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Questa
parola, “Neuroteologia”, non è una mia trovata più o meno
spiritosa:
intitola la voce omonima del dizionario La Mente
dell’Istituto dell’Enciclopedia Treccani, vedi Cercando
il “neurone di Dio” nel Corriere di lunedì
13 giugno.
Premetto che per il significato di “cretino” siamo
insuperabilmente debitori di J. Lacan:
significa parlare senza sapere ciò che si dice, cioè la
scissione significante/significato, diffusissima e
ubiquitaria anche nei “migliori”.
Ora,
ecco qua la suddetta parola, per servirci!:
è
stata inventata dall’autore di fantascienza Aldous Huxley
(in L’isola, tra mezcalina e buddhismo
Mahayana), che era dei “migliori”.
Per
non essere cretino bisogna che quando uno dice la parola “neuroteologia”,
questo significante acquisti un preciso significato, quello
di “che insalata!”
che
poi è il significato di “religione”.
Sul
fondo c’è la dura incomprensione del fatto che l’“illusione”
chiarita da Freud significa che è illusorio che la religione
supporti la fede, quella che io dico potere derivare
soltanto da un giudizio razionale di af-fidabilità:
la
religione si presta non alla fede bensì al significante
astratto.
E’ un
po’ costernante che sul cervello si resti ideologicamente
lontani dalla scienza positiva:
avente
come unica premessa l’osservazione già antica che il
cervello è un organo gentile, disponibile al pensiero,
indisponibile soltanto al tentativo di imporgli di
rispondere (su che base?) del pensiero.
Nulla
ci autorizza a chiedere al cervello di rispondere di “Dio”,
di cui non ho né mi importa avere scienza:
tutta’al più potrei chiederlo a “Dio” il giorno che avesse
la gentilezza di farsi presente, io non lo obbligo neppure a
esistere e non mi ritengo obbligato ad averne scienza
(“Teologia”);
così
come nulla ci autorizza a chiedere al cervello di rispondere
del pensiero, di cui ho invece scienza (ne faccio ogni
giorno), senza nulla aspettare dal cervello oltre al
servizio che me ne viene già dalla sua ingenua buona
disposizione, per esempio a favorirmi in ciò che sto
scrivendo.
La
terna “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”, titolo di
un dipinto di Paul Gauguin del 1897 oggi al Museum of Fine
Arts di Boston, mostra un Gauguin fermo allo stupido
indovinello della Sfinge, come già Edipo.
Non
molta più stima ho per la terna “Che posso sapere? Che devo
fare? Che mi è permesso sperare?” di I. Kant nel Canone
della Critica della ragion pura.
C’è
senso cioè meta soltanto immanente alla legge di moto
dei corpi che Freud chiamava “pulsione”:
è
questa a fare l’uomo e nient’altro, come legge trascendente
la natura e non debitrice dell’ingenuo cervello.
Lasciando ognuno alla sua dubbia fede o non fede,
- e
rinnovando la mia recente citazione lacaniana “Non si sa mai
bene che cosa credono quelli che credono, e che cosa non
credono quelli che non credono”, ossia vivono tutti del
significante lacaniano -,
richiamo l’interesse del Caso “Gesù” che in quanto uomo
lo era in virtù della medesima legge. |