APERTURA DEL SITO DI GIACOMO B. CONTRI
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1.     Storia di un ιδιώτα

2. Freudiano

3. Con J. Lacan

4. Con H. Kelsen

5. Eremita e operaio

6. Cristiano?

 

1

STORIA DI UN

ιδιώτα

 

     La mia vita si è tutta svolta da uomo comune, ossia tra i due significati opposti della parola greca ιδιώτης (qui italianizzata in ιδιώτα):

 

     tra quello di cittadino in quanto ha voce in capitolo nella Città ossia nel “pubblico”, ma pur sempre anche nel caso più eccellente inquinato dalla sua restrizione a “privato” (benché una restrizione molto allargata in certi casi),

     e quello di idiota nel significato corrente della parola, che designa il “privato” assoluto, la servitù di una libertà astratta, l’“individuo umano astratto” marxiano, la cui libertà si riduce a quella di un pensiero che è solo effetto, non solo senza efficacia ma senza competenza alla fonte. La competenza del cittadino, se è, è universale senza privatezza: Città e universo coincidono: bisognerebbe finirla di riservare la parola “universo” alla realtà fisica

 

     Rammento che nell’individuo astratto di Marx (conseguente alla liberazione dalla servitù della gleba), la libertà si restringe a quella di vendere “liberamente” sul mercato la propria forza-lavoro come merce. Con Freud prendiamo da un’altra parte la restrizione della libertà: l’impensabilità, per censura, del pensiero che, se è, è la suddetta competenza universale - non privata - alla fonte.

 

     Non conosco vite che non siano trascorse nella tensione tra i due opposti, che sono due opposti tali che anche il più privilegiato è segnato dall’idiozia della privatezza.

 

     Proprietà aut predicato    

 

     Non occorrono grandi voli etimologici:

     ίδιος in greco significa ciò che è proprio, per esempio è ίδιος il nome proprio, ma già inquinato dalla ripartizione pubblico/privato; τά ίδια sono gli affari privati, όι ίδιοι i privati. L’opposizione privato/pubblico rende problematica la valorizzazione dell’ίδιος nel senso di ciò che è singolare in uno a confronto di tutti gli altri. Rammento che spesso J. Lacan quando nominava qualcuno aggiungeva: “pour ne pas le nommer”;

     ιδιότης designa la proprietà ma come carattere specifico, particolarità;

     ίδιώτης designa il cittadino come privato o semplice cittadino, che si ripartisce poi nelle classi suaccennate (servirebbe una ben rinnovata analisi delle classi).

 

     Non è difficile comprendere come già nell’antica Grecia questo significato classificatorio potesse scivolare, anche classisticamente, in quello di “idiota” in senso corrente, tanto più quanto più estrema e astratta si facesse la privatezza in quanto l’impotenza di chi non conta nulla nella Città (rammento quel Direttore del personale che quando voleva farsi comparire davanti un impiegato di basso profilo intimava: “Chiamatemi quell’idiota!”)

 

     E’ la nostra “persona fisica” quando presa all’opposto diametrale dalla “persona giuridica”, e dunque incompetente in misura ingravescente con il crescere della distanza, fino ai significati psicopatologici. Infatti c’è un’idiozia nevrotica, e anche psicotica (la “dementia praecox” di E. Kraepelin, poi rimpiazzata da “schizofrenia” nella scorretta pulizia-polizia lessicale fatta da E. Bleuler), fino a quel caso di autismo che è classificato come idiot savant o Fachidiot nella sua contabilità vana (Dustin Hoffman in Rain Man).

 

     Sottolineo l’alto livello di astrattezza del predicato “privato” che fa l’idiota sottraendolo alla mobilità individuale nell’universo. Alcuni chiamerebbero “concretezza” questa astrattezza del provincialismo soggettivo (l’individuo come provincia atomica) che tende asintoticamente all’assoluto della formica nei suoi “rapporti concreti” con le altre formiche e con l’ambiente.

 

     Quale rivoluzione linguistica e cogitativa occorre per riuscire a privarci del privativo “privato”? La lingua greca lo ha forgiato per esentarne i Filosofi, i padroni dell’operazione astrattiva o predicativa che fa il privato. E’ a questo punto che arriva Freud, consentendoci di disegnare un pensiero che ne esenta tutti.

 

     Rinuncio a un excursus sull’idiota letterario, compreso quello cristico di Dostoevskij. Salvo annotare che nei secoli cristiani anche Cristo, e proprio in quella che doveva essere casa sua, è passato a ιδιώτης tra i due opposti. Cosa strana, avendo operato come figura pubblica sempre, senza “privato”. Se non proprio idiota, santone magari promuovibile a profeta, ma anche uno schizofrenico in compagnia musicale con un’isterica : mai un pensatore (quale è nella narrazione), che è il caso unico in cui un cittadino non è un privato.

 

     Kelsen con Freud

 

     A questo proposito rammento il mio entusiasmo per H. Kelsen (nel mio libro La tolleranza del dolore. Stato, diritto, psicoanalisi, 1978) con particolare riferimento al capitolo conclusivo di La dottrina pura del diritto:

 

     “Risultano due tipi di interpretazione chiaramente distinguibili l’uno dall’altro: l’interpretazione del diritto da parte dell’organo che deve applicarlo, e l’interpretazione del diritto che ha luogo non da parte di un organo giuridico, ma di una persona privata e, particolarmente, da parte della scienza del diritto” (corsivo mio). Ecco il pensiero, la competenza nelle leggi, un vero cittadino non idiota, non (mal)ridotto alla privatezza o idiozia se è come “privato” che realizza la scienza del diritto.

 

     Ecco la prima se non unica questione della politica, se la si vuole. Ma non è quasi dato di incontrare il desiderio che la questione venga posta all’ordine del giorno, anzitutto nella vita quotidiana, né la facoltà di farlo, e ciò per difetto di… pensiero. Né il pensiero anarchico fa eccezione al regime anarchico tanto dell’idiozia quanto della civiltà (il problema della civiltà è quello di razionalizzare la propria costituzionale anarchia).

 

     L’idiozia è la massima invenzione del pensiero greco: che da quella è sorretto mentre la sotto-pone. Del pensiero greco lo schiavismo è sostanza, upokéimenon.

 

     Anche Freud è stato una tale “persona privata” come H. Kelsen, senza privatezza o idiozia.

     In ciò, esplicito la completezza freudiana nel fatto di sapere trattare solidalmente: patologia-delitto(-“peccato”)-idiozia.

 

     Nella patologia si è idioti tecnicamente, perché vi si compiono rinunce intellettuali, de-menziali, il cui caso-principe benché non unico è la rimozione (ecco perché non piace ammetterla).

 

     Nessuna analisi si può considerare conclusa senza un esaustivo riconoscimento di “Che idiota sono stato!”.

 

     Nel pensiero di natura, ricapitolante il pensiero di Freud, l’ίδιος si realizza lasciando la scena  greca dell’ιδιώτης.

 

     La san(t)a sede del proprio

 

     Nella patologia siamo degli es-propriati del proprio, dell’ίδιος come proprietà personale prima della proprietà materiale, anzitutto di quel bene che è corretto chiamare “ben dell’intelletto” o pensiero. Espropriati nel passaggio dalla proprietà - che è facoltà, come tale attiva - al predicato, o alla funzione logica (nella vecchia filosofia: predicato dell’essere). E’ così che diventiamo idioti. Non la proprietà ma il predicato è un furto.

 

     Un esempio tra cento: “padre” è la proprietà dell’avere un figlio-erede; “paternità” come  predicato con tanti astratti correlati, è il furto di tale proprietà con effetti patogeni, e idiotizzanti, per figli e padri.

 

     Il pensiero di natura è l’unificazione della “persona” nella persona giuridica, san(t)a sede del diritto, facoltà di suffragio universale nella sede individuale. E’ il concetto squisitamente laico di “santo” (anche J. Lacan si è esercitato su questo concetto): se non significa questo non significa nulla.

 

     La psicoanalisi è riabilitazione della proprietà o facoltà di pensiero dalla sua debilitazione nella patologia. Nella sua modestia, humilitas, il suo è un atto politico: da molto tempo dico che è una pratica agorafilica, non claustrofilica o privata.

 

     Questa parte trova seguito nella successiva, Freudiano

 

Poscritto

IL MONDO DEL PREDICATO, O IL “NARCISIMO”

 

     (pubblico questa pagina che ho ritrovato  scritta in precedenza, giugno 2006)

 

     Ho trascorso la mia vita di ιδιώτα in un mondo di predicati attribuiti a un soggetto, che è il “Mondo” in senso giovanneo cioè il “narcisismo”, mio o altrui poco importa. Narciso può predicarsi bellezza e amore anche se è un rospo sadico e omicida, o un “Dio maligno”, che importa?: al predicato non si guarda in bocca come al predicato “dono” del cavallo di Troia o al predicato “essere” dell’ente.

 

     Timeo Danaos

 

     La psicoanalisi guarda in bocca, o meglio rende parlanti, confessanti, gli ambigui “dono” e “essere”, ambedue temibili nel loro mutismo come i Danai quella notte. Afasico com’è, l’“essere” teorizza la de-menza ritirandosi nel cielo dell’ineffabilità. Poi l’afasia non si fa scrupolo di passare loquacemente al predicato, e ne nasce la corporazione dei predicatori (religiosi, laici, antireligiosi, logici, filosofici, psicologici, partitici e quant’altro), governo del Mondo come talk show.

 

     La bocca vorace, predatrice, del predicato è di… bocca buona, può ingoiare tutto prima di sputarlo, amore, essere, verità, bellezza, bontà, intelligenza…: Ecco il mondo detto “narcisismo”, incivile civiltà la nostra. Ho appena detto che l’afasia non è sempre muta: quando parla mente vomitando Ideali. La massa applaude, con rumore assordante mistificato dalla musica.

 

     Il delitto contro l’umanità è far passare l’uomo alla funzione, al predicato dell’ente, alla Psicologia, all’Educazione, alla psicologia delle masse, all’istinto (“basso”-corporale o “alto”-spirituale e “divino”), al narcisismo (fissazione al predicato, per esempio “bello” o “innocente” predicati del bambino, dopo di che potrà commettere ogni bassezza nella sua presupposta purezza “alta”: eroe eroinomane).

 

     Poveri di spirito

 

     Neanch’io, anche da psicoanalista, sono stato senza peccato, passivo o attivo, nella poco edificante edificazione di un tale mondo. Imputabile, e ciò mi piace, questa imputazione mi dispiace.

 

     Il “Mondo” è quello dell’espressione “il mondo che mi circonda”, ossia un pensiero paranoico nonché narcisista (l’io al centro come la palla, l’idiota a centro campo).

 

     Se espressioni come “povertà di spirito” o “povertà francescana” hanno significato, è quello della spoliazione fruttifera di tali predicati. Il predicato impoverisce, anche materialmente, sfrutta senza frutto né usufrutto.

 

     Monoteismo

 

     Neppure Dio se l’è passata molto bene nel Mondo, tanto gli si è astrattamente predicato addosso (onnipotenza, onniscienza, grandezza, amorosità, misericordiosità …) con sottoproletaria e querula dovizia, che neppure eroga panem et circenses.

 

     Il monoteismo ha predicato la paternità dell’ente “Dio”, guardandosi bene dal risolvere tutto “Dio” nella proprietà “Padre”: la cui esistenza è solo il derivato del fatto di avere un erede cioè un figlio (la reciproca sarebbe scorretta: avere un figlio cioè un erede). Un figlio è sempre genitus non factus: vero è, come tutti sanno, che si può… fare, ma nel puro fare si fa solo uno schiavo, anzitutto in quel vero e proprio fare che è il predicare, cioè l’impurità derivante dalla pura purezza.

 

     Nell’essere predicato prevale il fare-da o agire-da (si noti che è un imperativo: il predicato comanda, J. Lacan lo chiamava anche “significante” separato dal significato). Ne consegue che un “Dio” che si rispetti non agirebbe da-Dio (S. Paolo lo annota).

 

     Talento negativo e sessi

 

     Ho chiamato tale povertà “talento negativo” (da una lettera di M.me de Staël): intendo il vero talento o facoltà del non indossare l’abito del predicato, né farselo addossare (il bambino ne è facilmente succube e si ammala).

    

     Quando il predicato è sessuale, l’applicazione del talento negativo ai sessi incontra una denominazione già pronta, adeguata e chiara: “castrazione”. Che è desiderabile perché applicata non al corpo ma all’indebito sequestro dei suoi sessi nel predicato sessuale, quello che abolisce uomo e donna nell’imposizione: agisci “da-uomo” e “da-donna”! (fino alla ridicolaggine di espressioni come “chi porta i pantaloni”, o alla dubbia morale del “debito coniugale”).

 

     Senza questa castrazione, che è liberazione del pensiero da un’invasione predicativa, c’è angoscia, inibizione, sintomo, e invivibilità sessuale. E’ nella caduta del predicato sessuale che la vita dei sessi guadagna in possibilità. E insieme in moralità, perché l’immoralità è nel predicato, non nei sessi che come tali sono esentasse: è il predicato a imporre tasse cioè a fare imposta. Nella vita dei sessi moralizzata dalla castrazione di un predicato folle (“sessual-ità”), c’è perfino  umiltà: cui la superbia narcisistica si rifiuta, passando da esentasse a esensesso, con l’eccezione dello stupro (siamo più tolleranti con la prostituzione, non anzitutto quella professionistica ma quella ordinaria: quanti sono certi che la loro vita sessuale non è prestazione?, incluso il suddetto pio “debito coniugale”).

 

     L’antica “concupiscenza” è il predicato sessuale imperativo “agisci-da”. L’impurità sessuale dei moralisti - predicatori perché predicativi - non è sessuale ma predicativa. Le morali sessuali hanno la concupiscenza come presupposto teorico, cioè non sono morali. E in ultima analisi sono omosessuali, e costituiscono la miniera millenaria della cultura gay (e oltre).

 

     Non esistono atti impuri: solo una morale può essere impura, e come tale comandare atti impuri. Considero impura la morale “pura” kantiana: non è ancora stato fatto il processo agli atti impuri che ha comandato, nel suo essere l’edizione più perfetta del “super-io” freudiano.

 

     Castrazione come correzione dell’errore

 

     Per la millesima volta: l’“istinto” sessuale non esiste in natura, è solo la plurimillenaria mistificazione del predicato sessuale, ossia una Teoria.

 

     “Castrazione” designa così una sanzione liberatoria, applicata a un errore che è un illecito, l’imposizione ai sessi di un predicato imperativo che si fa forte di una menzogna teorica, la Teoria detta “istinto” (sessuale in questo caso).

 

     Nel talento negativo non c’è più né maschio né femmina  In esso possiamo fare nostra la frase “non c’è ebreo né greco, né schiavo né uomo libero, né uomo né donna” per caduta del predicato a favore della proprietà.

 

     La distinzione, lo dico da anni, è pratico-economica: la proprietà fa frutti ossia ricchezza, mentre il predicato fa pidocchi ossia povertà.

 

2

FREUDIANO

 

     Ho preso le mosse da un “Eureka!”, inizialmente sviluppato come in sordina. Da esso ha avuto inizio una riforma lessicale nei riguardi del lessico freudiano e psicoanalitico, una riforma con estese anzi illimitate conseguenze come vedremo. Una riforma che a suo tempo J. Lacan aveva giudicato “prematura”.

 

     Eureka!

 

     La “trovata”: Freud non ha fatto che parlare di leggi di moto di certi corpi (anzitutto con la parola “pulsione”), della competenza legislativa individuale in tali leggi, e dell’attacco a tale competenza che ha esito come psicopatologia nella sua relazione con colpa e idiozia. E’ la singolarità di tali leggi - non naturali - a individuare certi corpi della natura come “umani”. Dunque Freud, dopo Pilato, è stato il primo a poter dire con ragione “ecce homo!”

 

     La competenza individuale essendo di pensiero, per il meglio o per il peggio, Freud non ha fatto che parlare di pensiero. Ma la scoperta della competenza legislativa individuale (anche nella patologia) poteva solo seguire quella della singolarità di leggi di moto non date in natura.

 

     Scompariva così ogni idea di profondità, dietrologia, introspezione, e soprattutto di occultismo, come pure di inconcepibilità e ineffabilità, e anche di interiorità se non come facoltà legislativa individuale o meditazione - da medēri cioè aver cura - della legge. Ma allora si può rinunciare all’idea di interiorità a favore di una topica della superficie.

 

     Che cosa cambia se, come dice il Salmo, “medito la legge del Signore”?: infatti se il “Signore” non è un cretino o un malvagio, la sua legge significa che ha lavorato per me con il suo pensiero, anche dandomi idee e occasione di pensiero. In generale, non aspiro a pensare tutto io: se uno pensasse per me, il Signore o un altro, condividerei con lui i profitti senza timore che mi derubi.

 

     Sono grato al cristianesimo - quale che sia lo stato attuale della mia “fede” e “confessione”, si veda oltre “Cristiano?” - per il mio primo accesso consapevole al principio di piacere ossia al giudizio di beneficio: è per un tale giudizio - ricoprente tutto ciò che è sensoriale, motorio, cogitativo - che il “Signore” può starmi a cuore, per sua stessa dichiarazione scritturistica (vedi “salvezza”). Ora, chi disponga di un tale giudizio - il cui ambito di validità può solo essere quello illimitato della comunità umana, o come diceva J. Lacan “non può esserci soddisfazione di uno senza soddisfazione di tutti” - dispone di competenza legislativa universale.

 

     Lo diceva anche I. Kant ma in opposizione a noi, perché scindeva etica e diritto sottomettendo il secondo alla prima come super-egoica e super--giuridica (ma il cristianesimo si era kantizzato ben prima di I. Kant: questi ha solo dovuto tirare la rete). Per noi il pensiero (“di natura”) è esso stesso un primo diritto (non il “diritto naturale”) a sede individuale: l’individuo è la san(t) sede del diritto. In un “Regno dei cieli” comme il faut ossia terreno (senza di che avremmo ragione a sentirci derisi dall’“alto” dei cieli), quest’ultima frase designerebbe il soggetto della Costituzione.

 

     Il pensiero è il suddetto medēri, anche quando è campo di battaglia sulle leggi (la patologia è un campo di battaglia, conflitto). O anche: è un De corpore-de homine-de cive in un solo libro, degno del detto tommasiano: Timeo hominem unius libri (timor significa anche rispetto).

 

     Posta questa premessa, arretro di qualche passo.

 

     Psicologia in morale

 

     Leggevo Freud fin dai primi anni della facoltà di Medicina.

     Dopo la laurea in Psicologia nella medesima Facoltà - ricordo bene l’estate 1967 - iniziai la lettura degli Écrits di J. Lacan, usciti l’anno prima, di cui mi rimase convincentemente impressa una frase: “Freud ha fatto rientrare la psicologia nell’ambito della morale”. Era una rivoluzione, non solo riguardo a tutta la Psicologia novecentesca di cui mi ero istruito, ma anche riguardo al Freud psicologizzato e psicoterapizzato che veniva e viene generalmente proposto.

 

     Capii poi la portata generale che questa frase aveva nell’opera di quello che presto sarebbe diventato mio analista e maestro (ma a lui non piaceva essere un Maître nel doppio significato), anche se per lui questa scoperta ha preso la via dell’etica nella distinzione kantiana di questa dal diritto (distinzione già di Antigone), mentre per me ha preso la via del diritto, un primo diritto (non quello “naturale”) rispetto a quello comunemente noto. Ma rinvio lo sviluppo di ciò alla parte intitolata “Con J. Lacan”.

 

     Riforma

 

     Chi vorrà sapere gli sviluppi a tutto campo di queste premesse anche autobiografiche, non ha che da rivolgersi ai testi, accessibili in questo sito come in quello dello Studium Cartello.

     Quella riforma lessicale nell’estensione della sue conseguenze, riguarda anzitutto la cosiddetta “pulsione”, ovviamente non istinto, inesistente nell’uomo: Freud ha almeno provato a liberarci da tale fanatica Teoria o Idea, denunciata ma nell’impotenza da A. Schopenhauer.

 

     Ho detto “fanatica”, e non c’è fanatismo peggiore di quello teoricamente organizzato. Uno dei fanatismi è quello per “La Ragione”, perché non vuole sapere che non ce n’è una sola. (K. Schneider ha descritto il fanatismo psicopatologico nelle sue specie, tra le quali quella querulomane, tanto formalistica). Solo la scienza ha teorie non fanatiche, ma occorre prudenza sul limite (sui limiti varcati non è ancora stata fatta inchiesta, e non si tratta soltanto delle “ideologie scientifiche” di L. Althusser).

 

     La riformulazione della “pulsione” come legge di moto non fisica di corpi fisici (e dunque non di competenza della scienza), legge posta o positiva e conoscibile proprio nel e per il suo essere posta, rende pensabile un pensiero libero aldilà della moderna “libertà di pensiero”. E J. Lacan ha esercitato utilmente, almeno per me, il dubbio metodico sul pensiero libero, non causato (dall’“oggetto a” - cause du désir, cause de la pensée - sul quale ora non spendo parole). E’ il dubbio sull’esistenza dell’uomo se non come sembianza d’uomo (semblant).

 

     Del pensiero Freud è stato lo scienziato e l’amico, fino alle soglie di quel pensiero de natura per passare al quale occorreva ancora un colpo di pollice.

 

     Nel pensiero di natura - articolazione di quattro articoli: 1. fonte o Quelle, 2. spinta o Drang, 3. oggetto o Objekt, 4. meta o Ziel - accade… un nuovo accadere (psychisches Geschehen) rispetto all’accadere psicopatologico. L’analisi stessa è già un tale accadere, ossia è una legislazione del moto del corpo, correntemente detta “tecnica”:

 

     1. la fonte (Quelle) è un soggetto elaborante autonomi atti legislativi del moto del suo corpo, come fonte ossia non come soggetto causato o effetto. E’ un soggetto riabilitato dalla debilitazione o esautorazione psicopatologica;

     2. questo soggetto è capace di subordinarsi, sì, solo però ad ec-citamenti (Drang) che sono vocazioni o chiamate per la sua elaborazione ossia per la sua vita. “Eccitabile” nell’uomo significa mobilitabile, chiamabile a un lavoro per il profitto (e capace di subordinarsi anche alla memoria dei suoi stessi atti di pensiero presenti o passati, cioè senza censura né susseguente rimozione);

     3. l’oggetto (Objekt), qualsiasi anche ideativo, è il campo di una divisione del lavoro con un partner - che è partner perché condivide e prosegue per parte sua il lavoro sull’oggetto - su oggetti che sono materie prime per un prodotto finito con profitto supplementare;

     4. la meta (Ziel) non è il consumo del preesistente oggetto, con riduzione delle risorse a scorte per la soprravivenza, bensì la libertà di movimento, o godimento, nel campo del profitto: una libertà esente da ogni valutazione morale semplicemente perché la moralità è questa legge stessa (“ama et fac quod vis”). In questo campo:

     a. la vita dei sessi cessa di essere il fanatico modello del godimento; b. essa diviene possibile, diciamo così, esentasse.

 

     Talento negativo e sessi (bis)

 

     Ho chiamato “talento negativo” l’operatore di questa legge: esso è l’autentico talento del non avere obiezioni di principio ad alcunché come eccitamento, come oggetto, come partner, come godimento nel profitto. Il talento negativo fa obiezione esclusivamente alla distruzione, Zerstőrung, all’annullamento, Vernichtung, della legge stessa.

 

     L’ambito di validità della legge è in-finito, non gli è imposta alcuna finitezza. Il pensiero è infinito, è paragonabile a una superficie senza limiti, non è privato o idiota.

 

     Non potrebbe mancare un cenno sul capitolo dei sessi. In cui sbagliamo tutto proprio quando sono configurati come capitolo, o “sfera”, tradizionalmente detta “sessualità” che altro non è che un nome dell’errore sessuale, un’assurda delirante “-ità” o essenza dei sessi in cui siamo collettivamente pazzi ma senza diagnosi.

     Si è sempre obiettato il “pansessualismo” alla psicoanalisi, per non voler sapere che la psicoanalisi diagnostica il nostro comune fanatico delirio sessuale, comune e consensuale fino a teorizzare l’“istinto”.

 

     La teoria “sessual-ità” è l’obiezione di principio ai rapporti tra partner sessuati, la mancanza di talento negativo riferito ai sessi. L’omosessualità è una tale obiezione di principio al partner di altro sesso: e non anzitutto al “fare sesso” ma all’averlo come partner.

 

     Nel pensiero di natura assume significato desiderabile l’oscura parola “castrazione”, che significa semplicemente che sulla sessualità bisogna solo togliersi il… pensiero. Si tratta di castrarsi via l’idea delirante “sessualità”, uno dei peggiori limiti del pensiero oltre che della vita sessuale.

 

     Verginità

 

     Quanto a quel celeberrimo e inutilissimo decoro mezzalunare che è sopravvalutato da tutti i fanatismi, io non dico che è deprecabile, ma che è de-predicabile: infatti esso è divenuto, fin dal “peccato originale”, il predicato biologico - extralinguistico ossia un’idea delirante, maschile e omosessuale prima che femminile - di una “verginità” che, se fosse non un predicato ma una proprietà, sarebbe piuttosto quella della virgo in quanto pronta o “parata” per un “Signore”, come nella parabola delle Vergini (che descrive un Harem - non un monastero né un bordello - nell’indubbia comicità erotica della parabola stessa: gli uditori, commentavo già, dovevano rotolarsi dal ridere).

 

     Ho avuto sì occasione di difendere la virginitas senza deprecarla, ma solo come il caso estremo di una virgo che non “ci sta” se non con un Signore che si rispetti veramente ossia che la onori (ancora una volta niente “istinto”, né istericità-uterinità femminile: l’isteria non è un privilegio femminile, anche se non mancano donne che aspirano all’esclusiva). Questo caso è l’opposto sano del patologico “tabù della verginità”. Nel quale si verifica quotidianamente la battuta comico-glaciale di J. Lacan che “à sainte femme fils pervers”. Conosco molte sante donne, ma donne sante…

 

     L’astensione è virtuosa solo come astensione dal predicato, non da un qualsivoglia atto. “Vizio” non è atto ma decadenza dall’atto, cioè conseguenza del “peccato originale”. Il che faceva dire a J. Lacan che “L’homme est un bon à rien”.

 

     La virginitas di cui dico è palese nell’“Edipo” femminile, prima che venga distrutto o annullato (zerstőrt, vernichtet), come ho più volte illustrato.

 

     Si vede che sono un devoto della Madonna.

 

     Trasfigurazione

 

     La sessualità (istinto) esiste in natura come il vino, che in natura non esiste: è un arte-fatto, anche se molti non conoscono bene quell’arte, e il mondo è pieno di gente senza arte né parte. Fanno sorridere quei produttori di vino che lo pubblicizzano come “naturale”: nella natura dell’acino, oltre a non esserci alcool, non c’è neppure un’ombra di vino neppure “in potenza”. Nei confronti del vino non c’è in natura alcuna esigenza né istinto. La “concupiscenza” è come l’alcoolismo, in cui manca perfino il gusto per l’alcool. Ciò che dico balzerebbe alla seconda potenza se parlassi dello champagne, il gusto per il quale è di pochi. In passato ho cercato di fondare un metaforico Club dello champagne, cosa non facile: ora potrei provare a fondare un Club di amatori dei sessi, sapendo che saremmo in pochi.

 

     Non esiste gradino o anello intermedio tra uva e vino - cioè questo passaggio non è creazione -, tra sessi e vita sessuale, tra natura e cultura, o civiltà. Nel vizio, alcolico o sessuale, non c’è natura ma solo civiltà: l’inciviltà anche sessuale - cioè il  caso più comune - è solo un caso di civiltà mal-andata. E’ come per la ferocia: questa non è delle fiere ossia non esiste in natura, che comporta solo lo stretto necessario per la predazione o la difesa.

 

     Non è che natura facit saltus: è che il passaggio è fatto da un soggetto elaborante, senza eccezione. C’è sì una e unica eccezione, che però nel Mondo è regola: quando il passaggio è fatto da un usurpatore del potere del soggetto. La scelta freudiana della parola super-io per designare l’usurpatore dell’io è semplicemente adeguata: nei lontani tempi greci si diceva epi-stéme, parola colta per “sistemare” il già colto, o privarlo a “privato”.

 

     Questo passaggio merita il nome “miracolo” senza il consueto miracolismo. Ho già osservato che la scoperta freudiana del corpo lo scopre in permanente trasfigurazione: è il concetto stesso di “pulsione”, anzitutto quella orale o legge di moto nel mangiare. Lo dice inconsapevolmente la lingua tedesca: nell’uomo si tratta di essen non del fressen animale, che non esiste nell’uomo anche quando uno mangia come un p..co. Ho scritto di ciò in Aldilà il corpo.

 

     Colto è il soggetto che opera il passaggio. Esso è terzo tra la Natura e la Cultura levistraussiane. La terzietà - come si dice del Giudice nel processo - è del soggetto (“fonte”). Nell’eccezione usurpativa l’io si rinuncia come colto per sottomettersi alla Cultura come centrale di comando (talvolta obtorto collo come in certi kapò): sotto il ricatto di una minaccia (dell’angoscia) che introduce una specie nuova, ma anche la più generale, di viltà morale, che è viltà intellettuale.

 

     Presenza o assenza del fanatismo sessuale, credenza o miscredenza nell’“istinto”, potrebbero fare da test per distinguere tra loro culture, morali, psicologie: oggi come oggi non se ne salva nessuna. L’Occidente tiene il muso a Freud perché questi non gli risparmia l’imputazione di fanatismo in particolare sessuale (non che l’Oriente e il Medio-oriente stiano meglio).

 

     Non più meta-istinto-oggetto sessuale, bensì un’occasione - né causata, né comandata, né proibita -  per onorare il partner anche nel suo corpo. Qui l’onore cessa di essere parola desueta, ma solo disertata. L’onore è seguito dal rispetto: non vale la reciproca.

 

     Dal pensiero di natura si apre la coltivazione dell’ordine giuridico del linguaggio.

 

Poscritto

PSICOANALISTA-FILOSOFO

 

     La storia della psicoanalisi, tutt’uno con la storia tardomoderna o postmoderna, racchiude ancora un immenso errore classificatorio, o tassonomico. Ciò è testimoniato dai numerosi e ripetitivi “dialoghi” intercorsi tra filosofi da un lato e psicoanalisti dall’altro. E’ sempre stato un errore.

 

     Questo è reso esplicito dal passaggio al pensiero di natura che, come pensiero senza la platonica distinzione tra epistéme e dòxa, ritrova la psicoanalisi come sua applicazione nella cura, e l’ordine giuridico del linguaggio come estensione del pensiero in ogni ambito della lingua degli uomini.

 

     Pedofilia psicologica aut meta-psicologia

 

     Sorvoliamo ora sull’esistenza di una “lingua degli angeli”: è lingua(-linguaggio) quella in cui co-incidono - grazie al pensiero pre-meditante in quanto competenza individuale di cui non esiste un grado superiore - la lingua parlabile e l’organo che la parla.

     In questo senso il “meta-linguaggio”, se ha la sua legittimità in certi contesti, in tale parola compie un abuso linguistico perché non è parlabile. Con l’aggravante che c’è chi vorrebbe convertire anzi pervertire il linguaggio a metalinguaggio.

 

     E’ più grave abusare della lingua o abusare dei bambini? Non scagiono la pedofilia (anche se non sappiamo affatto bene la ragione dell’imputazione), ma l’imputazione maggiore dovrebbe riferirsi all’abuso di lingua (cui il pedofilo è soggetto non meno di chi strepita sul suo delitto).

 

     L’errore più che secolare sta nel preconcetto della suddivisione del pensiero tra un dominio detto “Psicologia” e un dominio detto “Filosofia” (ancora il “divide et impera”), con classificazione della psicoanalisi nella prima. Ma Freud ha abbattuto proprio questo preconcetto: non per disconoscerlo nella sua esistenza, ma per riconoscerlo come esistenza patologica (durissima a morire d’altronde).

 

     La parola freudiana “Metapsicologia” è stata combattuta anche da psicoanalisti e sostituita con “Psicologia”, e si comprende bene il perché. Questa sostituzione è tutt’uno con quella di “affetto” con “emozione”, e ancora una volta si comprende il perché: l’affetto freudiano è una cosa sola con la vita del pensiero - non “vita e pensiero” bensì “vita è pensiero” -, mentre la teoria delle emozioni colloca queste in una “sfera” a sé rispetto al pensiero. Non ci sono sfere nel pensiero di natura.

 

     Freud è “copernicano” proprio nel finirla con un mondo di “sfere” più o meno tolemaiche, e patogene fino all’idiozia e alla demenza (e anche criminogene: un capitolo che abbiamo iniziato ad aprire nei due Corsi: “Io. Chi! inizia. I dieci comandamenti”, 2000-01, e “Dai vizi capitali ai vizi psicopatologici”, 2005-06). Ed ecco le sfere del lavoro, dell’amore, delle emozioni, dei sessi, della speculazione, dell’economia, del diritto, della scienza, dell’interiore e dell’esteriore. Un tolemaismo di sfere che ricade sul professionismo, viziato dalla confusione di esso con la competenza individuale nel pensiero, quella la cui es-propriazione fa l’idiota, il malato, il criminale e il servo.

 

     La parola “Meta-psicologia” è costruita a buona ragione da Freud come la parola “Meta-fisica”: la sua ambizione è quella di ri-ordinare, a servizio di tutti senza più segregazione professionistica, il campo designato nei secoli dalla parola “Metafisica”. Con il pensiero di natura diamo seguito a tale ambizione, moderna nella sua post-grecità: evo antico, ma forse medio-evo, è il greco. Parlare di ubriacatura greca in era cristiana è un giudizio ancora mite. Come Freud non  siamo ellenizzanti.

 

     Università aut Formazione

 

     E’ per questa via che possiamo osare di concepire l’“Idea di una Università”.

     Poco sopra parlavo di lingua. Ebbene, siamo arrivati da pochi anni a un momento aggravato della nostra Civiltà, o Cultura, già processata da Freud. E’ il momento della “Formazione” (education in americano, e altre parole in altre lingue). Essa è importante perché è compatibile con tutte le liberalizzazioni immaginabili: è il perfetto “Statalismo”, ammesso che lo “Stato” faccia ancora modello. Penso infatti che V. I. Lenin avesse ragione a parlare di “dissoluzione” del vecchio Stato in Stato e rivoluzione. Forse siamo già arrivati al momento di dire: Lo Stato è morto, viva lo Stato!

 

     La “novità” grave è che la Nuova Lingua, e la Nuova Università, è la meta-lingua dei Formatori come unici funzionari pubblici, unica politica. Il Fascismo - per una volta ammetto l’accoppiata nazi-fascismo - è la Formazione, o il predicato al Governo, sub-ordinante nel “privato” pensiero, lingua, diritto.

 

3

CON J. LACAN

     
     Per iniziare segnalo l’intervista fattami da Raffaella Colombo nel 2004 dal titolo Lacan in Freud. In essa informavo della dedica fattami da J. Lacan il 14.2.1974, con le parole:


A’ qui sinon

à qui?”

 

     In questa dedica ho trovato la prima fonte della mia successiva proposta della “trinità” di soggetti del pensiero di natura o pensiero della salus indivisa, io-Chi!-coscienza, al posto della trinità infernale del pensiero patologico, io-es-superio, proposta che ho appena rifatto in Agli amici del pensiero di natura (ho preso da un Seminario di J. Lacan l’espressione “trinità infernale”).

 

     Freudiani dopo J. Lacan

 

     Negli anni non ho mai mancato di illustrare ai miei uditori l’opera di J. Lacan, ma sempre intessendola sul tessuto del successivo “pensiero di natura” che andavo elaborando (esplicitamente dal 1984, prima edizione del libro Il pensiero di natura). Ho sempre voluto risparmiare loro il sudore della fronte del leggerne gli scritti da capo (cosa che io ho fatto ma con passione senza sudore).

     Ne ho proposto la lettura a partire dal situarlo nelle conclusioni, le mie, che hanno la legittimità di essere frutto di un lavoro con lui (anche traduttivo) iniziato nel 1968. Conclusioni che hanno condotto, tra altre cose, alla nuova definizione dello psicoanalista a partire da me: freudiano dopo J. Lacan.

     Dunque non sono “lacaniano”, non per scelta ma perché il lacaniano non esiste, se non come confusione magari valorosa (lui stesso diceva ai suoi allievi: “Voi siete lacaniani, io sono freudiano”).

     Riprendo alcune date personali: incontravo J. Lacan nel1968 di cui divenivo analizzando, ero membro della sua Scuola (Ecole Freudienne de Paris) nel 1971, ne traducevo gli Écrits entro il 1974, pubblicavo Lacan in Italia nel 1979, oltre a curarne l’edizione italiana per più di due decenni.

 

     Uno Jung freudiano

 

     Traccio ora scarnamente il filo di tali conclusioni circa l’opera di questo autentico Qualcuno (non Qualunque, distinzione lacaniana).

     J. Lacan è stato un C. G. Jung rimasto testardamente fedele a Freud, mentre allo stesso tempo teneva ferma la sua tesi della sussistenza di un ordine anteriore e determinante nell’ effetto - determinante soggetto, pensiero, desiderio -, detto “simbolismo” dal secondo e “simbolico” dal primo. Una volta J. Lacan ha commesso il lapsus di dire “symbolisme” invece di “symbolique”.

     Ma come vedremo tra poco, ha anche reso possibile a C. G. Jung una glasnost - a condizione delle mie conclusioni - sul suo oscuro “simbolismo”con il suo occultismo e misticismo (due appunti spesso rivolti allo stesso J. Lacan).

 

     Legge

 

     Per  riuscire a non rimanere nell’oscurità quanto alla parola “simbolico”, mi sono appoggiato sul sostantivo “legge” che esso accompagnava come aggettivo in “loi symbolique”. E’ di legge che si trattava: il campo oscuro cominciava a schiarirsi.

     Un ulteriore schiarimento si aggiungeva grazie all’asserzione che tale legge ha natura pattizia, “pacte”.

     Questa legge non poteva che essere una legge di moto di corpi, come ogni legge.

 

     Peraltro è facile vedere - ma il facile diventato difficile, è questo passaggio la psicopatologia ecco la ragion d’essere della psicoanalisi - che anche la parola “superio” designa il concetto di una legge di moto di corpi, ma una legge di specie imperativa, nelle sue due varianti di proibizione e di istigazione (non alternative tra loro ma complementari), e pur sempre legge di moto cioè pensiero del moto. Il pensiero è premeditazione della legge. Ciò lo rende imputabile: buona notizia.

 

     Resta sorprendente nella nostra Cultura la banalità inestirpabile (come la “banalità del male”) di una coazione intellettuale: quella che alla parola “legge” fa automaticamente corrispondere l’idea (di ideazione patologica si tratta) di imperativo o comando, come corrispettivo umano della legge nella natura (assurda analogia).

 

     Il Diritto stesso finisce per venire sottomesso a tale idea. Tutti i “lacaniani” che ho udito in più di trent’anni si sono sempre precipitati a collocare il Diritto nel Simbolico ossia nell’imperativo. Ma non è così, il diritto ne è l’alternativa: ma per coglierlo bisogna arrivare a un Primo diritto - non quello detto “naturale” - a competenza individuale che chiamo “pensiero di natura”.

     Il discorso giuridico non è du semblant (si veda tra poco), se non per il querulomane - che tradisce il Diritto facendo semblant ossia finta di cavalcarlo -, cioè nella patologia.

 

     Legge simbolica” aut giuridica

 

     La mia ricerca è partita da qui e continua oggi. Nel 1969, un anno dopo il mio primo incontro personale con J. Lacan, intraprendevo un Dottorato di Terzo Ciclo all’École Pratique des Hautes Études di Parigi (poi École des Hautes Études en Sciences Sociales) intitolata: Loi symbolique / Loi positive, avendo successivamente come Direttori di studi R. Bastide, R. Barthes, C. Lefort.

 

     Sono ancora meravigliato di avere avuto questa idea. Iniziavo così l’esplorazione di un’altra loi:

     1° positiva ossia posta cioè giuridica e non imperativa (con l’aiuto decisivo di H. Kelsen);

     2° avente come fonte positiva ossia legislativa l’individuo normale, che è “normale” non per una separata psicologia della “normalità” (ormai statistica), ma perché e solo perché ha una tale facoltà legislativo-normativa.

 

     Ma a noi piace tanto il Padrone, osservava J. Lacan, e così lo mettiamo anche dove non c’è: delirandolo nella norma giuridica, in attesa della dissoluzione del Diritto.

 

     Non proseguo, il seguito è scritto: ne sono venuti in particolare libri come: La tolleranza del dolore. Stato, diritto, psicoanalisi (1978), Leggi (1989), Il pensiero di natura (1994 e 1998), Lordine giuridico del linguaggio (2003) ossia il mio Dottorato vita natural durante, che posso giudicare una vita ben spesa anche al futuro.

 

     Causa-effetto aut fonte-atto

 

     Aggiungo che così facendo ho anche raccolto la, ossia l’unica, questione lacaniana, quella da lui formulata nel titolo del Séminaire del 1972: “D’un discours qui ne serait pas du semblant”, ossia se possa esistere un discorso, ma anche pensiero, ma anche desiderio, che non sia causato cioè effetto cioè determinato (il “Simbolico” essendo colto come determinante), ossia sembianza o finzione di atto o soggetto.

 

     La questione nella vita di J. Lacan è sempre la stessa, per esempio nel Séminaire intitolato L’acte psychanalytique del 1967-68, il primo che ho ascoltato con le mie orecchie, che è la questione se possa darsi soggetto come fonte dell’atto. Un’altra formulazione della questione: se possa darsi un soggetto che non sia puro effetto, cioè che non sia “interamente calcolabile”.

 

     Un’altra formulazione ancora è quella che non troviamo in J. Lacan ma che formulo io: se possa darsi imputabilità (del merito prima che della colpa). E  anche se possa darsi verità in quanto quella di un’imputazione.

 

     Ancora: la questione di J. Lacan è quella del pensiero (ma è la questione di tutti, volgo e inclita, fra i quali I. Kant e M. Heidegger): di quel pensiero di cui Freud è l’amico unico, scoprendolo e promovendolo in ogni dove. E con facilità. In fondo, ironizza Freud, ci volevano davvero i millenni perché qualcuno scoprisse l’acqua calda ossia che il sogno è pensiero?, cioè con un soggetto-fonte ossia elaborante. Freud è il terra-terra: la terra è ciò che non sa volere nessuno. E’ la terra, con il “cielo” del pensiero che ne fa la legge, l’oggetto nitido del desiderio come terra del profitto. Secondo me Dio ci manderà tutti all’inferno o almeno al purgatorio per avere dubitato che con il cielo volesse toglierci la terra.

 

     Sulla questione di J. Lacan come già quella del Docetismo - se “uomo” sia solo il nome di una finzione o semblant - si veda il successivo “pezzo” intitolato: Cristiano? (del Docetismo parlo da anni), che ripropone la questione lacaniana come bimillenaria.

 

     Guarire?

 

     Rammentiamo che J. Lacan era un pratico: la sua questione riguardava la guarigione. Sulla quale andava pesante: “Guarire ?, non fatemi ridere!” (guérir/gai-rire).

 

     Nel mio lavoro ho provato a rispondere alla questione, insomma ho sempre lavorato con J. Lacan. Ho “semplicemente” imboccato la strada che J. Lacan non ha imboccato, pur non mancandogli elementi. Se non lo ha fatto, non l’ha però occlusa, tanto che io ho potuto, con lui, aprirla e percorrerla.

 

     Sono dunque un’eccezione nel potermi dire “lacaniano” in modo chiaro e univoco, e proprio per questo posso e devo definirmi non lacaniano bensì freudiano dopo J. Lacan.

     E’ senza presunzione che ho potuto dire che sono l’omega di J. Lacan, l’alfa restando Freud.

 

     Schiavitù o dipendenza

 

     Per finire.

 

     A. Il “simbolico” o “simbolismo” è la nostra peste (J. Lacan non ne dubitava, per esempio qualificando “trinità infernale” la terna “borromea” di RSI, Reale-Simbolico-Immaginario, titolo del Séminaire del 1974-75. E poiché l’inferno è la psicopatologia, l’opera di J. Lacan è un Trattato di psicopatologia (non ho detto che è un’opera infernale).

 

     Da anni do un nome al plumbeo cielo infernale del “Simbolico”: esso è la “zizzania” evangelica, Teorie depositate nel linguaggio che soffocano (“trauma”) il buon grano della lingua, sempre amica del pensiero.

 

     Troppo comodo!, replicavo al mio Directeur d’études R. Barthes che nella sua Prolusione al Collège de France affermava: “Il fascismo è la lingua!” E anche alla debolezza di J. Lacan che diceva che “nasciamo nel linguaggio” come se dicesse “inter feces et urinas nascimur”, e coltivava una irragionevole infatuazione per M. Heidegger. Per non dire del suo silenzio critico per M. Foucault che “negava l’uomo”, a fronte di Freud che ne era la scoperta, e faceva del linguaggio la via della guarigione.

 

     Ciò non impediva a J. Lacan di cogliere una di tali Teorie, quella intitolata “fallo”, da lui individuata come “l’obiezione di principio al servizio da rendere all’altro”, cioè come Teoria imperativa versus rapporto cioè norma (non esiste rapporto im-mediato, cic-ciac).

 

     Molte sono le Teorie-zizzania, anche tra i detti correnti (per esempio che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, mentre è un’ovvietà che il dire è il primo dei fare). Ho iniziato a costruirne la lista in una sorta di flaubertiano Dictionnaire des Théories reçues. Queste Teorie sono gli imputati della psicoanalisi e del pensiero di natura, con molti rei eccellenti. Al loro giudizio è dedicato il “Tribunale Freud”, atto pubblico del pensiero di natura, così come la psicoanalisi ne è l’atto individuale (non “privato”).

 

     Tra le molte colloco anche la Teoria della coppia Natura/Cultura, che attacca la cultura della competenza individuale. E le Idee platoniche. E “La Donna” leopardiana (di cui il primo giudice era proprio G. Leopardi). Ma numerose discussioni di questi anni mi inducono a collocare ai primi posti la Teoria dell’istinto, e quella dell’amore come innamoramento, detto anche “narcisistico” ossia psicotico (ma ambedue le Teorie sembrano indistruttibili).

 

     Ecco la preannunciata glasnost su “Simbolismo” o “Simbolico”: è Teorie, costellazioni se non tarocchi di un Cielo infernale atte a stilare l’oroscopo psicopatologico. Qui cadono sotto imputazione numerose e eccellenti teste teoriche della storia della Filosofia, per primo Platone. Salvo le attenuanti generiche per avere egli stilato una lista dei vizi teorici dell’umanità (o veleni: J. Derida), come se in un angolo dei suoi Dialoghi avesse beffardamente scritto: “Uomo avvisato…”

 

     Su questa strada ci aveva già messo Freud riconoscendo nel “trauma” non un atto fisico bensì un atto teorico, una Teoria che ha ossidato il pensiero ( la Teoria monosessuale): solo l’inganno può ferire il pensiero e limitarlo.

 

     Non che Lacan non fosse su questa strada, al contrario: lo era nel suo “Discorso del Padrone”, così come nel suo individuare la “Teoria di una mancanza che deve trovarsi a tutti i livelli” che faceva da esergo del mio primo saggio su J. Lacan (in Cahiers pour l’analyse, Boringhieri, Torino 1972, nell’articolo: Nozioni fondamentali nella teoria della struttura di J. Lacan). Senonché all’epoca ero ancora fuorviato tanto da dubitare che tale “Teoria di una mancanza” fosse la psicoanalisi stessa. Fuorviato cioè “lacaniano”. Ma J. Lacan non poteva fare altro che lasciare che fossi io a delacanizzarmi, per procedere da freudiano come lui .

 

     B. L’ “Ordine” simbolico - disordinato nell’inconsistenza logica delle Teorie presupposte che ne sono il collante collage - determina, assoggetta, asservisce (non mi spendo qui a articolare Simbolico e semblant o oggetto a come causa del desiderio, o del pensiero).

 

     Ma c’è una dipendenza che non è asservimento, assoggettamento, effetto di determinazione operato da un “Ordine” superiore.

     Era ancora J. Lacan a definire quella di Freud “una psicologia della dipendenza”. Alla dipendenza servile ora detta, si contropropone un’altra, duplice e libera dipendenza, quella stessa che definisce la libertà in opposizione alla “libertà” del delirio psicotico:

     1. dall’eccitamento, 2. dall’altro nella legge di moto come patto di partnership.

 

     1. già Freud osservava che non va da sé che l’uomo accetti gli eccitamenti che incontra. Nella psicopatologia ciò è vistoso.

     Fin dalla prima introduzione del pensiero di natura ho osservato che nella legge di moto umana (“pulsione” in Freud) l’eccitamento è ec-citamento, vocazione, e senza predicherie su questa parola.

     La storia dell’era cristiana ha commesso, tra i suoi errori o zizzanie, quello di religiosizzare-clericalizzare la vocazione, il fattore che fa da inizio non causale della legge di moto umana.

     Tra le conseguenze (per tutti) una è stata dannosa nella casa cristiana stessa: quella del fare dipendere l’eccitante di Cristo dai suoi predicati anziché dalla composizione e dalle proprietà del suo pensiero (il predicato “Dio”, il predicato anselmiano “grandezza”).

     Ciò gli ha tolto tutto il “sugo”, perché non si dà distinzione dell’eccitamento in due specie, umana e divina: o lo è o non lo è. Siamo al solito divide et impera tra alto e basso, tra desideri “alti” e “bassi”, celesti e terreni.

     E’ notevole che così risulta compromesso anche “Dio”. Infatti, poiché il divide è una divisione interna all’istinto come Teoria generale presupposta per tutti gli “enti”, in ultima analisi anche “Dio” vive di istinto quantunque “alto” (qui Dante è formale): è un animale superiore con l’istinto dell’amore. E’ interessante osservare come e quanto l’eresia può insinuarsi (mi sembra da fare l’Inquisitore!)

     Sto parlando della perdurante crocifissione di Cristo da venti secoli, una lunga epoca in cui il celebre “crucifige!” è gridato da cristiani inconsapevoli di quello che fanno: anche a noi è rivolta la frase di Gesù “Perdonali perché non sanno quello che fanno!”

     Dico da tempo che non si tratta di togliere agli Ebrei l’imputazione di “deicidio” o meglio di “figlicidio”, ma di riferirla anche a noi stessi. Sta qui la fonte dell’antisemitismo cristiano. Avremmo dovuto ricordare l’invito: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra!”

 

     2. nell’eccitamento si tratta di vocazione a un’elaborazione cui possa collegarsi, come legame sociale, l’elaborazione o perfezionamento di un altro soggetto con la meta di un profitto. E’ la nostra formulazione della legge di moto: “Non ‘fa’ il bene’ bensì: il bene agisci in modo che si produca per mezzo di un altro” (naturalmente I. Kant storce il naso).

     Lo svolgimento di ciò è già scritto. Rammento ancora e appena:

     a. che ho rintracciato la forma di questa legge in una parabola nota, quella detta “dei talenti”; b. che denomino questa legge “regime dell’appuntamento”, universale.

     A quest’ultima espressione e concetto do la massima importanza. Ora aggiungo soltanto che ho così scoperto un nuovo peccato, quello per cui dopo un appuntamento mancato diciamo correttamente: “Che peccato!”

 

4

CON H. KELSEN

 

     Rinuncio a descrivere altri e molteplici debiti, anzitutto con W. Shakespeare, con K. Marx, con M. Weber, con E. Kant.

     A quest’ultimo do il primo premio come il migliore avversario. Anche in questo seguo Freud: la “legge morale” kantiana è il super-io, l’imperativo “osceno e feroce” (J. Lacan) dei godimenti forzati (Kant con Sade).

 

     Con una brevità forse troppo vicina al telegramma:

 

     1. H. Kelsen è stato il mio punto di nuova partenza nel libro La tolleranza del dolore. Stato, diritto, psicoanalisi del 1978 (che oggi critico fecondamente).

 

     2. nel precedente capitolo, Storia di un ιδιώτα, nel paragrafo Kelsen con Freud ho descritto il mio primo debito con lui a proposito della persona “privata”.

 

     3. prima di leggerlo non avevo neppure concepito, né mai nessuno me l’aveva insegnata,  l’esistenza di una doppia causalità, giuridica e fisica, una distinzione che tutta la nostra cultura avversa in massimo grado.

     Ad essa ho collegato l’esistenza di due scienze, scientia e iurisprudentia, collocando in questa seconda psicoanalisi e pensiero di natura come primo ius.

     La mia “Idea di una Università” è quella di una Università utriusque scientiae, includente una Scienza economica non più separata dalla Scienza giuridica.

     Ho anche collegato la distinzione tra due causalità con la distinzione nicena (logica prima che teologica) tra genitus e factus.

     Oggi non uso neppure più la parola “causalità” per quella giuridica: non di causa ma di atto si tratta (atto di pensiero anzitutto).

 

     4. da H. Kelsen ho appreso il concetto di legame imputativo come il massimo dei legami sociali, non di massa o da “psicologia delle masse” (Freud), né “privato”.

 

     5. mille sono state le dispute sulla “norma fondamentale” kelseniana come norma presupposta e non posta(-positiva).

     La collego con l’impietosa e semplicemente corretta critica kelseniana del “diritto naturale” antico e moderno.

     Ma c’è un altro aspetto della questione, e un’altra possibilità, quella del pensiero di natura come Primo diritto a san(t)a sede individuale, come diritto positivo cioè posto, non “naturale” cioè presupposto.

     Esso muove da una norma fondamentale positiva e non presupposta, ormai più volte enunciata: “Non si tratta di ‘fare il bene’, ma di agire in modo che il bene si produca come beneficio o profitto  per mezzo di un altro come partner”.

     La dottrina kelseniana del diritto lascia libero benché inesplorato il posto per un Primo diritto.

     Il pensiero individuale ha facoltà, quand’anche ciò non sia mai successo, di pensare tutto il diritto, nella sua distinzione tra due diritti.

 

5

EREMITA E OPERAIO

 

     Eremita

 

     Chi ha chiamato “Ermitage” quello sontuoso e sovrano di San Pietroburgo (e numerosi altri) non ha fatto lo spiritoso, bensì si è avvicinato benché equivocamente al concetto di “eremita”. Variante: forse voleva fare lo spiritoso, ma la cosa gli è sfuggita di mano.

 

     Dell’eremita è prevalsa una Teoria, tra le tante che popolano il Mondo facendo deserta la Città, che lo vuole uno che cerca la solitudine, che si ritira dalla Città nel deserto, con comodo di grotta o di colonna. Non è così: è uno che non si ritira, se non dal deserto del Mondo per la Città. La solitudine precedeva (tutta la letteratura è lì a dirlo, specialmente per l’amore come innamoramento). E’ un politico: nei primi secoli dell’era cristiana qualcuno ai vertici del Potere lo aveva capito, non per promuoverlo ma per censurarlo.

 

     Lo definisco uno che non ha paura dell’angoscia. Non dico uno esente dall’angoscia: la contraddizione non è evitabile a priori. Inoltre l’angoscia quando è senza paura di essa diventa un filo conduttore (in Freud un “segnale”), se la si prende sottovento.

 

     Nella terna solitudine-angoscia-amore, “eremita” è chi non ha il fantasma dell’amore presupposto, ossia non ha l’infernale “bisogno” presupposto di un indefinito “amore”. Sa che l’amore, se è, è posto non presupposto: presupposto ad opera dell’infernale Dio chiamato Eros (poco rispettoso del sesso).

 

     Il pensiero dell’eremita comporta il massimo di universo - dei corpi - nel minimo di mondo. Rende abitato quel deserto che ha riconosciuto essere il Mondo.

 

     Sottolineo la distinzione tra paura e angoscia nella loro correlazione. L’avversario del pensiero (censura, dogana, teoria, predicato, “significante”) minaccia l’angoscia, ossia corrompe il pensiero convincendolo alla paura di essa, introducendolo alla dimensione paranoica di un eterno “al lupo al lupo!”. E’ la prima corruzione morale, con passaggio a una cattiva coscienza (in accezione diversa da quella marxista) sempre disponibile a diventare coscienza cattiva, pura crudeltà.

 

     Segnalo una mia esperienza di numerosi anni fa che a volte mi torna alla mente. Passeggiando alla periferia di Gerusalemme arrivai in una strada aldiqua della quale c’erano ancora case, aldilà il deserto, bruscamente. In quel momento ho conosciuto la paura dell’angoscia, in forma di resistenza a inoltrarmi anche solo per pochi passi in quel territorio di sabbia e rari arbusti.

 

     L’assenza di paura dell’angoscia introduce un regime  di pensiero, “spirituale” o “psichico” - non accettiamo più questa malevola e malefica distinzione, una distinzione da miseria psichica - che è di sovranità, senza la prosopopea stracciona del narcisismo. Narciso si specchia nella pozzanghera delle sue deiezioni, feces et urinas: il suo mito è la più antica cartella clinica della schizofrenia.

 

     Tale regime è quello, giuridico o amoroso, dell’appuntamento, o appunto del pensiero di natura, illimitato: i limiti sono solo pregiudiziali e patologici, non ontologici né psicologici.

 

     A un tale regime si oppone quello della sopravvivenza: quest’ultima parola è diventata l’Ideale o Cultura di tutte le culture (rinvio appena alla critica di Freud alla sordidità alta dell’Ideale, anima mundi della psicologia di massa). E’ l’Ideale del “Mondo”, Ideale in cui la coscienza alza la testa sub-limemente, sub-liminarmente (è la perenne ambiguità della parola “sublime”), sopra-vivendo al sotto, boccheggiando appena sopra il sotto presupposto in cui sguazza come un maiale chiamandolo “natura” o “istinto”. Con la sublimazione gli psicoanalisti non si sono raccapezzati: è solo un nome della perversione.

 

     Il Mondo non è amico del pensiero, non fa posto al pensiero (di natura: pleonasmo). Questo vi fa rare apparizioni come inconscio-pensiero o, inapparentemente, come quel Diritto comunemente detto che - eccezione al Mondo - vive pur sempre, non per amore ma per forza, di quel primo diritto che il pensiero di natura è come legislazione universale dei rapporti ossia come sovranità individuale. Ma il Diritto comunemente detto - che ai giorni nostri non se la passa affatto bene, e abbiamo forti motivi di temere per la sua… sopravvivenza - vive ancora di divisione, quella tra diritto e economia, che nel pensiero di natura sono uniti: anzi, il pensiero di natura è la loro riunione. Concepire la loro riunione nella Città rende almeno pensabile un comunismo impensato.

 

     L’amore è una relazione tra eremiti che implementano l’uno il lavoro dell’altro. Il loro numero non… conta, non fanno massa. Dico da tempo che nell’universo siamo in tre, io-Chi!-un altro senza contare tutti gli altri ossia senza subordinare l’universo alla teoria degli insiemi: ecco l’universalità senza ossessività. E anche senza contare la distanza fisica, compreso il caso della massima prossimità fisica. Può essere anche il caso dei coniugi, quelli di cui è detto che “saranno una sola carne”. Per togliere ogni residuo equivoco: considero questa definizione di eremita estendibile ai coniugi più entusiasti, disinibiti e, diciamo così, inventivi.

 

     All’amicizia del pensiero che fa-l’amore, ha in qualche modo e malgrado tutto soddisfatto Leopardi, detto “eremita dell’Appennino” (ne ho scoperto solo recentemente lo Zibaldone).

 

     A essa soddisfa lo psicoanalista nel suo eremitismo logico.

 

     L’eremita non fa correre rischi a nessuno, non offende nessuno,  non vuole convincere nessuno.

 

     Operaio

 

     Ancora più in prima persona desidero chiarire che da tanti anni sono e sono stato solo un operaio (poiché da anni mi sono specializzato in “pezzi” brevi mi posso considerare un cottimista).

     Operaio cioè un produttore, non un maestro (se non per un errore che mi è stato difficile correggere), e che l’eremita di cui parlo è un tale operaio di un atelier aperto, a rischio che di restare solo ma di una solitudine a due posti.

    

     L’amore, anche coniugale, è tra compagni d’opera cioè amici nel pensiero della ripartizione del lavoro, come individui e non classi di individui.

     Mi sento di parlare di un individualismo comunista, ignoto alla cultura sia liberale-individualista che collettivista di oltre un secolo.

     Sto rileggendo la mia bibliografia in costruzione nei decenni: vedo un lavoro di fabbrica.

     Dopo tanti anni sono arrivato a quello che al futuro anteriore è un desiderabile punto di partenza, senza rimorso né rimpianto o rimuginio: il desiderio di essere un eremita a disposizione, nel suo lavoro, di altri eremiti nel loro.

 

     Tutti gli errori che ho conosciuto nonché commesso, in una birds eye view di decenni personali e di millenni - l’ontogenesi ricapitola la filogenesi -, si riducono a derivare tutti dall’amore presupposto: nella madre, nel padre, nella patria, nella comunità, negli “amici”, nella Teoria, nell’Ideale, in Dio stesso. Il quale non potrebbe essere contento che gli si attribuisca il predicato amoroso cioè che lo si pensi vivente di istinto, né di essere accusato di ricattare gli uomini con la minaccia dell’angoscia.

 

     Certo non sono musulmano (ma non a motivo di religione: non ho religione) ma apprezzo, benché in negativo, il fatto che tra i cento predicati che sono attribuiti ad Allah (per quel che costano), non figura l’amore, salvo un blando cenno in un punto avanzato della serie. Figura invece, al secondo posto dopo la “grandezza” - nella quale abbiamo avuto anche dei cristiani musulmani - la misericordia. Ma la miseri-cordia è il cuore per il misero, mentre l’amore è cosa da ricchi (“a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”: chi ha orecchie per intendere…). L’Islam si è risparmiato la zizzania cristiana dell’amore presupposto in Dio (ma se la è trovata come premessa storica, che ha sfruttato più del petrolio).

 

     Alla prima confusione se non eresia dell’era cristiana - la zizzania dell’innamoramento che soffoca il buon grano dell’amore di partner o amicizia del pensiero - si è affiancata, non dico un’altra, ma l’esplicitazione della sua astrazione dalla persona del partner come individuo, ossia la freudiana psicologia di massa.

 

     La esemplificano bene due versi di una Lauda medioevale duecentesca, dal Laudario di Cortona, che inizia “O spes mea cara”:

ut inserar gratis (…)

catervis beatis coelestium

in cui all’uomo viene attribuito il desiderio che l’Onnipotente lo iscriva nei reggimenti (“caterve”) del cielo - coscrizione, caserma, divisa, marce, rancio, ed eventuali battaglie altrimenti a che servono i reggimenti? -, e per di più “gratis” ovviamente in virtù del suo amore, ossia le beffe oltre il danno. E’ certo che io non ci vado (anche seccato che mi si attribuisca-imponga un tale desiderio), affiancato dal pensiero di Cristo che è palesemente della mia stessa idea, dato che desidera e promuove personalità e pensiero individuale, con iniziativa, non individui-di-massa. Ecco un esempio di zizzania in era cristiana, rimasta inosservata: ha passato la censura-teoria semplicemente perché ne faceva parte.

     Due note filologiche: 1. non sorprende che l’ispirazione di questa Lauda sia quella dell’“amore cortese”, che non siamo i primi a riconoscere come assai poco… cortese; 2. l’estensore dei versi sembrerebbe non sapere che la “caterva” era sì una formazione militare, ma come disordinata orda barbarica in opposizione all’ordine della legione romana.

 

     La storia dell’era cristiana è una battaglia permanente sul campo del pensiero, o dell’amore. Tutti la combattono, e non ce ne sono altre.

 

6

CRISTIANO?

 

     Cristiano? Mi ci sono voluti anni per sapere rispondere.

     Vedremo.

     Vedremo, perché il Mondo è solo preoccupato di classificare, formare, mettere in formazione in ultima analisi militare, logico-militare. La parola “Formazione” dei nostri anni va tenuta d’occhio, anche nel suo configurare il cosiddetto “credente”.

 

     “Credente” è un predicato astratto o generico tra i tanti, che nasconde l’autentica questione, di cui ho già parlato, che questa parola veicola: se il credere, che è un atto, sia possibile, ossia la questione dell’affidabilità. Che è un’imputazione (favorevole anziché sfavorevole come quella penale). Per credere bisogna conoscere l’imputato.

     Un giorno ho scoperto di essere “credente” come predicato, e non mi è piaciuto. Ma un tale giudizio di dispiacere mi è servito e poi piaciuto..

     Dunque vedremo a ragion veduta.

 

     A margine, devo dire che negli anni ho pagato abbastanza cara l’altrui supposizione del mio essere cristiano (nonché “ciellino”: ma per lo più con l’astuzia di scorporare il ciellino dal cristiano). Non ne dico di più perché non è stato questo a fare il peso, malgrado pesi.

 

     La prendo alla lontana per avvicinarmi subito. Come già molte volte ho distinto, ciò che dirò non è contaminato da premesse fideistiche né confessionali: la verità ha rapporto diretto con l’amore, che vive di imputabilità, di cui il giudizio di affidabilità è un caso (l’innamoramento, che esclude l’imputabilità, non ha amore né fede).

     Quanto alla fede - meglio, di una fede: non metto le fedi in un gruppo omologo, puro equivoco -, la questione non è se averla, ma - e mi ripeto - se è possibile: parlo di una fede che non sta sopra le righe ma nelle righe, le righe del giudizio di affidabilità. L’affidabilità è desiderabile, ma si tratta di sapere se un tale giudizio, detto “fede”, è possibile.

 

     Verità come imputabilità

 

     Sostengo un concetto univoco di verità: non c’è verità che di una imputazione (è anche il caso di quando si dice “grazie!” a ragion veduta). L’amore, se è, è un caso di imputabilità (premiale, in questo caso, non penale).

     I logici non dovrebbero usare e tanto meno monopolizzare la parola “verità” (ci vorrebbe un nuovo Antitrust), salvo subordinare la logica stessa all’imputabilità di almeno certe sue operazioni. Spesso si scrive “La Logica” ma si legge “non imputabilità” (idem per “La Filosofia”), ossia una sorta di licenza da 007 del discorso.

     Il divano dello psicoanalista è il Tribunale di tali 007 nella storia individuale.

 

     “Imputabilità” è concetto giuridico, non morale. Se si concepisce, come noi facciamo, un Primo diritto (non quello detto “naturale”) distinto da quello correntemente inteso, si ottiene una moralità esente dalla distinzione morale/diritto (è questa distinzione il “moralismo”), ossia finalmente una moralità non moralistica kantiana (specialmente in ciò siamo debitori a Freud).

 

     Poveri diavoli

 

     Noi cristiani siamo dei poveri diavoli (come peraltro si vede: non ci sta a sentire nessuno). O degli idioti.. Chrétiens-crétins. Lo diceva S. Paolo con la parola “miserabiliores”, in greco “eleeinòteroi” (1 Cor. 15, 17-19). Lo diceva fatta salva una condizione, quella della fede nella “resurrezione” dei morti. Che significa? E’ ciò che esamineremo.

 

     In mancanza di tale condizione, potremmo trovare consolazione dalla nostra “poverocristaggine”  facendoci tutti Musulmani, come già molti hanno fatto, ossia entrando anche noi in quell’immensa ma inesplorata svolta storica di quasi quindici secoli fa.

 

     Infatti l’Islam:

     1° è religione, anzi l’unica, invece il Cristianesimo non lo è, ma siamo di dura cervice secolare e continuiamo a volerci religione;

     2° afferma Dio-Allah anzitutto con il predicato “grande”, il che nel Cristianesimo non è pertinente perché piuttosto “opera” o “lavora” cioè una proprietà del soggetto non un predicato dell’essere. In generale non ha senso, se non nell’ignoranza, dire “un grande scrittore” o “un grande artista”, salvo come si dice che Elvis è sempre “grande”; invece suonerebbe stridente dire che Gesù è stato un “grande” uomo e Freud un “grande” psicologo;

     3° e in subordine con il predicato “misericordioso”, mentre nel Cristianesimo si tratta invece della proprietà attiva, non predicato, “amare”. L’amore, distinguevo, è cosa da ricchi mentre la miseri-cordia riguarda i miseri o poveri, poveri diavoli. I poveri non si possono amare: a essere seri, si possono però riabilitare - ma non ci pensa nessuno - dalla loro debilitazione e esautorazione, ricondurre alla facoltà.

     Con i poveri, rieccoci a noi stessi.

 

     Islamicità della religione

 

     Religiosizzarci, lo abbiamo fatto circa sedici secoli fa allorché il mio amatissimo Agostino concedeva, come non doveva fare, il cristianesimo come religione, accontentandosi poi di distinguerla come quella vera (“vera religio”).

     Islamizzarci, lo abbiamo poi fatto ufficialmente circa un millennio fa quando abbiamo santificato il primo cristiano islamico, Anselmo d’Aosta, che era tale per avere connotato Dio proprio come l’Islam, ossia con il predicato “grande” che sta alla base del celebre “argomento ontologico”: invalidato già da Tommaso d’Aquino poi da Kant, ma senza che si osservasse che non era affatto la “prova” il nocciolo dell’argomento anselmiano (che si spinge islamicamente a derivare tutti i predicati divini da quello della grandezza!)

 

     Se io avessi motivo (ma quale?) di fare concessioni a “La Religione”, per logica non mi resterebbe che convertirmi all’Islam. Un noto razionalista nonché marxista francese R. Garaudy, lo ha fatto qualche decennio fa, e proprio da razionalista, non da povero vecchio pentito in articulo mortis per la sua miscredenza (in questo caso è il miscredente che si è convertito).

     Su un punto i musulmani hanno ragione: nella religione è l’Islam a prevalere (se non per amore almeno per forza).

     Per questo non solo ripeto che il Profeta Muhammad è stato il massimo genio religioso della storia, ma anche aggiungo che, in tale inferenza, è stato buon logico.

     In un punto non è stato autonomo: nell’avere rilevato, come si rileva un’azienda in crisi, la sbandata predicativa del cristianesimo, ellenizzante già prima della scoperta islamica di Aristotele.

 

     La psicoanalisi ha portato me come altri: 1° a una critica della religione ancora inedita (era un’illusione di Marx che “la critica della religione è per l’essenziale finita”); 2° a sospettare della “grandezza” in quanto legata a ciò che usa chiamare “fantasmi” ossia Teorie presupposte, indimostrate e indimostrabili - e come tali invincibili, onnipotenti, “grandi” - come condizioni della psicopatologia; 3° a ben distinguere l’amore, quand’anche lo ritenessimo impossibile, dalla misericordia ossia dalla considerazione primaria dei poveri. Il delitto, insieme ala patologia e all’idiozia, precede la povertà e la condiziona.

     Molti miei coetanei di gioventù hanno finito, per conclusività o semplicemente per tedio o stanchezza, con il gettare la fede alle “ortiche”.

 

     La mia vicenda è stata diversa, ho finito presto con i pudori pulzelli (non solo in fatto di sesso, ma in fatto di religione) Sapevo già che il cristianesimo non è religione, dunque non era la critica della religione a potermi suggerire di abbandonarlo. Lo sapevo anzitutto dai miei principali e autorevoli maestri di cattolicesimo, che però non sapevano che farsene. Ma fin qui neppure io potevo farmene qualcosa.

 

     Un pensiero ritrovato versus il docetismo della Cultura o Civiltà

 

     Mi è poi accaduto di sfogliare la mia esperienza nei decenni e di ritrovarvi, in ultima approssimazione, un pensiero.

 

     Del pensiero annoto che solo lui (noto il pronome personale) fa “presenza”: è ciò che distingue il vivente dal cadavere, il body dal corpse. Solo un morto non pensa. Anticipo per non attendere troppo la questione: che “resurrezione” sarebbe quella di un corpse quanto al pensiero? Senza il suo pensiero - noto, e positivo cioè posto - Cristo non sarebbe risorto neppure se avessimo il DVD autenticato della sua uscita dalla tomba.

 

     Quel pensiero è il pensiero di Cristo - documentato in certi testi che poi sono anzitutto quei quattro libretti scarni -, che si chiama anche rivelazione cristiana. Esso si riduce a questo:

     che c’è un desiderio di “Dio” - parola destinata a restare tra virgolette fino al termine della frase -, che è il desiderio di avere successo o riuscita o profitto proprio nel divenire un uomo. Ossia che l’uomo è il principio di piacere, non di dominio, di Dio. E’ l’appetito di Dio: esserlo (“incarnazione” ), non “amare” gli uomini, nel basso della loro miseria, dall’alto del suo trono invisibile.

 

     Senza di che resterebbe solo da dare ragione al Docetismo (da dokéin, apparire) dei primi secoli, anche se ormai si sta profilando un Docetismo perenne. Il cui nocciolo logico si riassume in questo: se ciò che sappiamo dell’uomo è che l’uomo non esiste se non come finzione-sembianza-semblant, o come effetto di una causa ossia oggetto di scienza naturale o logica, allora solo un Dio idiota si sarebbe fatto uomo, con l’aggravante di (pseudo)risorgere come tale. Posta la premessa, nel Docetismo la resurrezione di Cristo come di chiunque è una ragionevole obiezione alla credibilità di essa, per difetto del quid in cui credere.

 

     Ecco tutto. O della resurrezione c’è solo l’asserzione bruta - e dunque non credibile perché priva dell’oggetto del credere, il che rende anche sciocca la già disonesta scommessa di B. Pascal -, oppure ce n’è il significato o concetto ossia il pensiero, e questo non riguarda la fede.

 

     Ebbene, è esistito perché documentato il pensiero di qualcuno - perché non c’è pensiero senza pensante, o pensatore - che non solo non ha gettato l’uomo alle ortiche della sembianza, ma ha desiderato il proprio successo nel riuscire come uomo (tanti secoli dopo lo posso chiamare il desiderio dello psicoanalista, che ne rintraccia il fallimento nella patologia). L’espressione “resurrezione dei morti” in un’altra vita, semplicemente non ha significato se a “risorgere” è la finzione, noia eterna e eternità come noia (o angoscia). Se l’uomo non esiste, ossia è già morto come sembiante d’uomo, non ha senso parlare della sua resurrezione, fede o non fede nell’onnipotenza divina perché anche questa sarebbe nell’impotenza.

 

     Gettare l’uomo alle ortiche, “così fan tutti” da millenni. M. Foucault lo ha poi fatto esplicitamente, ma già prima lo faceva, meno brillantemente, la Psicologia novecentesca. Quanto ci vorrà ancora per comprendere che il Docetismo riguarda anzitutto l’uomo, ossia è l’asserzione che “uomo” è solo il nome di una finzione o un semblant? La questione di J. Lacan era già quella, almeno bimillenaria, del docetismo: ecco l’interesse del suo… pensiero. Il “caso” di Cristo si iscrive negli atti processuali dell’umanità come altra voce, come discours qui nest pas du semblant.

 

     Per l’Islam l’uomo come semblant è un fatto compiuto, e irreversibile ossia irredimibile. “La Religione” assoluta è l’asserzione dell’uomo come semblant. Nell’Islam non c’è redenzione da questo: Dio “salva” l’irredimibile, donde la prevalenza della miseri-cordia senza amore possibile. Dio salverebbe… nulla, nulla di umano, “l’uomo” come idiota senza nulla di ίδιος, come miseria assoluta. Il Profeta è il massimo erede logico, culturale, e in definitiva religioso del docetismo, e dell’incapacità dei cristiani di resistere, non all’Islam ma a quello. Il cristiano-islamismo ha preceduto l’Islam, e il Profeta ne ha tratto il consuntivo.

    

    Ma capisco perché J. Lacan ha fatto del suo meglio per rendersi incomprensibile. Forse io sbaglio?

 

     Qualcuno è intervenuto diversamente

 

     Il pensiero di Cristo è un intervento unico nel dibattito degli uomini - di tutti, non solo dei colti - proprio in quanto pensiero cioè non du semblant, prima di Freud e della questione così formulata da J. Lacan. Ecco il nocciolo intelligibile della rivelazione. “Incredibile!” commenterebbe tutta la nostra cultura, nello stesso momento in cui concede qualsiasi credenza anche la più idiota, e anche quella nella resurrezione purché scissa dal pensiero.

 

     Ritengo che abbia un senso che sia stato un ebreo a riproporre l’uomo come uomo e non sembianza: “inconscio” come pensiero, “pulsione” come pensiero, e perfino patologia come pensiero ossia atto (imputabilità).

 

     “Semblant” è anche il nome lacaniano per l’“anima” platonica, surrogato verbale per l’inesistenza dell’uomo, o del pensiero. L’eternità dell’anima è solo l’eternizzazione della finzione d’uomo. Platone odiava il pensiero con tutto il suo… pensiero.

     Si comprende forse meglio la mia insistenza sul pensiero (“di natura”) che, se è, n’est pas du semblant.

 

     Posso così dire che con Cristo ho una nuova alleanza: la precedente non era stata così perentoria quanto al pensiero ossia all’uomo (“la legge per l’uomo, non l’uomo per la legge”)..

     Nel Paradiso di Dante non c’è incarnazione né resurrezione: anche per lui il Docetismo come l’essenza stessa dell’uomo era un fatto compiuto. La mia catechizzazione di gioventù - non dico quella propriamente catechistica, che era d’infanzia - si reggeva su una storiografia che situava la “scristianizzazione” nella modernità (i soliti “laicismo” e “ateismo”). Era un errore: la scristianizzazione era già consumata in Dante.

 

     Su tutto ciò mi sono già diffuso in più scritti recenti, tra i quali: Una logica chiamata "uomo", Luigi Giussani e il profitto di Cristo, Agli amici del pensiero di natura, nonché in più scritti dedicati al pensiero di Cristo, il primo dei quali è Il pensiero di Cristo.

 

     Generare e creare

 

     Ho iniziato dicendo che noi cristiani siamo del poveri diavoli, salvo una certa condizione enunciata da S. Paolo: “Se non c’è resurrezione…”.

     Ma abbiamo perso, non la fede nell’onnipotenza divina dell’eseguire il prodigio della resurrezione di un morto - gioco facile, proprio come la creazione, per uno supposto disporre del servomeccanismo dell’onnipotenza: ma solo un mentecatto vivrebbe a colpi di onnipotenza -, bensì il significato di un tale… che cosa?: ebbene sì, di un tale desiderio o pensiero, quello per cui: “uomo” è il nome stesso di un successo veramente… divino.

 

     Da tempo mi faccio forte di una distinzione, quella del Credo cattolico o Simbolo di Nicea: in cui si distingue (concettualmente) il generare che è un atto giuridico (istituzione del figlio come erede) dal fare o creare come atto causale di effetti (“genitus non factus”).

 

     So quanto è difficile che l’umanità esca dall’infantilismo (che è nevrotico e adulto, non dei bambini). Esempio: uno guarda una bella stellata e pensa alla grandezza di Dio segnalata dalla maestosità dell’“universo”. E’ una sciocchezza infantile, anche poco rispettosa di Dio: infatti le galassie sono solo una banalità, un pugno di robetta moltiplicato per 2 elevato alla n dove n è un numero spropositatamente grande, cioè una banalità.

 

     Debanalizzare

 

     La scienza non è banale, però lascia tale la natura. La debanalizzazione della natura è compito del pensiero di natura (individuale) in quanto questo trans-forma la “cosa” in eredità, a partire dalla natura del proprio corpo. Nel corso dell’atto creativo Dio aveva di meglio da pensare che non la banalità della  natura: l’ha fatta sì - siamo creazionisti! ma senza fanatismo -, ma con la mano sinistra, avendo cura con la destra.di predisporla alla debanalizzazione ad opera del pensiero come il primo lavoro (ciò che dico non discende dalla credenza ma solo da rigor di logica). Un cane resta banale anche se, anzi proprio perché, è addestrabile (e oggi tutta l’educazione è addestramento). Certamente Dio perdonerà i nostri peccati, ma non perché chiuderà un occhio di fronte al fatto che gli attribuiamo di avere solo creato, e in particolare e peggio l’istinto sessuale, che nel creato non esiste.

 

     Posto che Dio abbia creato il mondo, può essere soltanto in ordine a procurare le condizioni materiali per una compagnia alla sua altezza, e di cui essere all’altezza.

     Si è subito visto che il successo dell’impresa non era lineare: ma anche questo debanalizza. Debanalizza l’unica banalità umana non imputabile, quell’ingenuità dell’infanzia che come la città di Troia ha aperto le porte al trauma patogeno. Il successo detto “uomo” è dunque affidato a un processo di guarigione - non a un miracolo di ri-creazione - per una salus in cui coincidono salute e salvezza, che la religio perennis separa.

 

     Ho scritto “universo” tra virgolette perché non è convincente che questa parola sia riservata alla realtà fisica. Questa è un’idea infantile. Uni-verso cioè uni-senso è quello di un’unica legge di moto ex opere operato, quello di una urbs non condita una volta per tutte ma semper condenda, ossia un’idea diversa dai soliti Paradisi. Il pensiero di natura ne pone la norma fondamentale.

 

     Si oppone all’uomo come successo l’idea di uomo come fallimento necessario: è un’idea quasi incorreggibile (ci voleva proprio un Dio per provarci, e ho sempre pensato - mi permetto la battuta - che Freud si prendeva per Dio).

     Ma poi - errore per correggere un errore - si invoca “Dio” come il correttore del fallimento anziché dell’idea di fallimento. Una tale idea, solo Freud ha cercato di correggerla. Con scarso… successo: infatti si è subito tornati all’uomo come fallimento necessario, salvo stiracchiarlo un po’ con l’analisi ridotta a stireria.

     Curiosa analogia: gli psicoanalisti si sono comportati come i cristiani in crisi. Si islamizzeranno anch’essi?

 

     Un pensiero consultabile

 

     E’ ovvio anche a un cieco che quando prevale un pensiero non è di religione che si tratta. Il pensiero di Cristo - il desiderio di avere successo come uomo - non è né ha religione. Bisogna riconoscergli che in tutto questo tempo è stato molto tollerante. Ma non essendo idiota, si deve supporre che abbia predisposto un Purgatorio per religiosi.

 

     Mi ripeto: c’è una sola religione, l’Islam. Ebbene, che resti tale poiché tale è, e lo si rispetti nella sua solitudine dalla quale non avrebbe mai dovuto uscire. Non esistono tre religioni ma una sola, precedente nella forma implicita l’Islam stesso.

     La millenaria “Favola dei tre anelli” non è solo… una favola e una cattiva favola: è una  favola cattiva. Essa ha prodotto tra le peggiori sofferenze dell’umanità, a partire da quelle dell’intolleranza religiosa di ieri e di oggi (è solo tra fratelli che ci si uccide, fino a nuovo ordine almeno).

     Chiunque abbia aspirazioni religiose farebbe bene a farsi musulmano, perché inconsapevolmente lo è già. Ribadisco l’autentico genio religioso del Profeta Muhammad (“Maometto”), che Dante ha mandato all’Inferno solo per copertura.

 

     In un tale pensiero, nuovo maturo e consistente (= non contraddittorio), non solo non si tratta di religione (né di teologia), ma non vi si tratta neppure di fides distinta da ratio.

     Formulo da anni che il pensiero di Cristo “ha ragione” (non c’è il profeta-Gesù, c’è il liberopensatore-Gesù, liberi tutti di pensarne il pensiero). Annoto che gli si potrebbe dare torto, o… ragione, perché è solo nell’ambito detto “ragione” che si può avere torto o ragione (osservo che non si osserva mai: che in quei quattro libretti è presentato come uno in disputa permanente). Nel processo a Gesù c’è chi gli ha dato torto, e chissà che non sia possibile un processo di secondo grado senza aspettare la Cassazione (ci “credo” poco).

 

     Insomma un pensiero esaminabile e consultabile, proprio come l’Ebraismo tratta il Libro come esaminabile e consultabile, e fino alle pratiche più minute. Qui si tratta della consultabilità di un pensiero. E’ questo pensiero (individuale) lo “spirito” che precede la “lettera”. Se ha senso distinguere una fides, questa può solo consistere in un giudizio di affidabilità, cioè il giudizio (che è pensiero) su un tale pensiero come affidabile.

 

     Dovessi disputarlo, non sarà per questo che andrò… all’inferno: perché l’inferno è la psicopatologia, il regno dell’angoscia, privo di pensiero e giudizio, privo anche del giudizio che la patologia stessa è pensiero. Potrebbe anche finire che in questa disputa me la vedrò in eterno - concessa l’oscura nozione di “eternità” - con il diretto interessato come uomo sano e innocente. Ma questi due concetti convertuntur come già verum e bonum: o meglio, convertuntur nella (meta)psicologia di Freud, mentre nella psicologia novecentesca sono imperativamente separati.

 

     Solo Padre

 

     Si tratta di un pensiero non ontologico. Né teologico (né è una Teodicea o una Teologia naturale), per ragioni diciamo così “tecniche”: infatti in esso non c’è la diade terminologica Dio/Padre, ma un solo termine, “Padre”. Gesù ha fatto cadere in desuetudine il termine “Dio”.

 

     “Padre” vi ha l’unico significato razionale e ragionevole della parola, quello di fonte legittima di eredità per un altro, che è figlio perché e solo perché è erede. Non esiste padre senza erede-figlio. Hanno così fine tante lamentevoli predicherie, di preti, antipreti, psicologi e altri, sul Padre “buono” che perdona, comprende, all’occorrenza punisce ma a buon fine, educa. Tutti sanno che l’eredità come fatto di civiltà precede l’educazione, a riconoscimento avvenuto già nei primi momenti dalla nascita. Conosco un concetto laico di “battesimo”: l’atto giuridico che fa l’erede e come tale il figlio. Tra i disastri del nostro mondo c’è il primato dell’educazione, con il parricidio e figlicidio correlati a un tale primato.

 

     Comprendo bene che i cristiani - ma dovrei dire i religiosi tutti - abbiano dei problemi con Freud: questi poneva una questione di riordino dal disordine, a partire dal disordine predicativo sul padre.

 

     Quanto a me, nel mezzo del cammin ho sostituito Freud a Virgilio, e avendo Beatrice come compagna e non come mater et magistrina.

 

     Di passaggio: non vedo perché Dante nell’ultimo Canto del Paradiso non potesse conferire con Cristo, che so, rivolgergli qualche domanda. Infatti, secondo dottrina, attualmente Gesù, oltre a essere consultabile nel suo pensiero, parla in lingua (nell’unione dei due significati della parola), italiano tra altre (dico italiano e non la “lingua degli angeli”: semmai sono gli angeli a dover imparare l’italiano). Diversamente la parola “resurrezione” sarebbe solo un sembiante di lingua in un Cristo sembiante di uomo, insomma tanto religioso rumore per nulla. Nichilismo rivelato.

 

     Ho anche un motivo personale per avercela con Dante. Io oggi mi definisco “eremita”, benché senza concessioni alle solite sciocchezze al riguardo. Ebbene, Dante ha avuto l’insopportabile torto di mandare all’inferno Pietro del Morrone, eremita e papa ossia la più perfetta associazione di termini che la Chiesa abbia mai prodotto.

 

     Il primo articolo della Costituzione

 

     In quello che considero il primo articolo della Costituzione di questo pensiero - “l’albero si giudica dai frutti” - abbiamo la più netta presa di distanza di tale pensiero dal pensiero greco, in cui l’albero si giudica dall’albero (potremmo anche dire: dalla “razza” dell’ente).

 

     In tale Costituzione essere e ente sono logicamente e conoscitivamente subordinati  giuridicamente al frutto. E’ il frutto o profitto la prova o test di realtà: senza di che “la realtà” si riduce ai pidocchi, o ai granelli di sabbia, che con gli enti matematici sono gli enti  della teoria degli insiemi (l’umanità non è matematizzabile che nella psicopatologia, come J. Lacan ha cercato di mostrare con i suoi “matémi”).

 

     Cristo, con tutto l’Ebraismo prevalente della sua epoca, non ellenizzava. E in fondo, e malgrado corpose apparenze, non ellenizzava neppure Maimonide distinguendo torah e metafisica greca. Il pensiero di Cristo è un pensiero legale di specie giuridico-economica inteso al profitto, non è pensiero ontologico, in ultima deriva panteista-occultista-pauperista. Nel discours come giustificazione del fatto compiuto, poi come sua riproduzione eterna, schiavismo e povertà nascono in Grecia.

     In paragone, anch’io civis romanus sum. Con Pilato Cristo si intendeva. Anche Pilato meriterebbe l’appello sull’imputazione di “lavarsene le mani”.

 

     A suo tempo ho anche definito Cristo “il moderno”, non solo rispetto all’antichità ma anche ai nostri anni bui alla seconda potenza. Trovo degno di nota che a capire questo, benché in opposizione o meglio sarcasticamente, sia stato un autore di comics, Jodorowsky, con l’invenzione dell’esclamazione-bestemmia: “Paleocristo!”

 

     Il pensiero di Cristo è lo stesso pensiero di natura, o pensiero tout-court, o pensiero che fa l’uomo, in condizione di in-nocenza. Una persona che si volesse dotata di moralità lo sarebbe a partire dal riconoscersi non solo l’imputabilità (la sembianza non è imputabile), ma l’impensabilità dell’innocenza (che è priva di ingenuità).

     Dante avrebbe potuto porre a Cristo, come farei io, una domanda sull’innocenza.

 

     Un legame sociale

 

     Posso ora rispondere alla questione di partenza: sono cristiano. Cattolico anzi, apostolico e romano, e papista. Lo posso dichiarare senza obbligare nessuno a credere a mie esperienze ineffabili, dato che quanto premesso definisce la Chiesa non secondo un’oscurità mistica o di massa, bensì come il legame sociale tra persone che hanno questo pensiero come la Costituzione della loro unificazione giuridica, e questo proprio come la Costituzione italiana o americana unificano validamente e efficacemente, senza presupporre una mistica della Patria (e perché non della Matria?, idea diffusissima).

 

     So che ciò che dico non è, non dico condiviso ma neppure concepito. Inoltre afferro bene le enormi resistenze al mio giudizio implicito sul nostro ellenismo plurisecolare come regresso rispetto al non ellenizzante pensiero di Cristo (ho già mostrato che neppure Freud ellenizzava). Ma mi attengo all’intento dichiarativo di queste pagine.

 

     Mi dicono “provocatore” ma, anche se non è vero, non mi difendo. In un Convegno recente, Mosè, Gesù, Freud, ho proposto questo aforisma:

     “Se Gesù siede alla destra del Padre, Freud siede alla sua sinistra”.

     Lo osservava già J. Lacan dicendo che il Padre di Freud è il Padre del “Padre nostro”.

 

     Tra le vessazioni del regime nazista già dominante in Germania ma ormai con lunga ombra sull’Austria, un anno prima dell’Anschluss del marzo 1938, in una riunione drammatica nel gennaio 1937 Freud ebbe questa uscita:

     “Basta! Gli Ebrei hanno patito per secoli a causa delle loro convinzioni. Adesso è venuto il tempo che i nostri colleghi cristiani facciano altrettanto per le loro” (E. Jones, Vita e opere di Freud, anni 1934-38).

     Mi onoro di essere tra quei “colleghi cristiani”.

 

Poscritto

SCRITTI IN PARTIBUS CHRISTIANORUM

 

     Da vent’anni ho l’occasione di mettermi alla prova - nel mio freudismo senza riserve  integralmente ricapitolato nel pensiero di natura, e nel mio cristianesimo da pensiero di Cristo - in due collaborazioni regolari e continuative a due periodici cattolici:

     prima a il Sabato, che ha poi cessato di esistere, poi a Tracce (organo di Comunione e Liberazione) ancora oggi. Ambedue sono rintracciabili come libri on line su questo sito e su quello dello Studium Cartello, il primo (già cartaceo presso Guaraldi) con il titolo SanVoltaire, l’altro con il titolo Enciclopedia, Tracce.

     Poco dopo la scomparsa di Luigi Giussani ho scritto: Luigi Giussani e il profitto di Cristo.

 

     Tutto ciò ho fatto da laico ossia in prima persona e senza compromettere nessuno in chiamate né di correità né di coinnocenza (ancora “eremita”). Il laico si espone nell’imputabilità, cioè nell’unione di Città e principio di piacere cioè giudizio.

    Cìò che ho scritto in tali pagine (ormai almeno cinque centinaia) è in continuità, simultaneità, coerenza e consistenza con ciò che ho scritto e detto in sedi ufficialmente psicoanalitiche, e naturalmente con il pensiero di natura.

 

     Confesso di essermi divertito pensando a chi mi invitava a non mescolare, diciamo così, diavolo e acqua santa. Mi è perfino capitato di richiamare all’ortodossia cattolica (Nicea, Papato, critica di occultismo, panteismo, docetismo, gnosticismo…).

     Suppongo che anche lo spirito o pensiero di Freud si diverta.

 

Agosto 2006