bensì testimoniando la mia unica
fonte di moralità, che è la proposizione-fondazione di Gesù
quando ha detto che puro o impuro non è ciò che entra nella
bocca di un uomo bensì ciò che ne esce:
cioè
le parole, che sono sempre frasi, cioè discorso o lògos.
Ci si
scandalizzi pure alla mia asserzione che diciotto secoli
dopo lo ha enunciato anche Freud:
infatti la psicoanalisi è notoriamente l’invito “Bada a come
parli!” preso alla lettera, non come minaccia.
Sto
per scrivere al Tribunale ecclesiastico per domandare un
im-mediato riconoscimento di nullità, senza pretesa da parte
mia:
infatti con ciò intendo non solo né anzitutto senza la
mediazione di una laboriosa causa ecclesiastica ormai
improbabile a più di quarant’anni di distanza,
ma
anche quel riconoscimento in quanto basato sul semplice
fondamento della veridicità della mia dichiarazione sul
giudizio della mia affidabilità:
adducendo questo fondamento sono io che rischio, perché
l’affidabilità è uno dei beni più preziosi di una persona, e
a un tempo testimonio la mia osservanza per l’autorità del
Tribunale ecclesiastico.
Non
temo il Tribunale di Dio né della Chiesa, temo solo il
Tribunale di Freud (e Kelsen), perché esso potrebbe
sentenziare che sono un imbecille, ossia l’attributo
essenziale del Diavolo (è il medesimo giudizio che ne dà
Gesù nel deserto).
Ho
appena testimoniato come intendo un cattolico (cioè
sostantivo non aggettivo).
Con i
miei tempi lenti sono così pervenuto a due scoperte (non
dell’“acqua calda”):
1. a
riconoscere ragion d’essere al matrimonio (fatto civile),
che non gode e non ha mai goduto buona salute;
2. a
riconoscere razionalità al sacramento:
infatti se questo non è una semplice benedizione, quantunque
solenne, del fatto civile (la crema del fideismo), quale ne
è la ragione ossia il fine?
Con
altre parole, in che cosa c’è supplemento (dunque non onere,
ossia la comune concezione sacrificale dell’indissolubilità)
quanto al fine?
Ne va
del senso della celebre espressione “una sola carne”, che
non va inquinata come risibile misticizzazione dei fatti
d’alcova, o peggio come l’idea di un corpo mistico sessuale
a due (sono contrario alla pornografia celeste).
Non
provo neppure a dire qui la mia idea di sacramento,
di cui forse potrò fare domanda:
non
per dovere, infatti se c’è supplemento allora è un piacere:
la
farò con l’avvertenza di evitare di cadere per la seconda
volta nel Sacramento-crema.
Penso
che questa mia lettera (e la successiva e omologa al
Tribunale) dovrebbe piacere alla Chiesa, perché con essa
contribuisco al buon nome del suo Ordinamento.
P S
Tengo
a osservare con piacere che in queste righe non ho derogato
di una virgola da Freud. |