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L’ANSIOLITICO TERRORISTICO, E LA PACE

Il terrorismo fa credere che, tolto questo, andrà meglio, perfino che avremo la pace:
esso  è un ansiolitico, non più radicale bensì più banale:
ma non ricomincio a tamburellare la banalità del male, salvo annotare che banale, non misterioso, è proprio il male (armer Teufel, povero diavolo, così Freud chiamava il perverso).

I terroristi islamici hanno spremuto il succo ansiolitico della religione, essendosi trovati di fronte al rischio di perderla:
e oggi siamo più religiosi che nel Medioevo, religiosi senza fede:
abbiamo raggiunto il top del senso religioso.

L’angoscia è l’affetto individuale, e universale, della guerra civile, di una Costituzione che non regge:
come tale è anche un filo d’Arianna (questo è un concetto della psicoanalisi, che come tale non privilegia gli ansiolitici pur tollerandoli);
filo d’Arianna per la pace:
ma la Teoria delle emozioni (emoticon, emoji) avversa gli affetti, in particolare quello della pace come affetto politico.

Non credo nella saggezza degli anziani, che però potrebbero servirsi di questa loro condizione per trarre dai loro fallimenti la morale mancante a Re Lear, sovrano abdicante alla sovranità:
penso a Obama (non tanto anziano), che farà? (lui e altri pensionati).

L’immodestia fallimentare fa da filo conduttore per la modestia come virtù politica – e lo è ogni virtù, non esistono virtù private -, e per la “pace” in quanto il nome stesso della politica:
la pace non sta all’ombra dei cipressi, è giovinezza solitamente ritardata.

L’affetto della pace è palpabile nell’esperienza della psicoanalisi, in cui non si parla che di conflitti (niente irenismo laico).

lunedì 9 gennaio 2017

 

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