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Ricevo
da Maria Cristina Monaco una Nota con questo titolo - sulla
professione recentemente istituita detta “Mediazione” - che
trovo considerevole e che pubblico come Appendice
presupponendola al mio breve intervento.
Trovo
correttamente posta la questione.
Uno
degli enunciati riferiti dalla Nota (cit. da Google alla
voce “Mediazione”) sembrerebbe uscito dalla mia penna:
“Trovarsi una soluzione da sé”:
ma qui
non è così.
Anzi,
sembrerebbe uscita dalla penna di Freud, che descrive le
soluzioni di compromesso - dalle migliori alle peggiori - di
cui l’io ha ed è facoltà (ma da un secolo tutto è fatto per
disconoscerla anzi rinnegarla):
ma qui
non è così.
Nella
Nota si parla di quell’oscura se non sordida “empatia” così
accuratamente distinta dalla simpatia, distinzione lessicale
che sfugge ai più:
è la
Psicologia contrapposta al Diritto.
La
Nota che riferisco individua la contrapposizione, e le do
ragione:
penso
che l’autrice possa togliere il punto interrogativo.
La
Psicologia dovrebbe venire perlomeno classificata tra i
Diritti Umani, cosa mai pensata, dovremmo dunque riflettere
prima di prendercela con la Cina:
ma
dico di più, cioè che se la Costituzione italiana inizia da
“Repubblica fondata sul lavoro”, oggi troverei equivalente
ma più avanzato dire “Repubblica fondata sulla libertà di
Psicologia”:
che oggi
è evanescente quanto il lavoro, ma quale Politico se ne
accorge?:
e
questo è secondo me il principale problema politico
universale.
Oggi siamo al punto che per
parlare di libertà, prima occorrerà avere la laurea in
Libertà, l’esame di Stato in Libertà, l’Ordine professionale
in Libertà:
ma è
anche una vecchissima storia.
Ho
appena iniziato, continuerò domani. |
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Questa è la domanda che mi sono
posta dopo aver partecipato ad un corso per Mediatori
Professionisti.
Il Decreto Legislativo del 4
marzo 2010 n.28, introduce in Italia l’obbligo del tentativo
di conciliazione, prodromico all’esercizio dell’azione
giudiziaria, in un’ampia serie di casi (in materia di
diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di
famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, danni da
responsabilità medica e da diffamazione con il mezzo della
stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti
assicurativi, bancari e finanziari).
Il Legislatore definisce:
“Mediazione è attività svolta da un terzo imparziale e
finalizzata ad assistere due o più soggetti sia nella
ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una
controversia, sia nella proposta per la risoluzione della
stessa”(art.1).
Al Decreto Legislativo è seguito
un immediato ricorso al TAR del Lazio, da parte dell’Ordine
degli Avvocati: l’oggetto principale della controversia è
la
genericità
nella individuazione della figura del Mediatore e delle
strutture di conciliazione, in contrasto con l’art. 60 della
legge 60/09 che prevede che il soggetto deputato alla
mediazione sia dotato di una particolare preparazione
giuridica. All’oggi, ogni persona in possesso di un
diploma di Laurea può diventare, previa partecipazione ad un
corso di formazione di 50 ore, Mediatore. Laureata in
Lettere e Filosofia, ho apprezzato il fatto che avessero
inventato una nuova professione a portata di mano. Inoltre
sono stata affascinata dall’idea che un singolo cittadino
coinvolto in prima persona in un conflitto, potesse
diventare il primo agente di una soluzione, non più imposta
dall’alto. Se si clicca in Google il termine “Mediazione”,
tra le altre cose si legge anche di una rivoluzione
culturale che essa potrebbe introdurre: “d’ora in poi non si
trascinerà più tanto facilmente la gente in Tribunale, ma si
andrà dal Mediatore, a trovarsi una soluzione da sè”.
Passato l’innamoramento iniziale
ho pensato che l’obiettivo del Mediatore fosse quello di
raggiungere un compromesso tra le parti e, come l’Ordine
degli Avvocati, guardavo con una certa preoccupazione non
solo alle mie presunte lacune in materia giuridica, ma anche
a quelle in materia economica.
In sede di corso, tuttavia,
Avvocati, Economisti, Medici, Imprenditori presenti, ed io
stessa, abbiamo inteso l’equivoco: al Mediatore è richiesto
di tutto fuorché un qualunque sapere economico-giuridico.
Infatti dopo le prime battute dei Docenti mi sono guardata
intorno in cerca di uno Psicologo, unico avente diritto ad
occupare quel posto.
Cito dagli appunti del corso e
dal testo di riferimento: Tiziana Fragomeni, Mediazione e
conciliazione, Celt, Piacenza 2011.
“La mediazione non è giudizio,
non è arbitrato, non è transazione, non è compromesso”.
Verrebbe dunque da chiedersi: allora, cos’è?
La risposta che i Docenti del mio
corso hanno reperito è la seguente:
“La mediazione è comunicazione
empatica, volta alla risoluzione di un conflitto, affinché
le parti salvino il rapporto. Empatia è la capacità di
riconoscere l’altra persona, le sue ragioni ed i suoi
sentimenti, e di mettersi in relazione con essa senza
giudicare. Ascoltare empaticamente significa comunicare
tramite lo sguardo e la postura. Il Mediatore deve assumere
il punto di vista delle parti e dimostrare di comprendere a
fondo i sentimenti che provano. E’ questo aspetto, più che
il fatto di concordare, condividere, discutere una qualsiasi
opinione, che mantiene aperta la comunicazione”.
A partire da tali affermazioni il
corso si è svolto nella pratica della comunicazione
empatica: occorre creare un clima avvolgente e tutelante; il
tono di voce deve essere pacato per neutralizzare eventuali
commenti negativi, occorre sfoderare il “giusto sorriso”,
la postura del corpo deve essere aperta, sporta in avanti
verso l’interlocutore. Tutto dipende dalla capacità del
mediatore di mantenere il contatto visivo, dalla capacità di
mostrare assoluta imparzialità e onesta comprensione delle
problematiche. Esistono tre tipi di domande che devono
essere poste per avviare la comunicazione, per mantenerne il
controllo e per carpire informazioni nascoste. Il giudizio
deve essere sospeso.
Il compromesso viene visto in
Mediazione come una rinuncia parziale alle proprie
aspettative e dunque come negativo. Il Mediatore deve
lavorare sui reali bisogni delle parti, per trovare un
accordo extra, rispetto al conflitto. A tale proposito ci è
stata raccontata una piccola storiella: due bambine litigano
per una arancia. La nonna la taglia frettolosamente a metà e
ne dà una parte a ciascuna. Le bambine, tuttavia restano
insoddisfatte entrambe. Si viene poi a sapere che la prima
bambina voleva farsi una spremuta e la seconda dei canditi.
Se la nonna l’avesse capito avrebbe potuto dare il succo
alla prima e la buccia alla seconda.
La conciliazione (che è l’esito
della Mediazione) dipende dunque dall’abilità del Mediatore
nel gestire la comunicazione tra i due conflittuanti e non
dal beneficio di un compromesso ritenuto logicamente
accettabile e che ridurrebbe anche i tempi di risoluzione di
una controversia.
Citando la Dott.sa M.D. Contri
(Lavoro Psicoanalitico, 24 giugno 2011) “il sistema
organizza le interazioni tra le parti, in quanto le parti
sono ritenute incompetenti quanto al legame sociale”, in
questo caso, quanto al Diritto. Il “setting-sistema” di
mediazione è interamente strutturato secondo formulette di
comportamento, che si imparano a memoria, a ciascuna delle
quali corrisponderebbe una reazione precisa dei soggetti in
conflitto. I modelli di comportamento attingono direttamente
alle strategie di vendita, senza che però vi sia alcun
acquisto o guadagno economico per nessuno.
In Mediazione si parla di “ottica
futurocentrica che ridefinisce i profili delle relazioni
intersoggettive, dal modello win/lose al modello win/win”.
Ho trovato estremamente affascinante tale affermazione (come
la storiella dell’arancia), ma mi è anche sorto un
ragionevole dubbio: non è che alla fine si tratta solo di un
gioco nel quale ci si aspetta che la debolezza psichica (o
economica) di una delle due parti, faccia sì che essa
rinunci al suoi diritti, in virtù di un ideale di accordo e
salvaguardia del rapporto? Infatti, ci siamo domandati
tutti: quale soggetto convinto di vincere una causa in
Tribunale (magari da dieci milioni di dollari) deciderebbe
di far vincere anche l’altro? Quale Studio Legale
consiglierebbe al suo cliente, che per legge dovrebbe
risultare vincitore, di abbreviare una causa (e quindi una
potenziale e cospicua entrata economica) al fine di aiutare
anche l’altra parte del conflitto? Quale soggetto sano di
mente vorrebbe salvaguardare il rapporto con un medico che
gli ha amputato il braccio sbagliato?
Le esercitazioni da noi
effettuate hanno rasentato il ridicolo quando ci hanno
chiesto di mediare tra Israele ed Egitto per il possesso
della regione del Sinai; hanno sfiorato l’assurdo quando due
imprenditori si sono accordati a regalarsi dei mobili, in
cambio del silenzio sul fatto che una delle due aziende non
fosse a norma con la legge 626 (sicurezza sul lavoro), con
danni penalmente perseguibili ai dipendenti; hanno toccato
la banalità più assoluta quando noi mediatori abbiamo
scoperto, con immensa abilità comunicativa, che tutti i
nostri attori in conflitto prima di farsi la guerra erano
stati amanti (tornate a fare l’amore e non la guerra).
E’ mia opinione che il
Legislatore sia stato costretto, infine, a stabilire una
forma di sanzione pecuniaria alla parte che non si presenta
in mediazione o che la ostacola, forse al fine di rendere
operativo un sistema destinato al fallimento. Infatti quando
la causa non si risolve in mediazione, il Giudice deve
comunque imporre una soluzione alla controversia. Se la sua
decisione fosse uguale a quella proposta e non accettata in
mediazione, la parte ostile sarà costretta a pagare le spese
legali dell’altra, anche in caso di vittoria. In base ai
dati oggi in mio possesso ciò non dovrebbe accadere mai, dal
momento che il Giudice opera secondo il Diritto, Mentre il
Mediatore secondo qualcosa che è “extra- Diritto”.
Al termine del corso ho sostenuto con successo l’esame e
conseguito l’attestato riconosciuto dal Ministero. Ho dunque
effettuato una ricerca presso gli Istituti di Mediazione
accreditati ad operare ed ho scoperto che nel 99% dei casi
il contratto di lavoro obbliga il Mediatore a imporre una
soluzione, che deve essere giuridica ed approvata dagli
avvocati, a tutte le parti che non trovano quel qualcosa di
extra, soddisfacente i loro bisogni nascosti. Poi, i due
conflittuanti, se la vedranno comunque in Tribunale.
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