INNOCENZA DELL’AMORE?

Sabato-domenica 25-26 marzo 2017
in anno 160 post Freud amicum natum

Continuo a spremere la rapa dell’“amore” per trovare se riesco a cavarne del sangue, piuttosto che lasciar perdere dato che a conti fatti, anche millenari, i dubbi che sia una rapa si sono accumulati fino a colmare il catalogo.

La mia soluzione è quella di lasciar perdere la rapa amorosa tradizionale, ossia di cessare di pensare l’amore come un’esigenza della mia natura, coatta a farne domanda:
qui la rapa è la natura, non se ne cava niente, la ruota non esiste in natura ma è posta dal pensiero.

Posta la parola “amore”, il composto che essa designerebbe, in ogni caso una partnership, avrebbe come un suo elemento l’affidabilità presa in almeno un aspetto di questa che è l’innocenza, che significa  non nuocere o non ledere (“alterum non laedere” è una delle tre regole latine del diritto).

L’“amore” tradizionale non conosce l’innocenza.

Chi avesse il sapere dell’innocenza, che riguarda l’intera civiltà e la definisce, sarebbe chi chiamo san(t)a sede del diritto.

Una lesione è sempre osservabile e descrivibile, in termini di lucro cessante, danno emergente, lucro non emergente, limitatamente contemplati nel diritto penale.


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