INTERVISTA SUL TEMPO PERSO (2)

Sabato-domenica 16-17 settembre 2017
in anno 161 post Freud amicum natum

Prosegue l’intervista iniziata ieri, con lo stesso tema del tempo perso con presupposti imposti.

D. Torniamo alla sessualità. Molti commentatori battono sul Freud che riduce tutto a sesso…

R. Non mi prendo responsabilità per i commentatori cretini.

D. Parlando di “pansessualismo”…

R. Mi vergognerei a usare questa parola e non lo farò. La fissa del sesso è nevrosi, che ci affligge tutti, e rimando ognuno alla sua.

D. Non si capisce.

R. A volte ho il dubbio che siamo irriducibilmente idioti. La questione è morale, e anche su questa il cristianesimo si è allontano da Gesù, che è stato molto chiaro sulla morale, ne aveva una e non era una morale sessuale.

D. Però ha accolto la legge dei Padri, che sulla morale sessuale non è silente.

R. Gesù ha formalmente asserito una morale, quando ha detto che puro o impuro non è ciò che entra nella bocca di un uomo ma ciò che ne esce. Che cosa ne esce? Il discorso, le frasi, le parole.. È una morale del discorso, anche quello sui sessi. Niente morale sessuale. Anche su questo punto la storia del cristianesimo ha rimosso il pensiero di Gesù, e ciò che risulta dalla rimozione è la nevrosi. La storia del cristianesimo è la storia della nevrosi. E siamo sempre qui. Ma non ne sto parlando male.

D. Spieghi.

R. Io stesso sono o sono stato un nevrotico, e non per questo mi sono sparato in fronte. Invece mi sono occupato di venire a capo del mio errore patologico.

D. Nei Vangeli qualcuno ricorda a Gesù la severità di Mosè sui peccati sessuali.

R. E Gesù ha risposto “E’ per la vostra dura cervice”, come dire “E’ perché siete delle teste di c…” (non dovrebbe sfuggirci che Gesù parlava anche così, oltre a essere un logico). Insomma, Gesù è stato un esempio di pensiero sano.

D. L’unico che non avrebbe avuto bisogno di analista, disse lei una volta.

R. Vero, ma è perché ha sempre avuto due Partner del suo pensiero, chiamati “Padre” e “Spirito”. Ora, lo psicoanalista è un partner del pensiero, che nella patologia va perduto. Pensi a quanto è raro che un uomo e una donna siano partner nel pensiero: poi quanto ai sessi se la vedono loro senza che qualcuno li moralizzi. Ma dopo l’elogio della Trinità (il cristianesimo è tutto qui), mi faccia finire con l’elogio della Santa Sede.

D. Ho capito che questo Bergoglio dallo psicanalista le è piaciuto…

R. Quanto mi sono piaciuto io per lo stesso motivo, e almeno certuni dei miei pazienti. Quando un uomo viene a capo della sua patologia, cioè della sua rimozione del pensiero, diventa un sovrano, e infatti la sovranità non è popolare è individuale. L’individuo che ha riscattato il proprio pensiero diventa egli stesso una san(t)a sede, con la “t” fra parentesi in modo che si legga anche “sana”.

D. Bergoglio ma anche noi.

R. L’individuo sano è una santa sede, sede della legislazione o, con una parole più generica, del discorso, urbi et orbi cioè la realtà a disposizione di ogni individuo. Il Papa è un uomo che occupa una Santa Sede per conto della Chiesa cattolica, mentre ogni io può occupare la san(t)a sede senza mandato.

D. La sede è la stessa.

R. La sede è la stessa, ma in modo più riposante del pontefice, io non ho tutto quel da fare. Quando lo Spirito Santo vuole fare Papa uno, questo dovrebbe prima chiedergli quanto lo paga.

D. Lei prima citava Moretti, ma di pontefici stravaganti s’è occupato anche Paolo Sorrentino.

R. I due film hanno un tratto comune: un papa che non si sente all’altezza della santa sede. Sono intelligenti nel porre il tema della sostenibilità della sede del soggetto.

D. Ne esce l’immagine di un vescovo di Roma fallibilissimo.

R. Sull’infallibilità del Papa ci sono, sin da Pio IX, discussioni perfettamente inutili: l’infallibilità è un’esperienza comune.

D. Addirittura?

R. Tutti siamo infallibili quando, come si dice, “stiamo sul pezzo”, operai o artigiani anche del pensiero.

D. Ossia quando ci impegniamo al massimo?

R. No, l’operaio o artigiano che stanno sul pezzo sono infallibili senza massimizzare nulla. Lo psicoanalista sta sul pezzo quando sta sul pensiero, caso per caso, volta per volta, seduta per seduta. Anche il paziente con la partnership dell’analista è infallibile. Ciò che dico cambia tutto sul problema dell’errore.

D. Vogliamo fare un esempio?

R. Un esempio purissimo e semplicissimo: un lapsus. Basta starci su per intenderlo, ma pochi lo fanno. Questo è un esempio tanto colossale quanto modesto (moralmente).

D. Parliamo del paziente Jorge Mario Bergoglio. Che lei, dopo pochi mesi di pontificato, fece socio onorario della sua Società Amici del Pensiero.

R. Lo feci perché citò Freud a braccio in modo competente, pertinente e adeguato, e senza fare le solite storie “cattoliche” (brrr!).

D. Eppure anche tanti cattolici degni di rispetto sono subito corsi a ridurre la portata di quell’episodio della psicoanalisi di Bergoglio (si trattò di un semplice consulto, si è scritto).

R. Non nego loro il rispetto se osservo che anch’essi fanno parte della pato-storia cristiana di cui le parlavo prima (ne ho patito anch’io).

D. Vediamo se riesco a farle criticare Francesco. Si dice che vuole beatificare Blaise Pascal il cui pensiero, quello della “scommessa” su Dio, lei detesta.

R. Voltaire ha definito Pascal “disonesto” e aveva ragione. Ma la correggo, è Eugenio Scalfari che vuole beatificare Pascal. Bergoglio non ha detto di no, ma questo pontefice mi piace anche perché nessuno si accorge che prende per il …

D. Perché Lei ce l’ha tanto con Pascal?

R. Ma come si fa a chiamare Dio “infinito”, come fa lui? Come la serie dei numeri! Che noia infinita!, con la loro infinita eternità! Se fossi Dio lo manderei all’inferno. Chiamare Dio “infinito” è una bestemmia, fa il paio col chiamare lo psicoanalista “strizzacervelli”, o col chiamare le donne “figacce”.

D. Il suo maestro Lacan, dal quale si è poi affrancato, aveva il cattolicesimo in grande considerazione.

R. Mah! Lacan sul cattolicesimo semplicemente non sapeva come cavarsela. Ha passato la vita a parlare del Padre e non se l’è cavata. L’unico a essersela cavata sul Padre è stato Gesù perché ha detto “Siamo in tre”.

D. La Trinità.

R. Un concetto splendido, che oltretutto chiarisce come il cristianesimo non sia una religione. Tecnicamente Gesù è a-teo, e lo stesso Credo cristiano lo è. Gesù con la parola “Dio” non si è mai compromesso. E neppure il Credo: asserisce solo la Trinità, e usa “Dio” solo come un vocabolo per designare e denotare non una sostanza ma appunto la Trinità, prima di questa non c’è nessun “Dio”. Anch’io sono in tre, anche come eremita (è così che mi definisco).

D. Eppure di Padre, Figlio e Spirito nella Chiesa si parla poco.

R. Pochissimo. Sì, ogni tanto si canticchia lo Spirito, chiamandolo “consolatore”. Ma no, Gesù lo chiama avvocato (“paraclito”) come sé stesso. L’essenza del cristianesimo prende le mosse da una Società di tre, come si dice “tanto per cominciare”. Sorvolo sul “Filioque” che a me piace: termino così perché non ci capisce niente nessuno (sono poco giornalistico?)


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